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La felicità ha un «suo» luogo? Negli stereotipi più diffusi, essa non ha soltanto un luogo, ma una forma: quella della casetta volta ad ospitare una felicità intima e segreta (un cuore e una capanna), che rappresenta contemporaneamente il più diffuso, il più modesto («ça me suffit» «questo mi basta», si chiamano a volte questi rifugi dell’anonimato) e il più ambizioso degli ideali.
Gli antichi chiamavano la felicità eudaimonía, che significa venire a patto con i demoni, avere un buon rapporto col demonico, cioè con tutte quelle forze, tendenze, impulsi che ci trascinano.
Una lunga tradizione letteraria, religiosa e filosofica considera vane e irrealizzabili le attese di felicità. Ricordo alcune delle voci più autorevoli. Il coro dell’«Edipo re» di Sofocle proclama solennemente l’impossibilità per gli uomini di essere felici.
I Filosofi lungo l'Oglio arrivano nel castello gonzaghesco di Ostiano per il ciclo sulla Shoah, Fare memoria.
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