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Lunedì, 12 Ottobre 2026 19:24

C’era una volta la conversazione

Comportamenti sociali. Il dialogo crea legame, affettività, empatia ma l’individuo ipermoderno cammina in città senza vedere nulla: tutti i suoi sensi sono assorbiti dallo schermo in una sorta di ipnosi: il convincente saggio di David Le Breton

Che cosa ne sarà di un mondo in cui la comunicazione avrà preso il sopravvento sulla conversazione? In cui il legame sociale con l'altro si stabilirà a distanza senza più una presenza reciproca se non attraverso una sorta di giustapposizione degli individui senza corpo, senza sensorialità, senza sensualità, se non sotto forma di simulazione? È l'interrogativo che attraversa il saggio del celebre antropologo e sociologo David Le Breton. Un testo capace di scuotere le coscienze, di calarsi nello spartiacque che segna il salto d'epoca della nostra contemporaneità: il passaggio dall'homo sapiens all'homo numericus. La conversazione si fonda su una ritualità di parole secondo principi che i partecipanti devono mettere in atto: il rispetto del turno di parola, l'ascolto reciproco, la tonalità di voce, un'attenzione amichevole che respinge l'inciviltà e la distrazione. È uno spazio dialogico che reinventa, ad ogni istante, il mondo nella sua apertura all'altro; è un laboratorio di verifica delle opinioni senza la perversità e l'ambiguità degli scambi anonimi. Crea legame, affettività, empatia. Di qui la differenza tra conversazione e comunicazione: l'una occhi negli occhi, nel respiro dell'altro; l'altra senza presenza, asettica al punto da rendere l'individuo trasparente.

D'altro canto se l'etica comincia dal riconoscimento del volto che incarna la morale della conversazione, i social network sono un trionfo della maschera, un carnevale in cui l'anonimato autorizza ogni possibile abuso. E ancora, se il silenzio è la punteggiatura dello scambio dialogico, tacere è impensabile nel mondo della comunicazione: essa esige risposte immediate. I social network incarnano un mondo senza gli altri: li esorcizzano riducendoli a segni, controllando il contatto, senza responsabilità. In qualsiasi momento è possibile metterli in pausa o interrompere la connessione per farli sparire. L'individuo ipermoderno cammina in città, ma non vede nulla: tutti i suoi sensi sono assorbiti dallo schermo in una sorta di ipnosi. Nelle strade, nei ristoranti, nei caffè gli occhi sono abbassati sullo schermo in un gesto di adorazione.

Questo ricorso ipnotico allo smartphone accresce l'iperindividualizzazione della nostra società, è una declinazione significativa della scomparsa di sé. Le innumerevoli applicazioni, i siti internet, i tutorial contribuiscono anch'essi all'indebolimento dei legami di prossimità circuitando le precedenti relazioni. Le conversazioni di vicinato cadono in disuso: l'altro accanto a noi non è più una risorsa. L'eclissi della conversazione avviene a vantaggio di un iperreale della parola: un eccesso, una proliferazione, una violazione della sua sacralità. Per molti lo smartphone è considerato alla stregua di un partner.

L'accelerazione del cambiamento sociale comporta l'obsolescenza delle esperienze e della memoria. A differenza della conversazione, la comunicazione è una fabbrica di amnesia.

Informazioni e data sottomettono gli individui: il panopticon trova oggi il suo prolungamento in ogni smartphone. In questa 'prigione digitale' l'iperindividuo è una sorta di predatore nei corridoi mercantili della comunicazione: si nasconde dietro uno pseudonimo, un avatar, è senza volto.

L'anonimato favorisce regolamenti di conti, violenze, diffamazione. Nella galassia di Internet proliferano fake news e identità multiple, mentre la cultura della liquidazione dell'altro esprime la volontà di spazzare via ogni sfumatura. Per i giovani, il virtuale è una finestra sul mondo. Lo schermo diventa una protezione dall'incertezza del faccia a faccia, pur mantenendo il contatto. Termine paradossale poiché proprio il contatto nel senso della prossimità fisica e della sensorialità li inquieta e preferiscono scambi in cui il corpo è messo tra parentesi. Questa immersione nelle diverse tecniche della comunicazione ha effetti non solo sulla salute fisica ma modifica profondamente le strutture cognitive delle nuove generazioni. Consapevoli delle conseguenze antropologiche della rete sulla mente dei giovani, molti dirigenti della Silicon Valley mandano i propri figli nelle costose scuole Waldorf, la cui pedagogia si fonda su attività fisiche e lavori manuali senza ricorrere ai dispositivi. In questo contesto, la conversazione diventa una forma di resistenza alle esigenze di rendimento, di connessione e di velocità della nostra società. In effetti, se il virtuale segnala scomparsa del reale, la conversazione lo ristabilisce riconducendo alla presenza dell'altro e all'incarnazione della parola.

David Le Breton, La fine della conversazione. La parola in una società spettrale, Armando Editore, pagg. 132, € 14.

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