Ne parliamo con l'anima del Festival, la professoressa Luisella Battaglia, presidente del comitato scientifico.
Professoressa Battaglia: perché parlare di speranza proprio oggi?
La speranza è un'esperienza quotidiana che ciascuno crede di conoscere perfettamente, e Aristotele l'aveva definita un bisogno universale perché senza di essa non possiamo vivere. Speriamo per noi stessi, per gli altri, con gli altri e talvolta anche contro gli altri. Le persone ripongono la loro speranza in realtà diverse: salute, lavoro, benessere spirituale, felicità terrena o vita oltre la morte. Poi ci sono le grandi speranze delle nazioni e dell'intera umanità.
Il Novecento ha visto un continuo alternarsi di speranze e paure. Il nostro tempo, invece, sembra caratterizzato da un collasso della speranza, lasciando il posto a stati d'animo di paura, impotenza, sfiducia e rassegnazione. La nostra è stata definita usando l'espressione di Spinoza l'epoca delle passioni tristi, un'epoca in cui, soprattutto per i giovani, è difficile sperare. Per questo occorre riprendere oggi il tema della speranza e capire perché sia così importante parlarne.
In un momento segnato da fortissime incertezze globali, la bioetica in che modo può trasformare il sentimento della speranza in un valore etico e politico per orientare il futuro e diventare uno strumento sociale?
La bioetica nasce proprio con un invito alla speranza. Il testo di riferimento del 1971 di Van Potter qualifica la bioetica come 'un ponte verso il futuro' (Bridge to the future), con il sottotitolo 'Scienza della sopravvivenza dell'uomo nell'ecosistema'. Nel 1971 Potter si poneva il problema di come l'umanità avrebbe affrontato il passaggio verso il 2000 e sosteneva la necessità che scienziati e filosofi dialogassero. È il tema delle due culture: bio allude alle scienze biologiche, alla medicina, alla genetica e all'ecologia; etica fa riferimento alle discipline umanistiche. La bioetica è un campo interdisciplinare basato sul dialogo e sul pensiero della complessità. A questo proposito viene in mente Edgar Morin, grande pensatore venuto a mancare quest'anno a 104 anni, che parlava della necessità di superare i territori separati del sapere per adottare uno sguardo d'insieme. Oggi, nel tempo della crisi climatica, ci rendiamo conto che viviamo in un ecosistema e che esiste una comunità di vita della Terra a cui apparteniamo e di cui siamo responsabili. La speranza della bioetica è una speranza attiva e propositiva, che invita all'azione.
Nella giornata di sabato lei coordinerà una sessione dal titolo «Gli animali possono sperare?». Cosa possiamo rispondere a questa domanda?
È una domanda bellissima a cui risponderanno esperti con competenze diverse: un filosofo, un etologo, una giurista e un filosofo del linguaggio. Ci chiederemo se l'animale sia consegnato soltanto al presente e al 'qui e ora', oppure no. La domanda è duplice. Da un lato ci si chiede se gli animali abbiano la capacità di sperare. Ovviamente non è una capacità assimilabile alla nostra; attribuirla direttamente a loro rischierebbe di essere un'antropomorfizzazione. Tuttavia, pensiamo al celebre caso del cane Hachiko: un animale che non smette di attendere il ritorno del padrone per tutta la vita (la sua storia in un famoso film con Richard Gere). Più che di speranza in senso umano, negli animali si può parlare di attesa e di fiducia incondizionata all'interno di una relazione. Dall'altro lato c'è il secondo quesito: cosa gli animali possono sperare da noi? Qui entra in gioco la responsabilità umana e l'etica degli impegni che dovremmo assumerci, sia verso gli animali familiari sia verso quelli selvatici, e penso, ad esempio al dibattito sulle leggi sulla caccia.
Nel programma ci sarà anche un'agorà con due incontri dedicati all'impatto delle nuove tecnologie e delle scoperte scientifiche, tra cui il ruolo delle cellule staminali. Cosa possiamo sperare dal progresso scientifico e dalle nuove cure mantenendo un criterio di giustizia?
Possiamo parlare di 'cellule della speranza', un'espressione forte che si riferisce alle terapie avanzate e alla medicina rigenerativa. Esse offrono una speranza concreta per malattie un tempo considerate incurabili, come le patologie neurodegenerative, il Parkinson, o la Sla. Tuttavia, va aggiunto un punto interrogativo. Ci sono rischi e difficoltà tecniche, come il rigetto o lo sviluppo di tumori, che impongono un'attenzione vigile. Inoltre, occorre mettere in guardia dalle false speranze e dalle illusioni create da un mercato incontrollato, un vero e proprio turismo delle cellule staminali. Nel nostro incontro avremo Angelo Vescovi, pioniere della ricerca, presidente del Comitato Nazionale di Bioetica e autorità internazionale. Nel 2012 Vescovi effettuò il primo trapianto di cellule staminali umane su un paziente affetto da Sla usando cellule provenienti da un feto deceduto per cause naturali. Questo approccio ha permesso di superare lo storico e delicato dibattito bioetico legato all'uso di cellule da embrioni, trovando un punto d'incontro condivisibile. Oggi ci sono oltre 1.000 sperimentazioni in corso nel mondo dalle staminali del sangue per i tumori ematologici a quelle della pelle per le gravi ustioni. È un percorso di grande prospettiva che richiede però sempre estrema prudenza e rigore scientifico.