Skip to main content
Al teatro comunale di Leno, l’altra sera, sedevano donne, uomini, una classe dell’Itc. Rappresentavano una corriera immaginaria verso i campi dic oncentramento a studiare e ristudiare la Shoah, per scoprire un’originalità all’interno del maleedunque un’originalità maggiorata nella bisaccia del bene. Fare Memoria, la Shoah, ciclo pensato, organizzato e vissuto dai Filosofi lungo l’Oglio, diretto da una stimata lettrice della filosofia e della filosofia rivissuta della Shoah,Francesca Nodari, è entrato l’altra sera, per la prima volta a Leno, nell’ultima serata della lunga rassegna invernale diquesto ammirabile compendio di studi e di intellettualità bresciana e lombarda al servizio della storia e della storia della memoria. Relatore, sempre, di lusso, David Bidussa, storico sociale delle idee, salutato da Francesca Nodari, dal vice sindaco Rossella De Pietro, dall’assessore Arturo Piubeni, da una bella classe dell’Itc. Tema: «I viaggi di memoria», a scoprire le diversità dell’avvicinamento ai campi di concentramento, alle interpretazioni itineranti di varia natura e di diversa ispirazione. Bidussa ricorda che il viaggio è pianificazione diunlavoro, fare i conti con l’immaginario degli adulti e dei ragazzi, dei protagonisti e dei successori. Sempre con la raccomandazione profonda che il viaggio non si trasformi in una gita, in un tempo di distrazione impalcato su una curiosità breve e leggera. David Bidussa segnala la punteggiatura del vecchio calendario scolastico, di feste sante e laiche pronte ogni settimana e di un’assenza di quel 27 gennaio, Giornata della Memoria, ormai centrale nella vita pedagogica e storica della scuola italiana e europea odierna. Per quanto concerne i Viaggi della Memoria, essi iniziarono nel 1950 e riguardarono, all’inizio, i familiari delle vittime. Avanzavano nel vuoto del campo e portavano la testa in terra e al cielo, cercando di scoprire l’ombra dei torturatori e le ultime tracce dei loro martiri. Il secondo viaggio della memoria fu degli ex deportati e infine vennero avanti i nostri ragazzi di oggi e di appena ieri. Da non dimenticare, riflette Bidussa, le molte deportazioni, gli altri genocidi. Che la conflittualità della memoria non diventi maggiore della memoria. Se si intende esercitare la funzione e la responsabilità dell’essere storici, non bisogna nascondere il fastidio, per esempio, di scoprire un mondo partigiano nobile e nicchie partigiane assassine. È fondamentale istruire le generazioni sul rapporto tra i campi e gli avvicinamenti, le diverse tipologie dei campi, il modo altro di rappresentarsi ad essi. Ci sono i campi di lavoro, di sterminio, di transito. L’errore è di considerare soltanto Auschwitz, soltanto il finale, mentre la lunghezza dei patimenti e della tragedia fu molto più ampia e riguardò subito la questione deicampi di lavoro. Bidussa legge la tipologia dei Viaggi. I primi erano dei pellegrinaggi politici,ogni tirannia portava i propri seguaci alla visita turistico-politica della capitale di fondazione, i comunisti a Mosca, i fascisti a Roma, i nazisti a Berlino. Concluse le ideologie - ma sono veramente concluse le ideologie? - si chiuse il viaggio di una memoria pericolosa. Nei Viaggi della Memoria, cresce l’emozione di un abbraccio con i martiri e cede l’orizzonte dell’ideologia. La pietà maggiore si trova…
