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Domenica, 08 Marzo 2026 03:03

LACRIME DI DOLORE MA ANCHE DI SALVEZZA

Alle radici del male. Dieci anni dopo il suo precedente libro autobiografico Francesca Nodari si rivolge nuovamente al padre ma non si definisce più Dolores, chi soffre, ma «Nata contro», cioè chi alla crudeltà inflitta ha deciso di reagire

Esiste il male, la malvagità, o per meglio dire ci sono persone coscientemente e volutamente malvage, cattive, crudeli, che infliggono ad altri coscientemente e volutamente cattiverie e crudeltà, che ne godono e ne traggono soddisfazione? Se la crudeltà è il più crudele dei mali e il primo vizio assoluto di alcune persone, come sostiene Judith Shklar, filosofa politica del Novecento che in Italia si comincia da poco a studiare, si direbbe di sì.

È raro che i filosofi parlino della crudeltà, della crudeltà morale e fisica. Non c'è un dialogo platonico che la contempli. Forse è una minaccia alla ragione troppo profonda persino per i filosofi. Infliggere deliberatamente dolore a un essere più debole per causare angoscia e timore, assevera Shklar, non è neanche un'offesa contro Dio - così sono dipinti i peccati cristiani - bensì un torto commesso interamente verso un'altra creatura; è un verdetto umano sulla condotta umana, non la trasgressione di una norma divina.

Ma perché stiamo qui a riflettere su crudeltà e cattiveria? Per introdurre un testo autobiografico pieno di implicazioni filosofiche: si tratta di Nata contro, della filosofa levinasiana Francesca Nodari, direttrice scientifica del Festival Filosofi lungo l'Oglio e collaboratrice di questo inserto domenicale del Sole24 ore. II libro è dedicato a Maria Rita Parsi, la nota psicologa e psicoterapeuta scomparsa il 2 febbraio, pochi giorni dopo l'uscita del volumetto. Parsi non ci sarà a presentarlo, e nemmeno a partecipare al Festival nella sua funzione di membro della giuria del premio letterario e in quella più confidenziale di «madrina» del festival stesso, che chiudeva ogni volta con una lezione che più che tale era un fuoco d'artificio di pensieri. L'edizione di quest'anno, che si svolgerà nei mesi di giugno e luglio «lungo l'Oglio», sarà a lei dedicata, e dal momento che si tratterà di «Ascoltare», mai tema migliore sarebbe potuto toccarle.

Il libro di Nodari è la prosecuzione ideale del suo precedente scritto autobiografico: Storia di Dolores. Lettera al padre che non ho mai avuto, del 2016. Dieci anni dopo la filosofa si rivolge nuovamente al padre, tanto padrone quanto crudele e malvagio, ma non si definisce più Dolores, chi soffre, ma Nata contro, cioè chi al dolore inflitto con crudeltà ha deciso di reagire. Una Antigone dunque, che si «fa carico» del padre affrontando volontariamente il quotidiano andirivieni da e per il nosocomio, i confronti con i medici, l'ostilità della nuova moglie e della figlia di lei; Antigone figlia trascurata, negata, respinta per nessun altro motivo che l'essere al mondo, che soffre perché imprigionata nell'odio quando vorrebbe vivere nell'amore; perché incapace di provare l'amore filiale ma la pietas sì, per l'uomo ridotto in fin di vita in circostanze misteriose, del quale segue l'agonia facendosi carico della sepoltura.

Non conosciamo i motivi, né è dato conoscerli alla figlia, per i quali quest'uomo, detto in paese Belzebù, terrorizza la bambina. Antigone da piccola non era in grado di pronunciare la parola papà perché - scrive ora -: «si trattava, soltanto, di un'accozzaglia di lettere prive di senso poiché più gli anni passavano più aumentava la sua brutalità ferina. La sua figura sembrava segnata da una doppia costante: l'ammasso informe di quelle mani per me sempre troppo grandi e minacciose e quegli occhi spiritati di un grigio demoniaco»(p. 19). Litigi e urla in casa fanno sì che la bambina si senta sicura e tranquilla soltanto alla scuola materna, dalle suore. E tante volte, dico io, è vero che un orfanotrofio sereno e ben gestito è meglio di una famiglia brutale e litigiosa, e molti bambini se lo sognano. Come una famiglia affettuosa e serena nel bosco è meglio di un istituto organizzato in cui si mangia nei piatti di plastica e si vive una vita di affetti di plastica.

Tornando al libro, il padre biologico a un certo punto si risposa, esce dalla quotidianità di Antigone ma non dai suoi pensieri dolorosi e il passato torna spesso a bussare portando ricordi di gesti crudeli. Eppure, ci si potrebbe chiedere ancora con Judith Shklar, quel tormentatore, i tormentatori, non sono anch'essi vittime? Non hanno forse sofferto a loro volta brutalità, ingiustizie, privazioni? Sono vittime solo quelli da loro tormentati, o non siamo tutti vittime e carnefici, a seconda delle circostanze? Non potrebbe essere che tutti noi ci scambiamo le parti, in un eterno dramma di crudeltà reciproca? Judith Shklar, ebrea di nascita (ma atea di convinzione, atea virtuosa come i suoi eroi intellettuali Montaigne e Montesquieu) fu profuga, costretta a fuggire con la famiglia da Riga in Lettonia nel 1938 (aveva undici anni) per approdare dopo un incredibile viaggio con la Transiberiana prima in Giappone e poi in Canada. Tuttavia Shklar, vittima della persecuzione razziale, riesce a scrivere che le vittime della tortura politica e dell'ingiustizia talvolta non sono migliori dei loro torturatori: aspettano soltanto di scambiare il ruolo. La condizione di vittima non rende necessariamente migliore chiunque e comunque.

Eppure il dolore crudelmente inflitto a esseri indifesi, specialmente bambini incapaci di difendersi, commuove spesso anche le persone più insensibili. Nessun bambino - che pure può subire una punizione per motivi di educazione o di sicurezza pubblica -dovrebbe meritare brutalità e tormenti, Se questo accade potrà forse reagire crescendo, come qui Antigone, con la filosofia, intesa non soltanto come conoscenza ma come amore per la saggezza o, levinasianamente, saggezza dell'amore. Una Antigone fortificata dall'esperienza, che ha potuto contare sulla «compassione del cielo» e sul valore salvifico che custodiscono le lacrime, nella tradizione ebraica <de acque che piangono». Un'esperienza che tutti ci segna e talvolta anche ci travolge, ma che rende unica e preziosa l'esistenza di ciascuno.

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