In copertina è riprodotto quello dipinto nel gennaio 1889. In esso il pittore appare con una fascia sul viso, a coprire l'orecchio che lui stesso si amputò nella vigilia di Natale del 1888. Una mutilazione che, per Cacciari, si accompagna a quell'andare di Van Gogh sulla terra come un'«anima straniera»; ma che appare nello stesso tempo come un atto «euforico» e «libero», associabile alla «laetitia» che «il poter-strapparsi-via suscita».
Professor Cacciari, quale significato attribuisce, dunque, a quel dipinto e al gesto del pittore? Lo colloco nel contesto della sua opera e della sua vita. È un momento di disperazione perché Van Gogh si sente non solo abbandonato, ma sente di esserlo per propria colpa, perché non riesce a donarsi come vorrebbe. E quindi compie il sacrificio di sé con quell'atto.
Lei ha parlato di un anelito mistico, quasi francescano... In Van Gogh c'è una forte componente religioso-mistica. Non c'è alcun dubbio, lo testimoniano anche tante sue lettere che sono grandi capolavori letterari. Viveva nell'angoscia di non riuscire ad essere buono, il che ha un significato analogo alla «paupertas» francescana: «Non sono abbastanza povero, non sono riuscito a fare abbastanza vuoto in me, a spogliarmi radicalmente nudo sulla nuda terra». Questi sono motivi mistico-religiosi a cui non saprei richiamare altri se non san Francesco.
La tensione del pittore di fare sacrificio di sé trova una corrispondenza in ogni altro ente? Lei scrive che nei quadri di Van Gogh si mostra come ogni cosa sia coinvolta nello sforzo di ascolto e dialogo con ogni altra. Ogni cosa è effusiva, come i soli di Van Gogh. Ma non lo è senza senso: è effusiva verso l'altro. Ogni cosa cerca di illuminare l'altra cosa, di donare luce all'altro. Questo è il tormento delle cose per Van Gogh: si contorcono per far luce e per donarla all'altro. Aggiunge che questo ascolto «non fa uscire da sé ma riconduce a sé stessi»...
Riflette su come il pittore cerca di rappresentare le cose nella loro realtà, ma nello stesso tempo «sub specie aeternitatis»... Questo è il valore della cosa che in Van Gogh è intramontabile. Pur morendo le cose, pur appassendo i girasoli, anche nel momento del suo venir meno l'ente non può finire nel nulla. È «natura naturans» sempre, ma nell'accezione che ho detto: natura effusiva, perché tende a penetrare nella vita dell'altro.
Non è, tuttavia, proprio la finitezza di ogni ente a impedire di superare del tutto la distinzione tra soggetto e oggetto? Van Gogh sente che l'ente appassisce, ma anche nel venir meno della luce e dell'energia che lo costituiscono l'artista avverte che anche il passato, l'essere stato, «è» inevitabilmente. Da questo punto di vista uso quella bella espressione di Wittgenstein secondo la quale, appunto, «l'opera d'arte è l'oggetto visto sub specie aeternitatis».
Propone un confronto con Cézanne e con la sua capacità di dare ordine al cosmo nei dipinti... Cézanne condivide con Van Gogh la visione completamente anti-impressionistica: la massima bestemmia che si può dire è confondere Van Gogh con l'impressionismo. Cézanne, però, è un grande costruttore, un io forte che ordina spazi, compone e armonizza colori, domina i molteplici e dà loro una forma. Un colossale maestro della forma, ciò che Van Gogh non è mai. Questo può essere visto anche come un limite della sua pittura, ma la ragione non è una mancanza tecnica. La sua visione del mondo è diversa: esso per lui non si compone mai armonicamente, ma è fatto di contraddizioni e dissonanze.
Il professore emerito di Estetica ha dedicato all'artista un libro edito da Morcelliana Appuntamento stasera alle 21 a Orzinuovi nel solco del tema di quest'anno «Ascoltare»