Giovedì, 07 Febbraio 2013 01:00
Di fronte alla Shoah l’esistenza dei giusti consente la speranza
Nicola Rocchi - Giornale di Brescia
Il teologo americano Arthur Cohen chiamò i campi di sterminio nazisti «il Tremendum»: monumenti, scrisse,«di un’inversione senza senso della vita verso un’orgiastica celebrazione della morte». Dopo una simile tragedia, perché si dovrebbe tornare a coltivare la speranza? Massimo Giuliani, docente di Studi ebraici e di Ermeneutica filosofica all’Università di Trento (ha da poco tradotto e curato per Morcelliana il libro di Cohen sull’olocausto), ha cercato di proporre una risposta l’altra sera, nel Teatro comunale di Erbusco, durante il quarto incontro di «Fare memoria», la rassegna a cura di Francesca Nodari dedicata al ricordo della Shoah. Giuliani ha conversato intorno al suo testo, già leggibile nel nuovo instant book di «Fare memoria» edito da Massetti Rodella, ed ha esordito ricordando le parole pronunciate nel 1990 dal cardinale Carlo Maria Martini: la Shoah è «un crimine imperdonabile che graverà sempre sulla coscienza europea». Auschwitz, osserva Giuliani, «sembra mettere in dubbio il processo che a partire da Kant giunge fino a metà del ’900: quella modernità cheha cambiato il volto dell’Europa. L’olocausto ha segnato la fine dell’illuminismo, ma per molti studiosi è stato anche "il" suo fine: alcune sue premesse erano già presenti in certi processi della modernità». È la «dialettica dell’illuminismo» teorizzata da Adorno e Horkheimer, secondo i quali «i germi barbarici, ad esempio il pensiero razzista, sono già dentro la modernità ». Agli antipodi delle speranze illuministe, Auschwitz «sconvolge le nostre categorie consolidate e il tentativo di giustificare l’uomo di fronte al male nel mondo».E produce una «bancarotta del pensiero». Pure, esiste un’altra faccia della Shoah: quella dei «giusti» che in molti modi si opposero alla dittatura, mettendo in gioco la propria vita. Come ha osservato il filosofo Emil Fackenheim, il fatto che anche di fronte alla «logica irresistibile» del nazismo vi fu qualcuno che seppe resistere mostra a noi la «ragione ultima e più profonda per sperare». Speranza e disperazione convivono nell’uomo contemporaneo, in un drammatico rapporto dialettico. Scrive Cohen: «La speranza che Dio offre all’uomo e la disperazione che l’uomo restituisce a Dio è la dialettica più feroce che il nostro tempo abbia vissuto». Non dev’essere la morte, però, ad avere l’ultima parola: «Vi è qualcosa di più grande, la dignità umana e la sacralità dell’interiorità che nessuna violenza può sopraffare». Gli ebrei, dice Giuliani citando ancora Fackenheim,«non hanno il diritto di concedere a Hitler delle vittorie postume»: se la disperazione vincesse, il mondo sarebbe lasciato in preda alle forze di Auschwitz. Al rabbino Izchaq Nissenbaum del ghetto di Varsavia è attribuita l’espressione teologica «qiddush hachajjim », «santificazione della vita». Indica «il dovere assoluto che un ebreo ha oggi di sopravvivere, contrapposto all’atto del martirio». Nobile atto di fede, quest’ultimo, ma anch’esso «assassinato ad Auschwitz,quando i nazisti hanno privato le vittime della possibilità dell’assenso alla loro stessa morte». Dopo la Shoah, la speranza è dunque «un debito morale che abbiamo verso le vittime, soprattutto nella misura in cui si tratta di una speranza contro Auschwitz, custodendo la memoria storica di quel che è stato e vigilando in modo critico…
Martedì, 05 Febbraio 2013 01:00
La Shoah e la necessità della riparazione
Nino Dolfo - Corriere della Sera
È possibile coltivare la speranza dopo Auschwitz? E quale sarà il futuro di Dio? A queste domande, inerenti la resistenza fattiva al male e la propugnazione di una teologia del debito divino, cercano di rispondere i due appuntamenti di questa settimana per il ciclo di incontri di Filosofi lungo l’Oglio con il titolo «Fare memoria: perché?». Questa sera, alle 20.45, al teatro comunale (via Verdi, 55) di Erbusco, Massimo Giuliani, docente di Pensiero ebraico ed Ermeneutica Filosofica all’Università di Trento, terrà la sua lectio magistralis sulla necessità della riparazione del mondo. Giovedì 7 febbraio, alla stessa ora, all’auditorium San Fedele (piazza Zamara) di Palazzolo sull’Oglio è atteso Paolo De Benedetti, teologo e biblista tra i massimi esperti contemporanei dell’ebraismo, nonché protagonista discreto e infaticabile del dialogo interreligioso (molti suoi saggi sono editi dalla Morcelliana), parlerà di quello che per lui è il rapporto bilaterale tra Dio e l’uomo: Lui ha bisogno del nostro racconto per entrare in contatto con noi, e noi abbiamo bisogno del suo racconto per entrare in contatto con Lui.
