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Domenica, 17 Maggio 2026 23:34

SE IL CHAOS DIVENTA LA FORMA STESSA DEL MONDO

Chaos significa il vuoto, l'Aperto, la bocca spalancata prima di qualsiasi suono. Chaos che, nello scontro contemporaneo tra imperi, diventa la forma stessa del mondo. Sono queste le premesse che animano l'impegnativo e rigorosissimo volume: Kaos, appunto, composto dai saggi di Massimo Cacciari e di Roberto Esposito.

In entrambi la parola chiave è spazio, o spatial turn, come da alcuni anni, in filosofia e in politica, si chiama quel fenomeno, divenuto paradigmatico, che allude alla nuova centralità dello spazio, precedentemente posposto a quello di tempo. Ciò che è in gioco, nella nostra temperie culturale, è l'attrito tra luoghi sovrani, spazi imperiali e potenze tecnico-economiche. Se gli Stati sono costretti ad eccedere i propri confini, i "grandi spazi" lottano per l'egemonia mondiale. Dal canto suo, il Politico non rinuncia a sporgere, nonostante la sua debolezza. Di qui l'aporia: se la politica non può perdere il proprio radicamento, lo spazio mantiene una tonalità politica.

Cacciari mostra la distinzione kantiana tra il Lage, il luogo, e la relazione tra di essi, che dà vita al Gegend, alla Contrada, che a sua volta rinvia all'Aperto. In evidenza v'è il carattere ek-statico dello Stato che tradisce l'eterna oscillazione tra interno ed esterno, così come il rapporto tra Terra-Mare-Libertà trova una sua trascrizione nella dialettica tra Poseidone, il dio della soglia, il cui nomos dovrà sempre fare i conti con la personificazione divina originaria del mare, Pontos. L'armonia del cosmo può derivare soltanto da un patto tra le parti ma nessuna di esse - neppure Zeus - potrà annullare le altre, così come non potrà mai darsi una pace definitiva. Il Mare di cui qui si parla non è l'Oceano di cui narra Omero, "l'onnicircondante", che fissa i confini di Terra e di Mare. Tuttavia, nota Cacciari, per quanto Oceano scorra inesausto, il suo periplo è finito. La verità non appartiene più né al Mare né alla Terra, ma solo a chi saprà impadronirsi dell'Aperto ovvero dell'Aria, su cui nessun confine può valere.

Ora, se tutte le guerre "necessarie" della nostra Età si sono giocate quando un Impero si è mosso con violenza tettonica per conformare a sé il Globo, il dominio della Tecnica non svuota di significato luoghi, Stati e contrade imponendo soluzioni che eccedono ogni forma istituzionale. Qui sta il perenne stato di eccezione in cui si svolge la vita contemporanea: nella contraddizione tra la perdurante potenza politica di spazi "contenuti" rispetto alle Potenze universali dei fattori di globalizzazione. Dinnanzi a noi campeggia l'aporia che si dà nella dialettica tra la dimensione spazializzata della prassi politica e l'universalità cosmopolita della Tecnica. Grandi spazi terracquei-aerei si dividono il pianeta, ma senza che tra loro sia stato stabilito un accordo. Se quello russo deflagrasse, ciò potrebbe rinsaldare lo spazio dell'Occidente americano o non farebbe che rafforzare la dimensione imperiale della Cina? Crollata la possibilità di condurre popoli, culture e luoghi in “unum ovile” ciò che ci attende è un'epoca di patti o una guerra che decida chi è il Monarca? È possibile aspettarsi una tenuta del sistema tecnico-economico che trattenga da una lotta assoluta o sarebbe interesse del sistema stesso dare corso alla catastrofe per inaugurare un nuovo inizio?

Interrogativi che riecheggiano nelle riflessioni di Esposito che insiste sulla nuova centralità assunta dalla categoria di "spazio", riprendendo l'originale riformulazione che ne offre Schmitt: "Raum è una di quelle parole in cui una lingua dimostra di essere una lingua originaria". Da qui egli arriva a ipotizzare una relazione tra la parola Raum e la parola Rom, Roma, il sito che più di ogni altro ha saputo creare intorno a sé un grande spazio imperiale. Schmitt prende in considerazione anche il termine latino spatium: nella sua etimologia avventurosa, la s anteposta a patium - forse da patere, essere scoperto, esposto - ha un ruolo "decisivo". Sommando il significato di "tensione" di Raum a quello, separante, di spatium viene in gran luce il senso politico di "spazio" se unito all'attributo "grande". Teso tra elementi contrapposti, lo spazio è una potenza antagonistica destinata all'appropriazione, alla divisione e alla produzione.

Esposito mostra il carattere metafisico della geopolitica, che è sapere del limite, anche del sapere stesso, e insieme sapere del confine. Sottolinea quanto per questa disciplina il rapporto con l'altro resti decisivo. Il nemico è il nostro fratello: pertanto non basta studiarne le mosse, spiarne i comportamenti; bisogna condividerli e averne cura. È il presupposto della geopolitica: intus-legere vuol dire oltre che fronteggiare, comprendere a fondo l'Avversario, non solo come oggetto, ma anche come soggetto. Ciò implica l'assunzione di precisi limiti all'azione umana liberando uno spazio trascendente, un punto in cui il possibile vede l'impossibile, la necessità si apre alla libertà, il limite si dissolve nell'illimite.

Cruciale l'apporto di Agostino. Mai come in lui le due città si rapportano nell'irriducibile distanza. La civitas terrena è in lotta non solo con la città rivale, ma anche con sé stessa: è tagliata in due nella volontà di ogni uomo, insieme voluntas e noluntas. Per Agostino la politica resta dominio delle passioni, mentre la pace non è alla nostra portata: ciò non significa che la communitas non vada perseguita, ma con la coscienza della sua irraggiungibilità. Il realismo si rivela come l'unica prospettiva adatta a scandagliare l'origine e la direzione delle dinamiche politiche. "Mai come oggi quando la stessa nozione di crisi appare insufficiente a esprimere quanto accade, essa è riconducibile piuttosto a quella di catastrofe". Ma la catastrofe, accanto al versante apocalittico, contiene quello trasformativo. Di nuovo: chaos e nomos che, se per un verso si contrappongono, per l'altro sono complementari. È il nodo metafisico che li lega in un unico destino.

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