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Festival Filosofi lungo l'Oglio

DESIDERARE

2024 - XIX EDIZIONE

In stretta continuità con il tema dell’osare e sulla scorta delle originali riflessioni che si sono susseguite nell’ultima straordinaria edizione, è stata infine lanciata la parola chiave della nuova edizione del Festival 2024 che verterà sul tema del: “Desiderare”.
Desiderare. Nonostante tutto

In stretta continuità con il tema dell’osare, il desiderare non è soltanto una questione che è stata affrontata sin dagli albori del pensiero, ma è insieme, come intuì Michel Foucault ne Le parole e le cose, «ciò che rimane perennemente impensato nell’intimo del pensiero». Desiderare, a ben vedere, potrebbe essere assurto ad una sorta di leit-motiv del nostro tempo. Di un presente difficile, iperconnesso, liquido, in preda alle incertezze e alle paure anestetizzate da promesse di felicità che diventano presto illusioni o delusioni e in prestazioni trasformate in atti apparentemente discrezionali come se fossero il frutto di desideri individuali liberi. In realtà, come spiega Bauman ne L’etica in un mondo di consumatori, il segreto di un sistema sociale duraturo consiste nel «fare in modo che gli individui desiderino di fare quello che il sistema necessita che essi facciano per poter riprodurre se stesso». Come è noto, il desiderio – una delle proprietà umane più affascinanti, che viene, come dice il nome, dalle stelle, «de-sidera» – può essere inteso attraverso due modalità: quella generale di appetizione, cioè di principio che spinge all’azione un essere vivente e quella più ristretta di appetizione sensibile. In tal senso, il desiderio è per Aristotele «l’appetizione di ciò che è piacevole» (De anima). Analogamente Cartesio lo definì come «l’agitazione dell’anima causata dagli spiriti che la dispongono a volere per l’avvenire le cose che essa si rappresenta come convenienti» (Le passioni dell’anima). Simile la definizione che offre Spinoza, per il quale il desiderio è «la tristezza che riguarda la mancanza delle cose che amiamo» (Etica). Ma desiderare, secondo Dewey, è altresì: «L’attività che cerca di procedere per rompere la diga che la trattiene», mentre per Heidegger il desiderare è connesso con la natura del Dasein come essere progettante. Scrive il filosofo tedesco in Sein und Zeit: «L’essere-per le possibilità, si manifesta per lo più come semplice desiderio. Nel desiderio, l’esserci progetta il suo essere in possibilità che non solo non sono mai afferrate nel prendersi cura, ma la cui realizzazione non è né seriamente progettata, né realmente attesa». Dal canto suo, Lacan connette il desiderare al vissuto di incompletezza e di privazione che deriva dalla fuoriuscita dal protettivo grembo materno. In seguito alla rimozione di tale bisogno determinata dall’interdizione paterna, secondo Lacan, tale desiderio risulta costretto a portarsi su degli oggetti sostitutivi di quello primordiale, dando luogo ad una serie di sconfitte e di insoddisfazioni. Il discorso psicanalitico di Lacan è stato poi sviluppato, filosoficamente, dai cosiddetti nouveaux philosophes: Jambet, Lardreau, Némo, etc. Andando al di là degli aspetti sessuali e freudiani dell’analisi lacaniana e rifacendosi alla tradizione metafisica, tali autori hanno intercettato nell’uomo un «desiderio d’essere» che non può trovare appagamento nella finitezza, ma solo nella trascendenza: «ciò che eccede il mondo – scrive Némo in Giobbe e l’eccesso del male – è ciò che interessa l’attesa di un’anima». Del resto Agostino che, già nelle Confessioni tematizza un desiderio privo di oggetto, un desiderio di desiderio – «Assetato d’amore, andavo cercando un oggetto da amare, provando avversione per una via sicura e senza insidie. E avevo fame, dentro di me, di un cibo spirituale, di Te, mio Dio; ma quella fame non mi dava stimoli né desiderio di cibo incorruttibile, e non già perché fossi sazio, ma perché quanto più digiunavo, tanto più ne ero nauseato. Perciò la mia anima era inferma, piagata, si gettava al di fuori, miseramente avida di sfregarsi al contatto delle creature sensibili» (Conf. III, 1, 1) – non sosteneva che: «Il desiderio prega sempre, anche se la lingua tace: se desideri sempre, sempre preghi»? (Serm. 80, 7). E ancora, se pensiamo a Dante – secondo la concezione medievale, nell’uomo vi è un desiderio naturale di vedere Dio (san Tommaso) – non possiamo, forse, interpretare la Divina Commedia come un’opera interamente attraversata dal desiderio quale tensione a un Bene totale, «l’Amor che move il Sole e l’altre stelle»? Accanto a questa sorta di platonizzazione di Lacan, si dà un ripensamento speculativo cruciale dell’antitesi tra bisogno e desiderio. Mentre il bisogno, in senso stretto, è qualcosa di determinato che, una volta raggiunto, provoca soddisfazione, il desiderio esprime una mancanza di fondo avente come unico appagamento possibile l’Infinito. Su questa antitesi tra bisogno e desiderio impulsi decisivi sono stati offerti da Emmanuel Levinas, che scrive ne l’Umanesimo dell’altro uomo: «Il desiderabile non sazia il mio Desiderio, anzi gli dà languore, cibandomi, in certo qual modo di sempre nuove fami». Vale