Serata fredda, sala piena. La prima volta dei Filosofi lungo l’Oglio, squadra storica di Francesca Nodari, a Rovato, è un successo. Scavare la Shoah nel cuore di una campagna elettorale glabra, di una crisi rimordente, di un clima depressivo è un colpo di reni che giova alla cultura e allo spirito dei Giusti. L’altra sera, di nuovo e con altra originale vitalità, la direttrice di questo «Fare Memoria» invernale, Francesca Nodari, per prepararsi quasi al «Fare filosofia» nelle magioni estive fluviali e prefluviali, rilanciava la consistenza di un filo rosso tra pensiero e memoria,dolore e orizzonte. Introduceva insieme all’assessore alla Cultura,Simone Agnelli, il saggista e lo storico Gabriele Nissim,ne indicava i meriti eccellenti nel seminare il campo dei Giusti e indicava il 6 marzo a Brescia il nostro giorno nell’individuazione delle anime belle per la storia e la memoria del bene in ogni tempo e da ogni parte esso appaia e cresca limpidamente. Accadrà a Brescia, a parco Tarello. Due gli interrogativi a cui rispondere, da non lasciare appassire: primo, non dimenticare,secondo proporre esempi morali tracciabili per dimostrare la materia e lo spirito di chi è andato contro, allora e dopo, la barbarie più alta del male umano, la barbarie in cui la persona si è confusa carnalmente con il diavolo in una postura biforme della natura innaturale quando dimentica il valore primario della vita. Nissim agita la concretezza di due storie per entrare nel cuore delle attese dei giusti normali di ogni giorno. La prima storia Nissim la riferisce alla distruzione di un villaggio nei Carpazi. È il 1941, i nazisti annientano centinaia di innocenti. Chi si salva si nasconde e quattro dirigenti del villaggio decidono di immolarsi per sfamare la belva nazista. «Si accontenteranno di noi - pensano - e si dimenticheranno del villaggio, andranno via». Dei quattro uno non ce la fa, fugge, rimangono in tre, saranno sterminati. Pochi mesi dopo, il ritorno dell’inferno, un altro annientamento. Il male, insomma,non si accontenta, non si placa davanti aun umanesimo eroico, lo impasta nella caldaia della tortura senza tempo. La seconda storia narrata da Nissim riguarda lo scrittore Armin Wegner, il primo ad occuparsi del genocidio degli Armeni. Sposa una donna ebrea, la figlia viene discriminata. Così scrive una lettera a Hitler in cui ricorda i servigi e la grandezza ebraica. La figlia, un giorno, a pranzo, butterà la minestra addosso al padre. Grossman avvertiva sulla fragilità della bontà e in questa fragilità avvertiva la sua resurrezione. Nissim non perde l’attenzione sull’area grigia dei silenzi e dei pilatismi durante e dopo il nazismo e nello stesso tempo non dimentica, alla maniera di Hanna Arendt, i non partecipanti al male, gli oppositori silenti della dittatura. Il percorso del Fare Memoria,della cultura per la Shoah ritrova la linea dell’unità, ripropone la riflessione di Simona Fortis quando sostiene che non esiste un male come dialettica tra vittima e persecutore, ma come genuflessione al potere, come sostentamento, di nuovo, alla cosiddettazona grigia.A quella zona ambigua, emergente e sotterranea dove si alimenta, digerisce e…
Non basta l’imperativo «non dimenticare», bisogna anche educare alla memoria, ormai consapevoli del fatto di trovarci già, in un certo senso, nell’era della post-memoria. Questo è il tema dell’ultimo incontro della rassegna di Filosofi lungo l’Oglio. Stasera, alle 20.45, nel teatro comunale di Leno (via Dante, 7) toccherà a David Bidussa tirare le fila del percorso di riflessione sul dopo Shoah, iniziato lo scorso 17 gennaio. Lo studioso interverrà con una lectio magistralis dal titolo «Educare alla memoria. I viaggi di memoria tra oggetto e progetto» nella prospettiva che l’educazione è fatta anche di atti concreti. L’istituzione del Giardino dei Giusti nella nostra città, la cui cerimonia di inaugurazione è fissata per mercoledì 6 marzo, alle ore 11, in un’area del Parco Tarello, vuole essere infatti la messa in pratica di questo intento.Giornalista, autore di saggi sull’ebraismo, David Bidussa è uno dei più autorevoli storici sociali delle idee. Lecturer presso la Hebrew University di Gerusalemme tra il 1982 e il 1984, lavora presso la Biblioteca della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli di Milano.
