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Martedì, 09 Giugno 2026 01:13

Non correre rischi? È un rischio

David Le Breton David Le Breton

Oggi gli imprevisti sono tanti e globali (vedi il Covid). Ma anche l'incertezza ha un valore. Il sociologo David Le Breton le ha dedicato un saggio: ne parlerà a Filosofi lungo l'Oglio.

Tra la fine degli anni Ottanta e gli anni Novanta il sociologo tedesco Ulrich Beck (1944-2015) aveva lanciato l'allarme di fronte al prevalere di una società del rischio e dell'incertezza, ben prima che Zygmunt Bauman parlasse di modernità liquida. Il rischio come conseguenza del progresso e dello sviluppo tecnologico, ma anche dell'assunzione personale delle responsabilità, sempre più addossate al singolo individuo. Da sempre si è cercato di controllare l'imprevedibilità, di dominarla, spesso senza riuscirci. Ma il rischio ha anche un risvolto positivo, come rivela David Le Breton (Le Mans, 1953), sociologo e antropologo, docente all'università di Strasburgo, nel nuovo libro con cui torna un anno dopo al festival Filosofi lungo l'Oglio: "Il rischio della scelta" (postfazione di Francesca Nodari, in arrivo da Mimesis). Positivo in quanto necessario a «sentirsi esistere», a imparare ad affrontare l'imprevedibile: il rischio, insomma, come sale della vita.

Professor Le Breton, che cos'è cambiato del rischio a quarant'anni dal testo di Ulrich Beck?

«Il libro di Ulrich Beck, La società del rischio, è stato pubblicato in Germania nel 1986 (in Italia è uscito per Carocci nel 2000, ndr); un'opera lungimirante che ha messo in luce, in particolare, l'accelerazione dell'individualizzazione dei legami sociali. Ma le fonti di preoccupazione sono aumentate in modo significativo a causa del crescente inquinamento del pianeta, del riscaldamento globale e del deterioramento della qualità del cibo. Negli ultimi anni, le condizioni geopolitiche sono peggiorate con l'invasione russa dell'Ucraina e il conflitto in Medio Oriente, le cui conseguenze economiche sono disastrose per l'intero pianeta. La minaccia delle pandemie è ormai onnipresente. Le nostre società devono inoltre affrontare il terrorismo, in particolare dopo gli attacchi dell'11 settembre, ma da allora ve ne sono stati ben altri. La sicurezza è impensabile in un unico luogo o in un'unica epoca; il mondo intero è interconnesso e interdipendente. Nessuno vive in un bunker, al riparo persino dal rischio stesso di vivere. Il pericolo non è più confinato entro le frontiere di uno Stato; ora è ovunque, si riversa oltre ogni barriera nazionale, interessando vaste aree, ad esempio, nel caso delle tecnologie contemporanee come l'energia nucleare, o delle pandemie come il Covid, che erodono profondamente la qualità dei legami sociali...».

Conoscere il rischio non condiziona o impedisce la scelta?

«Senza esercitare un certo grado di cautela, la vita sarebbe fragile e probabilmente breve. Una comprensione intuitiva dei rischi ambientali, una vigilanza connaturata nel tessuto della vita quotidiana, offre una certa protezione contro il pericolo. Ma anche la vita più tranquilla non è mai immune dall'imprevisto, che si presenta, nel bene o nel male, sotto forma di malattia, incidente, catastrofe che colpisce la propria regione, invasione nemica, attacco terroristico, preoccupazioni professionali, fallimento aziendale, rotture sentimentali, lutti e così via».

Perché dietro ogni scelta si nasconde un rischio e, soprattutto, perché rischia anche chi non sceglie?

«Non correre rischi è, tuttavia, un rischio in sé: il rischio di ristagnare, di impantanarsi nella routine. È condannarsi a non cambiare mai le cose, anche se non sono ideali: per esempio, rimanere in uno stato di sottomissione o infelicità, non essere in grado di reinventarsi. Assumersi dei rischi nella vita quotidiana è un tentativo di ridefinire la propria esistenza. Naturalmente, la possibilità di una perdita rimane, ma è insignificante rispetto alla soddisfazione di avere osato e rispetto a ciò che si ha da guadagnare, se non altro in termini di autostima. Inoltre, il momento del rischio, se scelto, porta con sé la certezza di sperimentare un'intensità dell'essere che è in netto contrasto con l'ordinario».

La libertà di scelta presuppone la capacità di fantasticare. Immaginare l'alterità, un'altra vita possibile, è un sogno ricorrente nell'infanzia come nell'età adulta. In un suo libro, «Fuggire da sé» (Raffaello Cortina), anticipava ciò che si legge ne «Il rischio della scelta». Pensa che il virtuale possa realizzare questo sogno?

