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Martedì, 14 Settembre 2010 03:49

Giocatevi la chance che vi è stata donata

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Tra le lezioni magistrali più attese della X edizione del Festival Filosofia di Modena – quest’anno dedicata al tema della fortuna – spicca quella di Jean-Luc Nancy, intitolata: Chance, che si terrà domenica 19 settembre, a partire dalle 11.30, nel Piazzale Re Astolfo di Carpi. Jean-Luc Nancy – definito da Jacques Derrida «il più grande pensatore sul tatto di tutti i tempi» – è professore emerito di Filosofia presso l'Università Marc Bloch di Strasburgo. Tra le figure di maggior spicco nel panorama filosofico internazionale, ha riformulato temi cruciali della tradizione filosofica post-heideggeriana, Lo abbiamo raggiunto telefonicamente.

Prof. Nancy, si dice che chi vince alla lotteria è baciato dalla sorte. Che cos’è, allora, la fortuna? Quale paradigma declina: quello del caso, della necessità o del fato?

«La lotteria è la ripartizione dei lotti o delle parti assegnate attraverso una sorte che regola ciò che noi oggi chiamiamo probabilità e, fino a poco tempo fa “caso”, ma ancor prima Moira o Ananké, necessità sovrana, potere cieco che governa il mondo, gli astri, gli dèi stessi e le nostre esistenze mortali. Più precisamente, considerata in rapporto alle nostre vite, essa è ciò che è chiamata Fortuna. La fortuna è buona o malvagia. È ricca o povera, favorevole o contraria. Poiché è indifferente al bene e al male e poiché essa stessa non è nient’altro che questa indifferenza e la distribuzione cieca di buona o cattiva sorte– vale a dire, secondo l’etimologia della parola (dal latino fors, caso) – ciò che è di buono o cattivo augurio, ciò che si preannuncia come fasto o nefasto. Questa fortuna, per la sua indifferente insensatezza e la sua essenziale regolarità assurda, ci si presenta  per lo più  come sfortuna. È una sfortuna di essere nati e non una disgrazia di soffrire. È un mal d’essere. L‘essere, che è fortuna, ordina la sfortuna d’essere. Non è che il male abbia la meglio sul bene, che il ritmo sia più frequentemente penoso e doloroso; è piuttosto che il fatto stesso dell’indifferenza e dell’abbandono al moltiplicarsi delle occasioni significa per noi una cattiva chance costitutiva».

Stare nell’aperto, nel nessun luogo – che è il luogo dello scarto – è il modo attraverso il quale ci predisponiamo alla chance. Ma che cos’è la chance, che significare avere chances?

«La chance è fortuita, furtiva, fertile – tre termini che provengono dalla stessa radice di fors, di caso e di fortuna. La chance è fortuita, vale a dire, secondo la semantica francese, che ha la caratteristica (di essere) più azzardata del caso, se ci si può esprimere così. Una circostanza fortuita, un evento, un gesto fortuito sono di una contingenza così leggera, così evanescente che essa non merita di essere ricondotta al binomio: “necessità/contingenza”. Il fortuito si svincola dalle considerazioni della confluenza delle serie causali e da ogni genere di computo “automatico”. Nella chance la presenza si gioca. Non la presenza inerte di un oggetto, ma la presenza che si presenta, che  viene all’incontro. Un persona, una parola, un luogo, una musica, un animale, un profumo, un sapore. Il fortuito è sensibile, si fa sentire.

La chance è furtiva perché questa sensazione non è da intendersi come la caratteristica di un oggetto, ma come un segno inviato, un indizio o un invito che non dice di cosa si tratta. Non è segnale, infatti, che il passaggio imprevisto di ciò che deve essere  imprevedibile, poiché questo non proviene da alcuna serie o concatenamento».

Quale nesso  esiste tra chance e tempo?

«Valery diceva che “ciascun atomo del silenzio è la chance di un frutto maturo”. In che senso? L’atomo del silenzio rappresenta la furtività nel suo duplice aspetto di dimensione minimale ed evanescente. Questo non è (contenuto) nel discorso, tanto meno nella parola che si manifesta nella chance: è nel non-detto del significato. Un atomo del silenzio designa un silenzio assai breve. Il tempo della chance confina con l’istante. È il passaggio dell’istante. I Greci parlavano di kairos per designare la chance opportuna, che si deve saper cogliere. Il kairos si distingue da chronos come un altro aspetto del tempo: non il tempo della durata, ma quello dell’occasione».

Ma la chance, lei sostiene, è anche feconda.  Da cosa scaturisce questa sua fertilità?

«Sempre, senza dubbio, la chance afferrata è, in qualche modo, rubata. Non l’abbiamo prodotta, e se si è riusciti ad afferrarla è perché la si è ricevuta e accolta. Appunto, la sua fertilità si trova nel fatto che non è stato possibile derubarla, perché noi l’abbiamo ricevuta. Essa consiste nel saper cogliere l’occasione.

Se il poema parla della chance di un frutto maturo, il gioco del genitivo – è la sua chance – permette di capire “la chance della produzione di un frutto” così come “la chance che è questo frutto stesso”. Il frutto è, di per sé, una chance. Il mondo, in fondo, è lui stesso un frutto profumato e colorato, generoso e transeunte. Può essere maleodorante e pallido, ingrato e paralizzato nella sua permanenza. Esso resta, tuttavia, la sola chance d’essere».

Francesca Nodari «Giornale di Brescia» Martedì 14 settembre 2010

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