Su quali certezze può basarsi l'homo viator contemporaneo? È questo il grande interrogativo che attraversa l'inquieto e, a tratti, complesso saggio di Dario Antiseri, il filosofo scomparso un mese fa: I dubbi del viandante (Rubbettino). Uno dei maggiori pregi di questo volume è, senz'altro, quello di farci toccare con mano l'incertezza della scienza, la fragilità dei fondamenti filosofici e l'affiorare di una domanda etica che trova risposta nella scelta. Se Einstein metteva in guardia sul fatto che sono i problemi a mettere in moto la ricerca e che i maggiori progressi si sono ottenuti «seguendo una via quasi diametralmente opposta a quella dell'induzione», Popper sosteneva che se ci preme il progresso della scienza, allora dobbiamo tentare di falsificare ogni e qualsiasi teoria e ciò per la ragione che prima si trova un errore, prima la comunità scientifica è posta nella necessità di inventarne una nuova.
Venuta meno la sacralità dei fatti, le teorie scientifiche sono, piuttosto, il frutto degli sforzi creativi - la ricerca avanza per congetture notavano Einstein e Darwin - se è vero, come è vero, che «la scienza è fallibile, perché è umana». Di qui la concezione popperiana deI metodo scientifico che si fonda su tre passi: inciampiamo in un problema; tentiamo di risolverlo con qualche teoria; impariamo dai nostri sbagli. Di qui anche l'evidenziazione, da parte dell'Autore, della progressiva dissoluzione della differenza tra lo spiegare causalmente (Erklaren) - che atterrebbe principalmente alle scienze naturali - e il comprendere il senso (Verstehen) - che riguarderebbe le scienze umane - per un loro convergere sulla proposta di una teoria unificata del metodo. Basti pensare al procedere, per trial and error, del circolo ermeneutico: «Chi si mette ad interpretare un testo, afferma Gadamer, attua sempre un progetto. La comprensione di ciò che si dà da comprendere consiste tutta neIl'elaborazione di questo progetto preliminare, che ovviamente viene continuamente riveduto in base a ciò che risulta dall'ultima penetrazione del testo».
Del resto, se esistono problemi scientifici, esistono problemi e teorie filosofiche quali: «Dio esiste o è un'illusione? L'uomo è libero o determinato? Il soggetto è solo corpo o anima e corpo?».
Dinnanzi alla considerazione che nella tradizione filosofica occidentale vi sia una linea di pensiero basata sul fatto che l'uomo razionale sarebbe chi svela verità chiare e distinte non ulteriormente attaccatili da argomentazioni critiche, vi sono stati movimenti e pensatori quali Bartley che si sono spinti a concludere che «tutte le autorità intellettuali si sono rivelate alla fine sia intrinsecamente fallibili sia epistemologicamente insufficienti».
Dunque, avremmo una metafisica senza fondamenti? A questa «provocazione» risponde Popper facendo notare che se la razionalità delle teorie scientifiche consiste nella loro confutabilità fattuale, la razionalità delle teorie metafisiche consiste nella loro criticabilità. Lo scavo del dubbio non risparmia l'etica: se da un lato, per il relativismo, non è possibile trovare, in ambito etico, un fondamentum inconcussum rationale - la legge di Hume che mostra l'impossibilità logica di dedurre prescrizioni da descrizioni non può che far concludere che «la scienza sa, l'etica valuta» -; dall'altro lato, gli antirelativisti sostengono che sia possibile enunciare e razionalmente fondare valori etici universalmente validi. Qual è allora la via per raggiungere la certezza etica delle nostre scelte? Conta più la legge evangelica o la legge naturale? Antiseri sostiene che se fosse la ragione a stabilire ciò che è bene e ciò che è male, il messaggio etico del Vangelo verrebbe ridotto in una specie di strofinaccio dell'argenteria; gli risponde D'Agostino che ribatte che un cristiano si serve, sì, della ragione naturale per distinguere ciò che è bene e ciò che è male, ma che essa non è in grado, da sola, di orientare l'uomo: l'antirelativista crede alla verità del bene e assume la parola di Dio come quella di un Padre.
Infine se, come scrive Max Weber, ne La scienza come professione «la tensione tra la sfera dei valori della "scienza" e quella della salvezza religiosa è insanabile», quale rapporto si dà tra le due sfere? Secondo Antiseri questo rapporto è da leggersi non nei termini di un aut-aut, ma di un et-et poiché «insanabile è la tensione tra quella "religione della scienza" che lo è lo scientismo [...] e la fede religiosa. Scienza e fede sono incompatibili perché incommensurabili sono le rispettive domande».
Come insegna Bobbio, se la scienza dà la risposta alle cause per cui accade qualcosa, resta muta dinnanzi alla domanda: «In quale disegno generale dell'universo si inserisce l'accadimento di cui conosciamo perfettamente le cause? La domanda di senso si allarga a tutta la nostra vita. Rispetto all'individuo, perché il dolore e non anche il piacere? Perché la sofferenza e non soltanto la gioia? Rispetto alla storia: perché l'oppressione e non soltanto la libertà? Perché la guerra, la violenza, le stragi e non soltanto la pace, il benessere e la fraternità?». Ciò che qui è in gioco è la richiesta di senso, la «grande domanda» che la filosofia pone senza poter dare risposta.
Ma «proprio perché le grandi risposte non sono alla portata della nostra mente - chiarisce Bobbio - l'uomo rimane un essere religioso nonostante tutti processi di demitizzazione e di secolarizzazione». Ecco il volgersi dell'interrogatio in rogatio, della domanda in preghiera. Come mostra Pareyson il Dio della religione è altra cosa dal «Dio dei filosofi»: «è il Dio di Abramo, di Isacco e Giacobbe [...] è un Dio a cui si dà del tu e si prega» implorandolo di avere pietà e di non tacere.