«Tutto ciò che può essere chiamato tragico si muove all'interno della sfera dei valori e delle relazioni di valore. Solo dove c'è alto e basso, nobile e abietto possono esserci eventi tragici. Il "tragico" non è quindi un valore in sé come il bello, il brutto, il buono e il cattivo, eppure l'aspetto tragico delle cose, degli uomini e dei contenuti appare solo attraverso la mediazione dei valori ad essi collegati». Così Max Scheler chiarisce, sin da subito, l'andamento della sua analisi in uno sforzo senza posa teso a mostrare, sul serio, il che cos'è del tragico. Esso è un `fatto indubitabile', `una categoria etica', un `soffio pesante' che si posa su determinati destini e che si dà laddove portatori di valori positivi — uomini, credenze, intenzioni — entrano in contrasto tra loro causando l'annientamento di una delle due parti, nonostante all'apparenza tutti «abbiano ragione». Una condizione massimamente tragica è quella in cui, proprio nel medesimo evento, assistiamo all'entrare in conflitto tra istanze valoriali ugualmente positive e all'annientarsi, inevitabile, di una delle due. Qui la medesima forza che porta all'affermarsi di un valore conduce alla distruzione di questo stesso valore come accade, ad esempio, quando viene compiuto un atto di coraggio che consente di realizzare azioni nobili ma, al contempo, determinala morte di chi lo ha realizzato. Tragico è il caso di Icaro, il quale perde le ali fissate con la cera tanto più si avvicina al sole, che fonde la cera stessa. Una delle constatazioni centrali di Scheler sta nel fatto che il tragico stesso ha la sua ragion d'essere nella costitutiva imperfezione di ciascuna persona, intesa come `persona di valore'. Non solo, il tragico chiama in causa la questione della libertà umana segnata e attraversata dai vincoli di una particolare necessità. Tale necessità sussiste solo laddove ci rendiamo conto di esserci opposti alla `catastrofe' e di avere lottato contro di essa con tutti i mezzi disponibili e, nonostante tutto, avvertiamo il suo emergere ancora come 'necessaria'. Di qui anche il paradosso per cui la distruzione dei valori, anche se ci appare completamente necessaria avviene, al tempo stesso, in modo imprevedibile: «la necessità tragica non corrisponde a quella che è propria del flusso della natura [...] che risiede al di sotto della libertà; [...] è piuttosto una necessità che si situa al di sopra della libertà». Si tratta di quell'inscindibile legame tra gli eventi e le forze causali che sostengono i valori stessi assumendo l'immagine plastica di `nodo tragico': «è un tratto essenziale del nostro mondo [...]il fatto che il corso causale non tenga conto dei valori che in esso di manifestano».
Anzi, chiarisce il filosofo: «le esigenze poste dai valori stessi [...], di fronte al corso causale delle cose, è come se neppure esistessero». Per questo, nell'evento tragico non si può individuare alcuna `colpa' in senso stretto, né immaginare una qualche azione virtuosa che avrebbe consentito di evitarlo. Non solo, il tragico rinvia ad una specifica tonalità emotiva: `il triste' che «possiede una grandezza silenziosa e quieta, una particolare forma di pace e di calma».
Come dire: si tratta di una tristezza "fredda", scevra da qualsiasi emozione reattiva, «slegata da qualsiasi sensazione corporea» poiché l'intuizione dell'ineluttabilità è «come se facesse cessare di volere, di desiderare, di auspicare l'inesistenza degli eventi che hanno portato alla distruzione del valore». Ora, che cosa avviene nel caso in cui l'individuo più nobile si sia fatto portatore di un valore superiore rispetto ai valori mediamente riconosciuti? Egli, innocente, proprio perché incompreso dal sistema assiologico dominante, viene giudicato colpevole e condannato a perire. Qui — avverte Scheler — si può individuare il nucleo di una necessaria «colpa innocente». In questo tragico evento cogliamo il nervo destinale della totale imprevedibilità dello sviluppo morale dell'umanità. Lo cogliamo nell'impresa senza speranza e nella conseguente solitudine assoluta che caratterizzano il «genio morale». Di qui, l'exemplum per antonomasia che Scheler indica nell'attimo così specificamente tragico che Gesù deve aver vissuto nel Getsemani: «Egli avverte che in lui si decidono intere epoche della storia, senza che nessun altro lo sappia; sente che tutto è nelle sue mani, essendo 1"Unico'». L'eroe tragico si rende `colpevole' compiendo un'azione senza colpa. Ciò che ne tradisce la tragicità non è, certo, l'atto che compie, né la «catastrofe» che ne deriva, bensì lo stesso «cadere nella colpa», proprio di colui che non ha colpe e che possiede una volontà pura.