Skip to main content
Mercoledì, 03 Giugno 2026 20:46

La tecnologia uccide la relazione. Solo dall’incontro nasce l’umanità

Francesca Nodari, filosofa morale e direttrice scientifica del Festival Filosofi lungo l'Oglio. Francesca Nodari, filosofa morale e direttrice scientifica del Festival Filosofi lungo l'Oglio.

Dalla capacità di ascolto può partire una ricostruzione del legame sociale

Ci sono parole che sembrano essere uscite definitivamente dalla pragmatica del nostro linguaggio, che sembrano aver perso forza, smalto come se il loro significato non facesse più segno ad alcunché. Eppure nel loro essere – costitutivamente – parole controtempo ci aiutano a calarci tra le pieghe del reale, a interrogarci sulla nostra esistenza. Tra queste parole rientra senz’altro l’ascolto.

In una società iperconnessa, fluida, attraversata da autostrade informatiche il soggetto, come osserva Byung Chul Han, è ridotto a “Inforg” (dalla crasi tra informational e organism) e le cose, che hanno perso il loro carattere di oppositività, in meri agenti che trasferiscono informazioni. Viviamo nell’era dell’infocrazia dove il nostro stare al mondo ha subìto un cambiamento radicale con l’avvento dei cellulari e, in seguito, degli smartphone a partire dagli anni ’90: il primo iPhone è stato presentato da Steve Jobs nel 2007.

Per strada, al ristorante e in ogni dove lo spettacolo è sempre lo stesso: trilli di ogni genere, testa fissa sul dispositivo innalzato a “devozionale”, sguardo che corre veloce a verificare l’arrivo dell’ennesima notifica, proliferazione di fake news, la pratica del “phubbing” che deriva dalla contrazione di phone e di snubbing (ignorare) che traduce il fatto di inviare messaggi continuando a guardare il proprio interlocutore negli occhi, mentre questi attende pazientemente di poter parlare con noi.

Come mostra magnificamente Maurice Blanchot: «Parlare non è vedere. Vedere è forse dimenticare di parlare, e parlare è attingere, in fondo alla parola, l’oblio che è l’inesauribile».

Quasi senza accorgersene il soggetto contemporaneo si trova ai limiti di un dirupo: il rischio di sacrificare sull’altare della comunicazione, l’irrinunciabilità della relazione. Ossia il fatto che la nostra identità passa necessariamente attraverso l’alterità dell’altro, il fatto che gli esseri umani sono gli unici esseri viventi dotati di linguaggio. Da ciò ne viene che il pensare è tale solo nel rapporto con l’altro e come rapporto con l’altro.

La vera umanità del nostro essere-persone si decide quindi in questo incontro che è, di volta in volta, qualcosa di nuovo: non qualcosa di sempre disponibile, bensì qualcosa che va sempre originariamente conquistato. Ciò significa che la nostra umanità, che è la nostra libertà, si realizza solo nella sua temporalità in quanto tale, intesa come il suo temporalizzarsi, ossia nel decidersi ad iniziare qualcosa con sé stessi facendosi incontro all’altro. La nostra umanità risulta quindi “salva” quando è intesa come “groviglio di responsabilità”. Essa si realizza grazie al fatto che (e nel momento in cui) rispondo all’altro in quanto sé stesso.

Uno dei padri del pensiero dialogico, Franz Rosenzweig, ci ricorda che «la differenza tra pensiero vecchio e pensiero nuovo non consiste nell’esprimersi a voce alta o a voce bassa, bensì nel bisogno dell’altro, o che è lo stesso, nel prendere sul serio il tempo».

Ma se oggi ci si limita a sentire, ciascuno chiuso nella “turris eburnea” del proprio egoismo, se ciò che conta è la prestazione, la competizione, il proprio tornaconto personale; e ancora se il virtuale sembra prevalere sul reale sacrificando il vis-à-vis a “promesse di relazione”, all’essere connessi alla perfezione senza tuttavia essere legati gli uni agli altri, allora la conclusione che trae David Le Breton si fa tangibile: «Il legame sociale è più un dato ambientale che un’esigenza morale».

Come dire: la comunicazione sta portando al venir meno della conversazione, sta conducendo ad esiti drammatici quali la scomparsa dell’altro. Del suo volto. E persino della sua voce. Di qui il darsi di una progressiva incapacità di ascolto: un’incapacità che si traduce in incomprensione, polarizzazione, chiusura, isolamento quasi autistico del sé e il venire alla luce – fatto non trascurabile – di ciò che potremmo definire una delle patologie del XXI secolo: la solitudine.

Quando nell’Opus postumum di Immanuel Kant leggiamo che «il pensiero è un parlare, e questo un udire», ci domandiamo, con Bernhard Casper, se in questa osservazione lapidaria non siano già abbozzati i fondamenti della filosofia contemporanea.

Si pensi soltanto al distinguo introdotto da Emmanuel Levinas tra dire e detto, o se così possiamo esprimerci, tra “parola parlata” o sincronica e “parola parlante” o diacronica: se la prima si esplica in un detto in cui l’autore è in contumacia, la “parola parlante” – che presuppone «la possibilità per la ragione di essere altra per una ragione» – è una parola che accade ne «la ragione come tu», nel fatto che di fronte a me ci sono altri: un paradigma che sta «alla base di tutte le relazioni sociali».

Al punto che precisa ancora Levinas: «Si può, naturalmente, concepire il linguaggio come un atto, come un gesto del comportamento. Ma allora si omette ciò che è essenziale nel linguaggio: la coincidenza del rivelatore e del rivelato nel volto, che si attua situandosi al di sopra di noi – insegnando».

Il volto, ci convoca e ci invoca, ci invita ad uscire dal nostro “splendido” isolamento, reclama con la sua “parola d’onore”, la nostra responsabilità, l’“eccomi” che inaugura una relazione autentica, l’“eccomi”, che è la significazione stessa dell’ascoltare.

Ma è ancora possibile ascoltare in un contesto che premia chi parla più forte, chi semplifica, chi grida, chi prevarica l’altro? E che cosa accade quando l’ascolto è negato: quali forme di sordità morale, di indifferenza, di violenza ne derivano?

Dopo gli eventi traumatici della pandemia, che hanno profondamente inciso sulle nostre relazioni e sui nostri modi di stare insieme, l’ascolto si rivela una pratica quanto mai necessaria e, al tempo stesso, problematica. Non è forse dall’ascolto che può partire una ricostruzione del legame sociale?

Ma ascoltare espone, rende vulnerabili, costringe a fare i conti con ciò che disturba e inquieta. Per questo, spesso, preferiamo non ascoltare affatto ignorando ciò che già Plutarco intuì: «Il primo passo per vivere bene è saper bene ascoltare».

Le Video lezioni

Sul nostro canale youtube puoi trovare tutte le video lezioni del nostro Festival di Filosofia.