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Mercoledì, 02 Settembre 2026 16:14

Enzo Bianchi, la fede aperta al mondo

Enzo Bianchi Enzo Bianchi

Morto a 83 anni il monaco fondatore della comunità di Bose. Più volte ospite a Bergamo, a «Molte fedi» aveva parlato del primato della coscienza e di una fraternità che precede le distinzioni religiose e culturali.

«L'adesione all'annuncio cristiano presuppone una fides qua creditur, una fede con cui si riconosce la positività della vita. Non si può veramente credere in Dio, se non si ha nessuna fiducia negli uomini: "Chi non ama non ha conosciuto Dio - leggiamo nella Prima lettera di Giovanni -, perché Dio è amore"». Anni fa, a Bergamo, dialogando con il filosofo Massimo Cacciari in un incontro della rassegna «Molte fedi sotto lo stesso cielo», Enzo Bianchi si era soffermato sul legame indissolubile che la Bibbia stabilisce tra la dimensione religiosa e la carità verso il prossimo. L'elemento più caratteristico della spiritualità di Bianchi - mancato ieri, all'età di 83 anni, all'Ospedale Molinette di Torino - era appunto il primato che egli attribuiva alla Parola di Dio: sull'esempio offerto dai Padri della Chiesa, intendeva l'ascolto delle Scritture come un esercizio quotidiano capace di illuminare, orientare e rinnovare l'esistenza.

Nato il 3 marzo 1943 a Castel Boglione, un piccolo comune in provincia di Asti, dopo il diploma di ragioniere aveva intrapreso gli studi universitari in Economia e Commercio. Alla fine del 1966, tuttavia, si era stabilito in una cascina abbandonata a Bose, una località del comune di Magnano (Biella). Qualche tempo dopo, si unirono a lui i primi fratelli e sorelle di una nascente comunità monastica con una forte vocazione ecumenica, aperta ai cristiani di differenti confessioni. A distanza di decenni, in un'intervista, Bianchi si diceva stupito della rapida espansione di questa comunità: «Devo anche dire che mi sento fortunato, perché si è realizzato quello che intravedevo già con chiarezza nella mia mente più di quarant'anni fa. Pensavo a una comunità che avesse al suo cuore la Parola di Dio, in tutto: nella liturgia, nella celebrazione della lectio divina, nelle proposte rivolte agli ospiti. La sorpresa nasce dal fatto che Bose è diventata una realtà molto più grande di quanto immaginassi. Pregavo sovente, tra il 1966 e il 1968, che il Signore mi concedesse qualche confratello: "Sei o sette sono più che sufficienti", mi dicevo».

Già il 1° gennaio del 1970, lo scolopio Ernesto Balducci, nel suo «Diario dell'esodo», annotava che «su una collina, nei pressi di Biella, un gruppo di cristiani di diversa confessione ha occupato, da due anni, le poche casupole lasciate vuote dal piccolo nucleo di abitanti migrati in città. Sono case per modo di dire: il vento fischia tra le fessure e la nebbia che le avvolge sembra quasi dipanarle e portarsele via. Non c'è nemmeno la luce elettrica. C'è la fede paradossale di questi amici che si propongono di preparare, in assoluta povertà, il cristianesimo di domani».

Priore di Bose fino al gennaio del 2017, Bianchi ha firmato numerosi saggi di teologia, esegesi e spiritualità, svolgendo anche un ruolo di rilievo nella vita della Chiesa, non solo italiana; inoltre, è stato spesso ospite in importanti manifestazioni culturali, come il Festivalfilosofia di Modena, Carpi e Sassuolo o la rassegna itinerante Filosofi lungo l'Oglio. In epoca recente, però, erano sorgere tensioni all'interno della comunità da lui fondata: nel 2020, in seguito a una visita apostolica, la Santa Sede prescrisse a Bianchi di lasciare Bose «per un tempo indeterminato, al fine di aiutare il processo di rilancio della vita comunitaria».

Trasferitosi ad Albiano d'Ivrea, egli avviò con alcuni compagni una nuova esperienza di vita comune, quella della Casa della Madia. Molto più delle controversie che portarono all'allontanamento da Bose, vorremmo qui sottolineare la stima di cui Enzo Bianchi godeva presso molti intellettuali laici: ricordiamo tra questi, oltre a Cacciari, il filosofo Umberto Galimberti, il giurista Gustavo Zagrebelsky, lo psicoanalista Massimo Recalcati. Protagonisti in più occasioni, insieme a Bianchi, di dibattiti pubblici, sembravano apprezzare particolarmente, in lui, la serena testimonianza di un cristianesimo non imbronciato, non ripiegato sulla difensiva, ma capace di interloquire seriamente con l'umanità del nostro tempo.

A Bergamo, nell'intervento già menzionato, Enzo Bianchi aveva fatto riferimento a «quella che forse è stata l'acquisizione maggiore del Concilio Vaticano II. Intendo la riscoperta del primato della coscienza personale, che nella costituzione pastorale Gaudium et spes viene descritta come "il nucleo più segreto e il sacrario dell'uomo, dove egli è solo con Dio, la cui voce risuona nell'intimità"».

«Certo - aveva aggiunto Bianchi -, la coscienza morale va costantemente rischiarata e formata: a essa però, in ultima istanza, credenti e non credenti sono tenuti a obbedire. In base a questo principio, è possibile per tutti noi sperimentare una comune fraternità-sororità umana che precede le distinzioni religiose e culturali. Si dispiega così anche una nuova "frontiera" del cristianesimo: anziché concentrarsi su sé stessa, preoccupata per la propria consistenza numerica, la comunità cristiana ha il compito primario di annunciare a ogni uomo il Vangelo, la buona notizia che egli non è nato per caso ed è degno di essere amato. Solo prestando questo servizio all'umanità, i cristiani eviteranno in un prossimo futuro di ridursi a una setta in concorrenza con altre».

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