Avanzano con il passo ottuagenario di chi viene da Asti e torna ad Asti nella notte. Paolo e Anna ricevono il braccio rispettivamente della dott. Francesca Nodari, direttrice dei Filosofi lungo l’Oglio in circuito nella suggestione freschina di San Fedele a Palazzolo, e di Eugenio Massetti, editore con il piglio, l’altra sera, di paggio-editore. San Fedele è vissuta da oltre cento persone, salutata per tutti e principalmente per gli ospiti, da una cortesia scelta dell’assessore Gianmarco Cossandi, «ci facciamo piccoli di fronte al teologo, biblista, scrittore e docente... ci sediamo all’ascolto ». Francesca, il Capo di un’intuizione invernale sul «Fare Memoria. Perché la Shoah?», invita a segnarsi l’« imprevedibilità» del prof.De Benedetti, quello spirito di aggiudicarsi l’ultima riflessione in diretta, lì, in quell’istante,dopo notti insonni intorno alla questione da trattare, «Il futuro di Dio» nell’accezione passiva ed attiva, ieri e domani, cielo e terra, persona e Dio con l’intermediazione sanguinosa del dolore, dalla Crocifissione di Cristo alla Crocifissione della Shoah. Il professore è imprevedibile per l’unicità di un procedimento ispirato, per la conoscenza di ogni interpretazione rabbinica, per possedere in dote il vento della grazia nel luogoin cui gliaccade di pensare.E di intuire l’ultimo suggerimento proveniente dal sapere e dalla fede. Insieme,alleate peristanti di rara grazia. «L’anno scorso mi avete assegnato - ricorda - il tema sulla "Memoria di Dio". Quest’anno avete voluto rendere insonni, io e mia sorella, per questo titolo, "Il futuro di Dio". Allora cercherò di accedere subito a un dato di antichità, di "tradizione muta" riguardo al futuro di Dio, allorché nei nostri catechismi si affermava: "Dio è l’essere perfettissimo, Creatore e Signore della Terra". Ecco, a fronte di una dichiarazione così,perdiamo il sentiero del futuro di Dio». Lo amiamo immobilmente, fermi e spaventati. Invece, pensa il prof. De Benedetti, ricordando il dono di una visione di sé allo specchio per il libro elaborato intorno alla sua operadaparte di Ilario Bertoletti, ringraziato lì, presente nel mezzo di San Fedele, il futuro di Dio è contemporaneamente il suo passato e viceversa. Il tempo non entra fisicamente nel conteggio di Dio, l’unicum di ieri e domani cammina e si identifica nell’istantaneità in cui viene evocato. Come se tutti noi, in San Fedele, fossimo divisi e indivisi a rappresentare simultaneamente- simul stabunt etsimul cadent - il passato e il futuro. Al di là della morte, così che essa finisca per essere un confine non assoluto rispetto al futuro dolore di Dio e della persona. Dio piange sulla rovina del suo popolo e il suo popolo piange sulla rovina crocifissa del Figlio. Di ogni figlio. Forse, l’usufrutto del dolore diviene un pianto doppio, ricorda il prof. De Benedetti, il pianto umanissimo di Dioper l’uomo e il pianto deificato dell’uomo nei confronti del Signore Gesù Cristo. Dice il rabbino riguardo al pianto di Dio: «Se tu vuoi che io non pianga, io non piangerò, ma piangerò in luoghi segreti». In questa contrazione tra la pietà della persona e il richiamo alla preghiera del pianto da parte di Dio avvampa un bagliore…
Pagina 319 di 368

Le Video lezioni

Sul nostro canale youtube puoi trovare tutte le video lezioni del nostro Festival di Filosofia.