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Venerdì, 07 Febbraio 2014 01:00

L’INDIVIDUO È SEMPRE RELAZIONE

Scritto da Adriano Fabris - Avvenire
Marc Augé Marc Augé

Ha ragione Marc Augé – in questo suo piccolo libro a sottolineare «la necessità per ogni identità individuale di rapportarsi all’esistenza altrui per costituirsi». Anzi: dire questo, forse, è ancora troppo poco.

Infatti non solo l’individuo deve riferirsi agli altri per co- stituirsi, ma è ciò che è, propriamente, solo in questi suoi rapporti. Persino la relazione con sé stesso, come ci ricorda Paul Ricoeur, è una relazione con altro. Il problema è che oggi viviamo, almeno in Occidente, in una situazione in cui il costitutivo riferimento all’altro è messo fra parentesi. Viviamo nell’illusione che l’individuo soggetto indivisibile e indiviso è colui che anzitutto si pone da sé e poi, se lo ritiene e gli conviene, si rivolge agli altri. Considerata sotto quest’aspetto la nostra epoca, piuttosto che essere post- moderna, rientra ancora pienamente nell’alveo della modernità. O meglio: è iper-moderna, in quanto porta alle estreme conseguenze alcune rivendicazioni, pur in teoria legittime, della modernità stessa. Lo fa interpretandole unilateralmente e pervertendole in alcuni loro esiti. Possiamo aver conferma di ciò se consideriamo l’uso che viene fatto oggi del tema della differenza. Sempre Augé sostiene, molto opportunamente, che «la di- mensione culturale stabilisce diversi sistemi di differenze, che hanno però in comune il fatto di mettere ciascuno al suo posto con una costrizione diseguale». E dunque il compito fondamentale della democrazia consisterebbe «nel ridurre lo scarto tra la dimensione culturale e la dimensione generica», cioè nel «generalizzare l’applicazione effettiva dei “diritti dell’uomo”». Cosa accade invece oggi, il più delle volte? Accade, per usare ancora le categorie di Augé, che la dimensione culturale molto spesso prende il sopravvento sul riferimento comune al genere umano.

E in quest’ottica assistiamo a una proliferazione di differenze, sempre più parcellizzate e individualizzate, che vengono rivendicate come fattore di un’identità chiusa, e- sclusiva ed escludente. Ciascuno pretende cioè di avere garantito lo spazio per la realizzazione delle proprie istanze particolari, a prescindere dal fatto che queste istanze rientrano in un quadro più vasto. I “diritti dell’uomo”, addirittura, diventano diritti a veder riconosciuta le proprie, specifiche differenze non già in rapporto a una dimensione generica comune, ma proprio contro di essa. In una parola: il diritto ad avere diritti, inteso in questo modo, fa esplodere la comunità. Il risultato di tutto ciò lo abbiamo davanti agli occhi: tanto più oggi, in un’Italia che fatica a trovare quel senso di comunanza che, solo se adeguatamente recuperato, permetterebbe di uscire dalla crisi. Va dunque compreso che assumere che il mondo è fatto di “stranieri morali”, i quali si relazionano fra loro solo nelle forme del consumo, comporta, come dice ancora Augé, un destino di esclusione. Per tutti. Ma si tratta di un assunto sbagliato. Lo è non solo per gli esiti violenti che legittima. Lo è soprattutto perché, ripeto, trascura quella dimensione relazionale che attraversa e costituisce l’essere umano. Insomma: solo se è recuperato quest’aspetto, e viene superata l’idea di una reciproca esclusione degli “uni” rispetto agli “altri”, potrà aver di nuovo significato ed essere presa sul serio, per ciò che comporta, la paroletta “noi”.