Ascoltare il silenzio. Un ossimoro apparentemente. Come si può, infatti, ascoltare ciò che per definizione, non ha voce? Qualcosa che non ha sostanza, che è non-essere (e che, seguendo la lezione di Parmenide, non è nemmeno esprimibile oltre che non intellegibile).
Ci proverà Francesca Rigotti, che interverrà stasera alle 21 a Villa Morando di Lograto (via Calini 9, ingresso libero; in caso di maltempo l'incontro si terrà alla Parrocchia Ognissanti, via Frati 19). La nota filosofa proporrà nella sua lectio una riflessione sul paradosso del silenzio, presenza invisibile che sfugge alle parole e tuttavia accompagna ogni autentica esperienza di ascolto, per interrogare il rapporto tra assenza e presenza, luce e buio, parola e pensiero.
Seguirà la presentazione del libro «Liberitutti. O siamo liberi tutti o non è libero nessuno» (Parallelo42 Contemporary art) con la partecipazione di Marco Ermentini, Gigliola Staffilani e la stessa prof. Rigotti, moderati da Mariantonietta Firmani. Francesca Rigotti, oltre ad aver insegnato all'Università di Göttingen e all'Università della Svizzera Italiana, ha all'attivo moltissime pubblicazioni tra cui «L'era del singolo» (Einaudi 2021). L'abbiamo intervistata.
L'Intervista
Professoressa, ci illumini: cosa significa «ascoltare il silenzio»?
Tutto il contenuto della mia lectio, a partire dal titolo, è un paradosso, un'affermazione cioè che contrasta con l'esperienza comune. Come è possibile, infatti, ascoltare qualcosa che non c'è, che è nulla, assenza di rumore, di suono e di parola, fenomeno zero, non-essere, come lo è il buio, se il buio è solo assenza di luce? Ma non potrebbe essere invece che anche il silenzio, come il buio, sia un'entità a sé, con caratteri propri? Cercheremo di scoprirlo.
In effetti in determinate esperienze il silenzio può «urlare più forte di qualsiasi voce...»
Il silenzio, il non poter parlare, è la condizione di molte persone diseredate, sole, povere, dei migranti che non conoscono nemmeno la lingua per parlare. Ha rappresentato la condizione delle donne, degli eretici, dei liberi pensatori, di tutti coloro che nei secoli sono stati silenziati affinché non parlassero, e lo sono ancora. Ma è anche un silenzio che «urla» perché chiede, ancora paradossalmente, giustizia, riconoscimento, rispetto. Un silenzio che vuol dire «ascoltateci, guardateci, siamo qui, ci siamo anche noi».
Silenzio e buio come assenza, non-essere. Non è un'aporia dal punto di vista filosofico?
Interessanti sono per il nostro tema i pensieri di Wittgenstein in quanto espressione del disintegrarsi del nostro mondo cosale, espressione della perdita di senso. Il filosofo chiude il «Tractatus», la prima fase del suo filosofare, con la celebre frase «di ciò di cui non si può parlare è bene tacere», dichiarando così prive di senso le suas stesse argomentazioni. E forse sarebbe meglio tacere per rimanere filosofi: Si tacuisses, philosophus mansisses, scrisse Boezio nel «De consolatione philosophiae»; taci, se vuoi essere filosofo, se parlando ti illudi di rivelarci il mondo quale è veramente e realmente.
A proposito di parole e silenzio, lei ha scritto il saggio al testo di Giacomo Matteotti, «Il consenso e la forza. L'ultimo discorso del 30 maggio 1924». Quale messaggio arriva fino a noi?
In questo caso si passa dal silenzio alla parola. La terra della libertà di parola è quella in cui gli oratori possono passeggiare e parlare liberamente e dove sono previste discussioni pubbliche. Non era questo il caso del Parlamento italiano nell'anno 1924. Il regime era già una dittatura, da cui non ci si può aspettare né la salute delle istituzioni né l'incolumità dell'individuo. Contro la dittatura bisogna parlare e Matteotti trovò il coraggio per farlo e fu ucciso.
Ma il silenzio può essere anche un'espressione di libertà?
Oggi una strana nuova forma di censura vorrebbe che esprimessimo consenso o dissenso nei confronti di una specie di pensiero unico per poter praticare attività pubbliche, anche cantare e scrivere. Mi dispiace ma non ci sto e preferisco il silenzio all'espressione forzata delle mie opinioni, anche se sono «corrette».