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Venerdì, 05 Giugno 2026 16:59

I costituenti, i cavalli e l'arte della pausa: la lezione (e l'ironia) di Zagrebelsky

Gustavo Zagrebelsky - professore emerito di Diritto costituzionale all'Università di Torin Gustavo Zagrebelsky - professore emerito di Diritto costituzionale all'Università di Torin

Da Gulliver all'art. 11, il costituzionalista ricorda: «Il presidenzialismo genera scontri e divisioni»

L'applauso parte in anticipo, precedendolo. Gustavo Zagrebelsky - professore emerito di Diritto costituzionale all'Università di Torino - non ha ancora raggiunto il tavolo dei relatori quando la sala della Camera di Commercio comincia a battere le mani. Attraversa lentamente il corridoio laterale accompagnato dal prefetto Andrea Polichetti, si siede, appoggia sul tavolo un taccuino di tela e ascolta saluti e ringraziamenti di rito. Sorride quando il prefetto gli attribuisce una delle sue frasi più celebri, quella sulle Costituzioni che si scrivono «quando i popoli sono sobri» perché devono valere quando diventano ubriachi. Poi prende la parola. E invece di fare ciò che tutti si aspettano (un ingresso in medias res sulla Costituzione), comincia a parlare di cavalli.

Paure. La XXI edizione di Filosofi lungo l'Oglio, dedicata quest'anno all'ascolto, ieri, si è aperta così. Con una storia presa dall'ultimo e meno frequentato dei Viaggi di Gulliver. In quell'isola immaginata da Jonathan Swift, racconta Zagrebelsky, i cavalli hanno una strana abitudine: dopo ogni frase fanno una pausa. Gulliver domanda il motivo. «Per consentire a chi ha ascoltato di riflettere su quello che ha sentito. E per consentire a chi ha parlato di accorgersi se ha detto qualcosa di fatuo». La sala ride. Il professore pure. Poi aggiunge di aver raccontato questa storia anche a qualche esponente della classe politica italiana, «senza alcun successo» ammette. E qui le risate aumentano. Sembra un divertissement, in realtà è già una dichiarazione di metodo: rivalutare le pause in un tempo che sembra averle abolite per inseguire un tifo fatto di opinioni istantanee su ciascuna delle questioni sciorinate dalla politica.

A cambiare pagina è l'immagine della guerra civile. Non la usa per evocare scenari futuri, ma per spiegare il passato. Secondo il costituzionalista, infatti, la chiave per comprendere appieno la nascita della Repubblica sta proprio lì, «nel timore che gli italiani potessero tornare a combattersi tra loro». Serve tornare, per un momento, al 1946: nell'Assemblea costituente siedono cattolici, comunisti, socialisti, liberali, azionisti. Hanno idee diversissime sul futuro del Paese, al punto che molti dubitano che riusciranno a scrivere insieme la Carta. Eppure ci riescono. «Quelle donne e quegli uomini sapevano cosa significassero le case distrutte, le famiglie spezzate, le città bombardate. Sapevano anche che il fallimento della Costituente avrebbe potuto riaprire ferite ancora vivide». Da qui nasce quella che Zagrebelsky definisce la «cellula germinale» della Costituzione: il ripudio della guerra. Non soltanto della guerra tra Stati. Anche della guerra interna.

Ascolto. È a questo punto, nel mezzo di un discorso ritmato da tempi comici, che la lectio apre un secondo fronte ancor più contemporaneo. Quando parla delle pause, Zagrebelsky sta parlando della politica trasformata in flusso permanente. È una traiettoria che traguarda al presidenzialismo. Lo fa, però, rovesciando uno degli argomenti più frequenti: la Costituente, ripete, respinse quasi all'unanimità il modello presidenziale. Ma non perché temesse l'arrivo di un nuovo dittatore: «La memoria del fascismo era ancora troppo viva per essere ignorata, il problema era un altro: il rischio era la divisione», quella che avrebbe spinto la popolazione verso una contrapposizione frontale. «Il regime presidenziale - ribadisce il professore - accentua le differenze». Il parlamentarismo, al contrario, è pluralismo, obbliga a costruire convergenze, maggioranze, compromessi. Costringe avversari che non si sopportano a parlarsi.

La Costituzione, letta attraverso questa lente, appare come una sofisticata architettura della convivenza. Un sistema pensato per contenere il conflitto senza cancellarlo, per evitare che la competizione politica si trasformi in una frattura della comunità nazionale. L'esempio arriva dagli Stati Uniti. Zagrebelsky evita perfino di nominare Donald Trump: basta evocare l'assalto a Capitol Hill, l'elezione contestata, una società sempre più divisa in due blocchi che faticano perfino a riconoscersi reciprocamente.

Da qui il passaggio all'art. 11. E qui Zagrebelsky mostra che il relatore diffida delle semplificazioni: «Ripudio non è una parola giuridica. È una parola etica». L'osservazione è meno innocua di quanto sembri, perché significa che la Costituzione non si limita a stabilire regole, ma fissa valori. Poi, naturalmente, arrivano i giuristi, che (ipse dixit) «sono quelle persone che prendono un problema semplice e lo complicano» (la sala ride ancora). E infatti il dibattito si è subito arenato sulle definizioni: guerra offensiva; guerra difensiva; guerra preventiva; guerra umanitaria. La storia reale non ama le formule assolute.

Quando conclude, dopo quasi due ore, nessuno sembra avere fretta di lasciare la sala. Forse perché il tema ufficiale del festival era l'ascolto. O forse perché Zagrebelsky ha appena suggerito una cosa più semplice e insieme più difficile: che le democrazie non si rompono soltanto quando qualcuno alza la voce. Cominciano a rompersi quando nessuno fa più la pausa necessaria per ascoltare l'altro.

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