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Domenica, 04 Gennaio 2026 02:20

NON SOTTOVALUTARE IL POTERE DELLA DIMENTICANZA

Sergio Della Sala: Perché dimentichiamo. Una scienza dell'oblio Sergio Della Sala: Perché dimentichiamo. Una scienza dell'oblio

Nel linguaggio comune si tende a considerare la memoria come un meccanismo per mantenere il passato. Non sarebbe utile né funzionale conservare ogni cosa. Dimenticare è un'operazione di manutenzione cognitiva. Dimenticare è importante quanto ricordare. E questo il fil rouge che attraversa l'accattivante saggio di Sergio Della Sala: Perché dimentichiamo.

Una scienza dell'oblio. Il cervello umano si è sviluppato per rispondere all'esperienza primaria della sopravvivenza in un ambiente ed è programmato per reagire secondo le seguenti regole: salvarsi, saziarsi, scappare e riprodursi. Nel corso dei secoli il funzionamento della memoria è stato spiegato attraverso le conoscenze disponibili dell'epoca. Per Platone era una tavoletta di cera, per S. Agostino una libreria infinita. Poi si è passati a paragonare la memoria ad una macchina fotografica fino alla recente analogia con il computer. Ma la memoria non è un archivio immutabile: è un sistema dinamico. Seleziona, rielabora, dimentica. Il cervello, a differenza del pc, è un organo biologico dotato di consapevolezza. Al contrario, il computer si costruisce per assemblaggio, segue schemi predefiniti, con componenti fisici che non crescono, non si modificano, non apprendono. Tutti noi ci illudiamo di poter ricordare password e dettagli senza annotarli e combattiamo ogni giorno contro ostinativuoti di memoria, ma dimenticare è necessario.

Borges, nella sua raccolta di racconti Finzioni, narra la storia di Ireneo Funes, dotato di una memoria portentosa scoperta in seguito ad una caduta da cavallo. Questi non dimenticava niente: ogni parola, ogni sensazione, ogni immagine venivano registrati nella sua mente che, sovraccarica di particolari, non trovava tregua. Funes incarna il paradosso della memoria perfetta: sapere tutto significa non poter ragionare su tutto. Ecco perché l'oblio non è una mancanza, ma una necessità. Sono stati stimati 256 tipi di memorie ed è ragionevole presumere che esistano diversi tipi di oblio. Dobbiamo essere sempre scettici nei confronti di chi ci promette di renderci più intelligenti, o con più memoria, proponendo soluzioni rapide e senza sforzo con programmi venduti a caro prezzo. Se vogliamo imparare qualcosa, dobbiamo studiare a fondo, facendo propria la pratica della ripetizione e la teoria dello sforzo mentale. Benché, per secoli, il cuore sia stato considerato l'organo supremo, oggi sappiamo che il vero centro delle emozioni e della memoria risiede nel cervello.

Eppure la visione aristotelica ha segnato profondamente il pensiero occidentale. Ancora oggi, memoria e cuore sono legati nel linguaggio comune: ricordare significa «rimettere nel cuore» così come scordare è l'atto di «togliere dal cuore». Vogliamo ricordare oppure non riusciamo a dimenticare: con i nostri ricordi abbiamo un rapporto complesso di amore e di odio. Dobbiamo a Hermann Ebbinghaus una delle scoperte più importanti della psicologia: la forma della curva dell'oblio. Questa curva ha una forma a gomito: uno scivolo rapidissimo che poi si appiattisce, a rappresentare che dimentichiamo metà delle informazioni entro un'ora. Cosa significa questo? Il fatto che la maggior parte di ciò che impariamo si dissolve rapidamente, ma quello che resta tende a stabilizzarsi nel tempo. Ma è davvero solo il tempo che passa a farci dimenticare o ciò che, intanto, accade può disturbare la nostra memoria? Non dimentichiamo solo perché passa il tempo, ma anche perché impariamo altro. Ed è proprio questo «altro» ad interferire. È l'intuizione di Georg Miiller, che prese il nome di teoria dell'interferenza.

In questa scienza dell'oblio, l'autore passa in rassegna scoperte, studi come, ad esempio, quelli effettuati sul paziente H.M. Henry Molaison al quale il chirurgo resecò entrambi i lobi temporali del cervello, inclusigli ippocampi. H. M. continuò a vivere, ma non fu più in grado di imparare nulla. Questo caso ci dimostra che l'ippocampo serve a formare nuovi ricordi, ma non a immagazzinare quelli vecchi. L'erosione dei ricordi può diventare patologica quando l'ippocampo smette di funzionare: per esempio per un ictus cerebrale, per un trauma cranico, per mancanza di ossigeno. Fu proprio un'infezione virale da herpes simplex a causare la grave lesione cerebrale di Clive Wearing noto come «l'uomo con la memoria di 7 secondi». Questa infezione intaccò gli ippocampi di Clive, provocandogli un'amnesia quasi totale. Direttore d'orchestra d'eccezione, scelto per l'accompagnamento nuziale dell'allora Principe Carlo e di Diana Spencer, dopo la lesione è stato costretto a vivere in un eterno presente. Ogni esperienza svaniva dalla sua mente in pochissimo tempo, ma il suo amore per la musica è rimasto intatto. Anche l'amore per sua moglie è rimasto invariato, o meglio, fisso nel tempo, perché non si ricordava del divorzio. Della Sala si sofferma nella descrizione dei fenomeni che si manifestano nel quotidiano quali il déjàvu, il vuoto di memoria, i difetti di monitoraggio - ovvero la capacità di distinguere tra un'azione compiuta e un'azione realmente pensata -, la dissonanza cognitiva ossia il disagio psicologico che si prova quando si hanno credenze in contraddizione tra loro: è il caso del fumatore che, pur essendo consapevole dei rischi per la salute associati al fumo, minimizza tali pericoli. Esattamente come il giocatore d'azzardo che non riesce a smettere. Dimenticanze quotidiane possono essere causate anche dallo stress o dalla distrazione come quando non ritroviamo l'auto parcheggiata.

Eppure senza dimenticare non potremmo scegliere cosa ricordare. Senza dimenticare saremmo intrappolati nei ricordi, incapaci di andare avanti. Il vero potere della mente non è ricordare tutto, ma scegliere cosa lasciare andare. L'oblio non è la perdita, ma la chiave per capire il nostro presente e costruire il nostro futuro. 

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