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Mercoledì, 24 Giugno 2026 15:25

POTERE alla PAROLA

Massimo Recalcati Massimo Recalcati

A Villachiara stasera alle 21 per uno degli appuntamenti più attesi del festival «Filosofi lungo l'Oglio» c'è Massimo Recalcati, il più celebre psicoanalista italiano

Come le incisioni di Goya raffiguravano i mostri generati dal sonno della ragione, così la parola illumina gli angoli più reconditi del nostro inconscio. Certo non è cosa semplice: si tratta di un cesellato lavoro di traduzione, che ha bisogno di un patto di fiducia reciproca fra le parti contraenti: chi parla, che non deve celare nulla, e chi è chiamato ad ascoltare. È quest'ultimo il ruolo dello psicanalista, insieme filologo di espressioni e decifratore di gesti e indizi. Così lo intende, perlomeno, Massimo Recalcati, forse il più celebre psicanalista italiano della sua generazione. Ne parlerà a Villachiara, stasera alle ore 21: è uno degli appuntamenti più attesi del festival Filosofi lungo l'Oglio.

Professore, in che senso la psicanalisi è, come diceva una paziente di Freud, una talking cure? Che rapporto sussiste fra la parola del paziente e ciò che rivela del suo essere durante le sedute? Ovvero, fino a che punto la sua interiorità è traducibile in parola?

«La psicoanalisi è una pratica della parola. Il suo presupposto è che la parola abbia un potere. Ci sono parole che ci hanno fatto sanguinare e ci sono parole che ci hanno riempito di gioia. Ci sono parole che non abbiamo mai avuto il coraggio di dire e ci sono parole che non avremmo mai voluto ascoltare. Noi siamo fatti, prima che ancora delle nostre parole, delle parole degli altri. La psicoanalisi tiene conto innanzi tutto di questo paradosso: prima di essere parlanti siamo parlati dalle parole degli altri».

Il tema del festival di quest'anno è ascoltare. Molti relatori intervenuti fin ora hanno posto l'accento sul paradosso fra la potenza dei mezzi di comunicazione attuali e la scarsità di vero dialogo e ascolto. Cosa significa ascoltare davvero le parole dell'altro?

«Lo psicoanalista occupa nel suo lavoro una posizione di ascolto. In un tempo dove tutti parlano e spesso a sproposito, l'analista custodisce il silenzio. Perché sa che solo il silenzio può onorare la parola del paziente. Si tratta di un ascolto che non giudica. È una merce molto rara. Spesso gli esseri umani ascoltano per giudicare, l'analista invece ascolta senza mai esprimere giudizio. È la differenza fondamentale tra l'analista e un confessore».

Rifacendosi a un'espressione di Lacan, lei ha parlato delle «parole-proiettile», come marchi, ferite inferte su di noi dagli altri. In che modo è possibile trasformare tali ferite in qualcosa di positivo?

«La psicoanalisi aiuta i soggetti a tradurre in modo nuovo le ferite che hanno subito. Si tratta di un'operazione di conversione: trasformare il dolore in una risorsa, fare del trauma una nuova trama».

Le radici bibliche della psicanalisi: perché lei ritiene che la legge del Dio ebraico sia la «legge della parola»?

«Noi siamo abituati a pensare alla parola come uno strumento che serve alla comunicazione. Il nostro tempo ha ridotto la parola ad una pragmatica della comunicazione. Nella tradizione biblica invece la parola non è un semplice strumento ma assomiglia alla potenza della luce. Questo significa che la parola non si limita a nominare le cose ma le fa esistere: «Dio disse... e così fu». La psicoanalisi eredita il potere rivelatore della parola. La parola non si limita a nominare i mondi ma li fa esistere, li moltiplica, li allarga, li fertilizza».

Le Video lezioni

Sul nostro canale youtube puoi trovare tutte le video lezioni del nostro Festival di Filosofia.