«Le tensioni che caratterizzano le nostre società danno origine a questa tentazione di scomparire, di non essere più prigionieri delle responsabilità sociali, professionali e familiari che ci legano. Oggi, l'uso diffuso degli smartphone facilita questa scomparsa sotto le spoglie dell'intrattenimento. I social media sono un ottimo esempio di fabbrica dell'amnesia. Basta chiedere a chiunque abbia trascorso diverse ore davanti a uno schermo cosa ne abbia ricavato. I social media generano assenza. Costantemente distratti dai loro smartphone, i pedoni non vedono più nulla intorno a sé, né sentono nulla. Le loro percezioni sensoriali vengono messe da parte a favore di un'attenzione esagerata rivolta allo schermo. L'impoverimento dei sensi va di pari passo con la crescente restrizione dei legami sociali»

L'idea di immortalità è anch'essa una costante umana. Elon Musk prevede un futuro di eletti a cui sarà assicurato il dono di vivere per sempre. Non è servito l'esempio di Ulisse, quando rifiuta l'invito di Calipso a rinunciare a un'esistenza di incertezze (la mortalità) in favore di un futuro prevedibile. Il rischio ha a che fare con l'amore per la vita?

«Gli uomini della Silicon Valley (non ci sono donne) che sono gli artefici di questi progetti sono perseguitati dalla paura dell'invecchiamento, di perdere la loro immensa ricchezza e il loro potere; li vogliono per l'eternità. Rivendicano l'immortalità come corollario del potere sociale che possiedono. Scommettono sulla convergenza dell'ingegneria genetica, dell'informatica, della nanotecnologia e delle scienze cognitive per liberarsi di un corpo visto come un ostacolo alla liberazione della condizione umana a causa della sua fragilità. Questa ossessione di non invecchiare mai riflette un narcisismo portato all'estremo. L'invecchiamento e la morte sono le loro più grandi paure».

Nel suo libro non parla solo di rischi, ma anche della pratica di viaggiare. Camminare, in particolare, è vivere. Ricordiamo tra i suoi libri «La vita a piedi» (Feltrinelli). In quale modo camminare può renderci felici?

«Camminare segna una riconnessione con sé stessi, una meravigliosa fuga piena di curiosità e scoperta. È un modo, temporaneo o duraturo che sia, per cambiare chi sei, per non essere più intrappolato dal bisogno di seguire una routine totalizzante in una vita quotidiana in cui non ti riconosci più. Chi cammina è "in vacanza" da sé stesso. Senza recidere i legami sociali, li mette a distanza per placare il trambusto della vita quotidiana o professionale, e per rifiorire in un'attività piacevole di cui non deve rendere conto a nessuno. Sperimenta una sospensione dei vincoli dell'identità e delle aspettative che li accompagnano. Si distacca temporaneamente dalle sue solite responsabilità, abbandonandosi alle esigenze del viaggio. Si vive una pausa ai margini della propria esistenza, senza altro impegno che il momento presente. In linea di principio, ci si libera dalla morsa dello smartphone, aprendosi all'ambiente circostante, agli incontri, allo scorrere del tempo. Si ha il controllo completo del proprio tempo. Camminare è un modo per incantare le ore, per scoprire una ricchezza di reperti insoliti, ricordi, immagini, odori e suoni raccolti lungo il percorso. Lontano dalle comodità di casa, ci si riconnette con gli elementi: il sole, la neve, il vento, la pioggia, la notte che cala, tutta la bellezza e le sorprese di un mondo a portata di passo. Nascono così momenti di grazia, legati al viaggio attraverso un paesaggio vissuto fisicamente, con tutti i sensi. Quando camminiamo, ci sentiamo vivi».

Fino al 28 luglio - La rassegna in 24 comuni

  • Trentadue appuntamenti tra incontri, conferenze, passeggiate filosofiche in 24 comuni lungo il fiume Oglio tra Brescia, Bergamo e Cremona: è la XXI edizione del festival Filosofi lungo l'Oglio, in corso fino a martedì 28 luglio.
  • La rassegna, diretta da Francesca Nodari, quest'anno è dedicata a Maria Rita Parsi (1947-2026) e ha come tema Ascoltare.
  • Tra gli ospiti, Gustavo Zagrebelsky, Michela Marzano, Enzo Bianchi, Miguel Benasayag, Massimo Recalcati, Danielle Cohen-Levinas, Massimo Cacciari, Stefano Mancuso, Umberto Galimberti.
  • Info e prenotazioni: filosofilungologlio.it, 328 7059145.

Le Video lezioni

Sul nostro canale youtube puoi trovare tutte le video lezioni del nostro Festival di Filosofia.