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Martedì, 18 Settembre 2018 14:12

«La verità isola e diventa spesso crudele: le bugie sono relazionali»

Scritto da Francesca Nodari - Giornale di Brescia
il filosofo Andrea Tagliapietra il filosofo Andrea Tagliapietra

Sarà «Persona» il tema del prossimo FestivalFilosofia, già in calendario dal 13 al 15 settembre 2019 a Modena, Carpi e Sassuolo. L'edizione 2018 si è appena chiusa con 185mila presenze che, secondo uno studio, creano un ritorno economico pari a quattro volte il costo della manifestazione. Di «Inganni e finzioni di verità», tra gli altri, ha parlato Andrea Tagliapietra, professore di Storia della filosofia all'Università Vita-Salute San Raffaele di Milano.

Prof. Tagliapietra, esposti come siamo al continuo bombardamento di informazioni, spesso categorizzatili come fake news, fino a che punto possiamo sostenere che l'inganno è un mezzo che giustifica machiavellicamente il fine? Come lei sostiene nel suo «La virtù crudele. Filosofia e storia della sincerità» (Einaudi 2003) dire sempre la verità non conviene...

Usiamo dell'inganno e siamo usati dall'inganno: il fine è la sopravvivenza. Dire sempre la verità, non solo non conviene ma, se fosse realmente possibile farlo, la stessa impalcatura della società umana non starebbe in piedi. Perché la verità isola e spesso diventa «crudele». Nella menzogna si dà la consapevolezza strategica dell'alterità dell'altro. Le bugie sono relazionali. Per mentire bisogna essere in due. La verità non è un dato, ma il risultato di un'operazione simbolica non diversa, ma solo più efficace e duratura, perché non situazionale, di quella che sta dietro alla costruzione della menzogna che è, invece, situazionale. È la fissazione sui «fatti» rispetto alla dinamica dei processi che determinano, di volta in volta, l'orizzonte in movimento degli eventi, che costituisce il problema critico a monte della differenza fra verità e inganno. È il feticismo dei fatti ciò che si deve incalzare se si vuol smascherare la «sfrontatezza del potere», come la chiamava Adorno.

Che cos'è la sincerità e perché la sincerità assoluta è impossibile?

Noi non siamo macchine parlanti e ci fidiamo gli uni degli altri non perché ci diciamo tutto, ma proprio perché non si può dire tutto. Verità e menzogna ridotte alla fissazione delle pratiche linguistiche: «dire tutta la verità» o «fare tutto quello che si dice», non riescono a celare l'implicito totalitarismo del loro esercizio, che si scontra con la dinamica, sempre parziale, del nostro essere singolarità viventi. L'affidabilità degli altri non si misura mai sulla parola «fidati di me» è un appello che risulta spesso superfluo e da chi afferma «te lo dirò sinceramente» c'è sempre da guardarsi -, ma sulla durata dei comportamenti «soggetti al tempo», che rendono le parole del tutto inutili, se non persino controproducenti.

In che termini andrebbe messo in discussione il principio socratico secondo il quale virtù, sapere e felicità sono un tutt'uno e per quale ragione la distinzione tra autenticità e sincerità è la giustificazione della dicotomia tra persecutori e vittime?

La verità è la fine del sacrificio, ossia là dove non ci sono più né carnefici, né vittime. La sincerità come virtù di verità è il tentativo di diventare ciò che si è e di farlo capire non agli altri in generale la comunità presuppone sempre l'inconfessabile dispositivo immunitario del sacrificio -, ma a quegli altri significativi e intimi con cui possiamo condividere il tempo lungo della conoscenza, dell'amicizia e dell'amore. L'autenticità, invece, nella società dello spettacolo in cui viviamo, spezza il rapporto con gli altri, ridotti a spettatori. Non dispone del tempo lungo della fiducia, ma dell'istante violento dell'esibizione il mito della comunicazione istantanea alimentato dalla tecnica -, perché l'unico criterio per essere se stessi diventa la negazione: negare di essere come gli altri, negare di essere quelli che eravamo, negare ciò che non appare, negare, quindi, la trasformazione silenziosa che siamo, inchiodandoci alla croce dell'attimo.



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