La rassegna Filosofi lungo l'Oglio entra nella sua fase conclusiva. Lunedì 13 luglio, a Chiari, parla lo studioso che forse più naturalmente può declinare all'interno della sua ricerca il tema di quest'anno, «ascoltare»: David Le Breton, nato a Le Mans nel 1953, sociologo e antropologo, è membro onorario dell'Institut universitaire de France.
Professor Le Breton, in quale momento la comunicazione diventa ascolto?
«Contrappongo la conversazione alla comunicazione, nella quale l'ascolto diventa oscillante e facoltativo. La conversazione richiede disponibilità, attenzione all'altro, scambio, divagazione, interiorità, il valore del volto, l'incertezza del percorso. Essa è una consacrazione reciproca, ma esige che il filo invisibile che unisce gli individui presenti non si spezzi, cioè che l'ascolto non venga meno: quella sorta di benevolenza verso l'altro che porta a riconoscerne il valore attraverso l'attenzione che gli si dedica».
Accanto alla parola, l'altra componente fondamentale della conversazione e dell'ascolto è il silenzio. Quale ruolo svolge nelle relazioni sociali?
«La conversazione non è una relazione funzionale, ma un incontro, un'apertura all'inatteso. Nella conversazione, il silenzio è raramente percepito come un disagio: radica la parola, la nutre del suo humus, ne costituisce il respiro attraverso le pause che indicano i turni di parola o i momenti più meditativi. Il silenzio è il compimento della parola, è quel momento di sospensione in cui l'idea percorre la sua strada. Per questo, nella parola, linguaggio e silenzio si mescolano continuamente e si nutrono l'uno dell'altro».
Lei ha detto che gli smartphone e la tecnologia sono gli strumenti di un flusso incessante di comunicazione i cui frutti sono l'amnesia e l'oblio...
«La comunicazione digitale perde la sua dimensione di sacralità, si profana nella sua ripetizione senza fine, nella sua impossibilità di tacere. Lo schermo è un rifugio narcisistico che allontana le incertezze della relazione con l'altro, risparmia l'avversità, l'imprevedibilità del mondo. La derealizzazione dell'altro accanto a sé, anche dei più vicini, o piuttosto la loro intermittenza esistenziale, conduce alla disgregazione della conversazione e, di conseguenza, del legame sociale».
Uno dei temi caratteristici del suo pensiero è quello della "blancheur". In che modo la scomparsa dell'ascolto conduce al desiderio di scomparsa dell'io, al bisogno avvertito da molti di dissociarsi da sé stessi?
«L'individuo chino sul proprio smartphone ascolta la sua musica o guarda i suoi video in una chiusura narcisistica di sé. L'altro, vivo accanto a lui, è un intruso che lo disturba se gli rivolge la parola. Interrogato instancabilmente nel corso della giornata, talvolta più di cento volte, lo smartphone permette di essere al tempo stesso qui e altrove, senza gli altri; autorizza strutturalmente un ripiegamento su di sé inedito nella storia, su scala planetaria. L'ambiente sociale diventa facoltativo: vi si entra o se ne esce a piacimento grazie al ricorso allo schermo. Molti contemporanei trascorrono una decina di ore al giorno davanti al loro schermo, diventato una sorta di piacevole narcotico. Sì, è una forma di blancheur, una sorta di coma desiderato, una defezione dal legame sociale nella passione per il divertimento e nel ritiro dal legame sociale vivo».