Sabato, 02 Febbraio 2013 19:37
Simona Forti: Auschwitz, un male assoluto verso il nulla
Anita Loriana Ronchi - Giornale di Brescia
Male assoluto, indicibile, diabolico, estremo. Sono solo alcune delle louzioni con cui la filosofia del’ 900 ha descritto gli orrori di Auschwitz. Quella dimensione «iperbolica del male», che, in un tragico oltrepassamento dei valori e dei limiti, ha fatto «sprofondare la civilissima Europa negli abissi nichilistici». All’interpretazione ha contribuito «non solo l’inaudita atrocità dei fatti storici», ma anche il cosiddetto «paradigma Dostoevskij». La lente fornita dall’ equazione «male uguale nichilismo», da un punto di vista sia etico che ontologico, rimanda l’osservazione del «piacere assoluto di chi è posseduto dal godimento della distruzione», di un male che non è mai slegato dal potere. Anzi: i demoni dostoevskiani sono accomunati dall’aspirazione a «prendere il posto di Dio e della sua infinita libertà». È così che il male «entra nel mondo», scatena il disordine e diventa fonte di sofferenza. Eppure la lettura demoniaca dello sterminio nazista non rende del tutto conto dei complessi meccanismi che ne hanno consentito la realizzazione. Primo Levi, l’autore di «Se questo è un uomo» aveva invitato «a complicare la scena», ammettendo che il palcoscenico del male non è quasi mai una «dimensione a due». La tesi è proposta dalla filosofa Simona Forti, intervenuta l’ altra sera in città, introdotta da Francesca Nodari, su «La questione del male tra trasgressione e obbedienza», per l’ incontro promosso dall’ associazione Filosofi lungo l’Oglio con Casa della Memoria. «Non ho scritto un libro per affermare che non esistono persecutori malvagi e vittime innocenti. Ma se le azioni dei primi hanno così successo è probabile che sia perché a questa istanza di assolutizzazione della morte risponde la richiesta dei molti di assolutizzare la vita» ha detto la studiosa, riferendosi al suo saggio «I nuovi demoni. Ripensare oggi male e potere» (2012). L’ opera traccia una nuova genealogia del nesso tra male e potere, ripensandone fenomenologicamente gli aspetti «microfisici»: non deve essere indagato soltanto nel legame con la morte e il nulla, ma analizzato nel rapporto che intrattiene con l’ostinata passione per la vita, col desiderio di essere riconosciuti. Forti intende superare la «metafisica della malvagità» che ha connotato buona parte dell’ermeneutica novecentesca, quindi la dicotomia sul cui fondo rimane sempre l’immagine della relazione vittima-carnefice. Ne «I sommersie i salvati» di Levi si trova la più «sobria, molecolare» confutazione di tutte le concezioni demoniache del potere, attraverso la presenza «grigia» di individui che, in nome dell’ottusa obbedienza e del mero conformismo, ma soprattutto spinti dalla volontà di sopravvivere, collaborano al male o assistono da passivi spettatori alla sua esecuzione. Sulla «banalità del male» si era già interrogata a fondo Hannah Arendt, e fu anche molto criticata. Ora, la «microfisica» indicata da Levi, e sviluppata da Simona Forti, ci offre un’analisi dei rapporti di potere che funziona anche in situazioni meno estreme. Quel «desiderio insopprimibile della libertà» che si concretizza nel bisogno di prestigio, e nella necessità di scaricare su altri il peso dell’ umiliazione e delle offese, «lo ritroviamo in ogni convivenza umana, dal lager ad uno stabilimento industriale».
Giovedì, 31 Gennaio 2013 01:00
Filosofi lungo l'Oglio al San Fedele per la Memoria
redazione - Corriere della Sera
Nell'ambito della rassegna «Filosofi lungo l'Oglio», iniziativa che gode dell'Alto Patronato della Repubblica ed il patrocinio di Regione, Provincia e Comune, giovedì 7 febbraio alle ore 20.45 l'auditorium San Fedele ospiterà Paolo De Benedetti. Un incontro che chiude le celebrazioni organizzate a Palazzolo dall'Amministrazione comunale e dalle associazioni Nuova Resistenza, Anpi, Centro di formazione musicale «Riccardo Mosca» e Circolo dopolavoro comunale, dedicate alla giornata della Memoria. Il professor Paolo De Benedetti, teologo e biblista, nonchè uno dei massimi esperti contemporanei dell'ebraismo, relazionerà su «Il futuro di Dio» e sull'importanza di fare memoria oggi. Tema che riflette quello dell'edizione invernale dell'iniziativa «Filosofi lungo l'Oglio» dedicata alla Shoà, ossia quello del fare memoria per la coscienza collettiva, per le inevitabili sfide che pone l'ingresso nell'era post memoria, quella in cui i testimoni diretti degli avvenimenti se ne stanno andando, rimarcando l'imperativo del «Non dimenticate».De Benedetti è stato a lungo docente di Giudaismo presso la facoltà Teologica dell'Italia Settentrionale di Milano e di Antico Testamento presso gli Istituti di Scienze religiose delle università di Urbino e Trento. Protagonista del dialogo interreligioso attuale, il professore dirige, tra le altre, anche la prestigiosa collana «Pellicano Rosso» della Morcelliana ed è tra i curatori del Dizionario Bompiani delle Opere e dei Personaggi di tutti i tempi e di tutte le letterature. Ingresso libero.
Pagina 320 di 368