a dire «il Desiderio d’Altri, da noi vissuto nella più banale esperienza quotidiana, è il movimento fondamentale, il trasporto puro, l’orientamento assoluto, il senso». Di impronta “anarchica” e nietzschiana è, invece, la filosofia del desiderio di Deleuze e Guattari. Deleuze, che rifiuta la comprensione della volontà di potenza in termini di dominio, sostiene nell’Anti-Edipo che essa va intesa in termini di trasgressione creativa e di liberazione del desiderio. Non solo Deleuze e Guattari, accusando la psicanalisi di svolgere un’azione repressiva nei confronti di quelle «macchine desideranti» che sono gli individui, si oppongono alla teoria lacaniana volta a separare il desiderio dalla realtà e a ridurne la comprensione in termini di mancanza e privazione. Al contrario essi affermano che il desiderio «produce» realtà e che esso non rimanda ad un vuoto d’essere poiché esso «non manca di nulla. È piuttosto il soggetto che manca al desiderio o il desiderio che manca di soggetto». Se questo è un rapido excursus degli interrogativi che la nozione di desiderio ha destato nella tradizione del pensiero, oggi diventa quanto mai urgente chiedersi se il desiderare non rischi di tradursi in un diuturno appagamento di bisogni o di pseudo desideri alimentati da un consumismo senza posa e da una cultura dell’“usa e getta” che investe trasversalmente cose e persone. Siamo sicuri di sapere ancora distinguere tra un oggetto desiderato e un altro essere che è come me desiderante e che è sempre al di là di ogni mio tentativo di presa e di possesso? Siamo consapevoli delle differenze che passano tra volere, potere e desiderare o la cecità morale, per citare Bauman, che imperversa ci sta inducendo, nel paradosso di un continuo volere, ad un ottundimento del desiderio? Oppure vale la regola che solo chi ha potere può desiderare o, quanto meno, illudersi di farlo? Ma si può desiderare da soli? E quale nesso corre tra tempo e desiderio? Altri spunti vengono da un’analisi delle modalità del desiderare. Il desiderio fisico e quello mentale sono la stessa cosa? Desiderare un sorso d’acqua o imparare una lingua straniera hanno lo stesso valore? Si tratta di un aspetto controverso che potrebbe essere discusso filosoficamente, proprio in un festival che tematizza il desiderare. Sono la stessa cosa il desiderio sessuale e il desiderio di pace e giustizia, o possiamo attribuirli, rispettivamente come vedremo, al piacere e al bene? Esistono infatti teorie del desiderio basate sul piacere e teorie del desiderio basate sul bene che considerano le prime il benessere, le seconde il senso di bontà e giustizia. Come esistono desideri utopici, che si avvicinano ai sogni, soprattutto quando consciamente irrealizzabili. Filosoficamente importante è più il desiderio del bene che il desiderio del piacere. Il concetto nasce con Socrate e la sua teoria – solo apparentemente ingenua – secondo la quale non si può desiderare che il bene, anzi che il bene è tale perché è desiderabile, e che desiderare qualcosa è già pensare che sia bene. Intuitivamente giudichiamo bene qualcosa che desideriamo e che è diverso dal sorso d’acqua o dal piacere sessuale: il desiderio del bene è un principio elevato e complesso. Esiste poi una gradazione dei desideri, da debole a forte a fortissimo, che spingono con minore o maggior vigore alla realizzazione dei desiderata, alla quale il desiderante si applicherà con maggiore o minore impegno e energia. I desiderata possono avere, tuttavia, carattere negativo: e in questo caso? Tutti i desideri sono moralmente leciti e, se no, perché? Quale peso assumono nell’odierna società secolarizzata e surmoderna le ultime parole del Decalogo: «Non desiderare la roba d’altri» e «Non desiderare la donna d’altri»? E ancora, si può ancora desiderare quando vecchie e nuove paure, per rifarsi al compianto Marc Augé, ci insidiano? Quando la tecnocrazia imperversa e l’uomo, per dirla con Günther Anders, è antiquato? Dopo gli eventi drammatici della pandemia in cui i nostri comportamenti sono stati modificati dall’esigenza di contenimento del virus, v’è il rischio che quel distanziamento fisico necessario possa tradursi in un vero e proprio «distanziamento sociale». Si corre il rischio– come ha intuito Massimiliano Valerii – che possa avvenire uno slittamento lessicale tale da far sì che la categoria clinica degli immuni possa fissarsi in un paradigma politico. Il cono d’ombra in cui si è infilato il nostro desiderio è questo: per un verso, vorremmo essere immuni dal rischio di essere contagiati dal desiderio dell’altro, per l’altro, proprio in quanto esseri umani, non possiamo rinunciarvi. E ancora, cosa fare dinnanzi ad una tendenza che è in atto in Occidente e che potrebbe estendersi all’intero pianeta ovvero, per citare Zoja, “il prosciugarsi dell’eros” ossia il declino del desiderio? In questa fase storica dominata dalla diffidenza nei confronti dell’altro, se non addirittura dal rancore e dall’indifferenza – si pensi all’illuminante libro del Cardinale Matteo Maria Zuppi: Odierai il prossimo tuo (con L. Fazzini, Piemme 2019) – può accadere di tutto. - Francesca Nodari


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