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Serata fredda, sala piena. La prima volta dei Filosofi lungo l’Oglio, squadra storica di Francesca Nodari, a Rovato, è un successo. Scavare la Shoah nel cuore di una campagna elettorale glabra, di una crisi rimordente, di un clima depressivo è un colpo di reni che giova alla cultura e allo spirito dei Giusti. L’altra sera, di nuovo e con altra originale vitalità, la direttrice di questo «Fare Memoria» invernale, Francesca Nodari, per prepararsi quasi al «Fare filosofia» nelle magioni estive fluviali e prefluviali, rilanciava la consistenza di un filo rosso tra pensiero e memoria,dolore e orizzonte. Introduceva insieme all’assessore alla Cultura,Simone Agnelli, il saggista e lo storico Gabriele Nissim,ne indicava i meriti eccellenti nel seminare il campo dei Giusti e indicava il 6 marzo a Brescia il nostro giorno nell’individuazione delle anime belle per la storia e la memoria del bene in ogni tempo e da ogni parte esso appaia e cresca limpidamente. Accadrà a Brescia, a parco Tarello. Due gli interrogativi a cui rispondere, da non lasciare appassire: primo, non dimenticare,secondo proporre esempi morali tracciabili per dimostrare la materia e lo spirito di chi è andato contro, allora e dopo, la barbarie più alta del male umano, la barbarie in cui la persona si è confusa carnalmente con il diavolo in una postura biforme della natura innaturale quando dimentica il valore primario della vita. Nissim agita la concretezza di due storie per entrare nel cuore delle attese dei giusti normali di ogni giorno. La prima storia Nissim la riferisce alla distruzione di un villaggio nei Carpazi. È il 1941, i nazisti annientano centinaia di innocenti. Chi si salva si nasconde e quattro dirigenti del villaggio decidono di immolarsi per sfamare la belva nazista. «Si accontenteranno di noi - pensano - e si dimenticheranno del villaggio, andranno via». Dei quattro uno non ce la fa, fugge, rimangono in tre, saranno sterminati. Pochi mesi dopo, il ritorno dell’inferno, un altro annientamento. Il male, insomma,non si accontenta, non si placa davanti aun umanesimo eroico, lo impasta nella caldaia della tortura senza tempo. La seconda storia narrata da Nissim riguarda lo scrittore Armin Wegner, il primo ad occuparsi del genocidio degli Armeni. Sposa una donna ebrea, la figlia viene discriminata. Così scrive una lettera a Hitler in cui ricorda i servigi e la grandezza ebraica. La figlia, un giorno, a pranzo, butterà la minestra addosso al padre. Grossman avvertiva sulla fragilità della bontà e in questa fragilità avvertiva la sua resurrezione. Nissim non perde l’attenzione sull’area grigia dei silenzi e dei pilatismi durante e dopo il nazismo e nello stesso tempo non dimentica, alla maniera di Hanna Arendt, i non partecipanti al male, gli oppositori silenti della dittatura. Il percorso del Fare Memoria,della cultura per la Shoah ritrova la linea dell’unità, ripropone la riflessione di Simona Fortis quando sostiene che non esiste un male come dialettica tra vittima e persecutore, ma come genuflessione al potere, come sostentamento, di nuovo, alla cosiddettazona grigia.A quella zona ambigua, emergente e sotterranea dove si alimenta, digerisce e…
Non basta l’imperativo «non dimenticare», bisogna anche educare alla memoria, ormai consapevoli del fatto di trovarci già, in un certo senso, nell’era della post-memoria. Questo è il tema dell’ultimo incontro della rassegna di Filosofi lungo l’Oglio. Stasera, alle 20.45, nel teatro comunale di Leno (via Dante, 7) toccherà a David Bidussa tirare le fila del percorso di riflessione sul dopo Shoah, iniziato lo scorso 17 gennaio. Lo studioso interverrà con una lectio magistralis dal titolo «Educare alla memoria. I viaggi di memoria tra oggetto e progetto» nella prospettiva che l’educazione è fatta anche di atti concreti. L’istituzione del Giardino dei Giusti nella nostra città, la cui cerimonia di inaugurazione è fissata per mercoledì 6 marzo, alle ore 11, in un’area del Parco Tarello, vuole essere infatti la messa in pratica di questo intento.Giornalista, autore di saggi sull’ebraismo, David Bidussa è uno dei più autorevoli storici sociali delle idee. Lecturer presso la Hebrew University di Gerusalemme tra il 1982 e il 1984, lavora presso la Biblioteca della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli di Milano.
Avanzano con il passo ottuagenario di chi viene da Asti e torna ad Asti nella notte. Paolo e Anna ricevono il braccio rispettivamente della dott. Francesca Nodari, direttrice dei Filosofi lungo l’Oglio in circuito nella suggestione freschina di San Fedele a Palazzolo, e di Eugenio Massetti, editore con il piglio, l’altra sera, di paggio-editore. San Fedele è vissuta da oltre cento persone, salutata per tutti e principalmente per gli ospiti, da una cortesia scelta dell’assessore Gianmarco Cossandi, «ci facciamo piccoli di fronte al teologo, biblista, scrittore e docente... ci sediamo all’ascolto ». Francesca, il Capo di un’intuizione invernale sul «Fare Memoria. Perché la Shoah?», invita a segnarsi l’« imprevedibilità» del prof.De Benedetti, quello spirito di aggiudicarsi l’ultima riflessione in diretta, lì, in quell’istante,dopo notti insonni intorno alla questione da trattare, «Il futuro di Dio» nell’accezione passiva ed attiva, ieri e domani, cielo e terra, persona e Dio con l’intermediazione sanguinosa del dolore, dalla Crocifissione di Cristo alla Crocifissione della Shoah. Il professore è imprevedibile per l’unicità di un procedimento ispirato, per la conoscenza di ogni interpretazione rabbinica, per possedere in dote il vento della grazia nel luogoin cui gliaccade di pensare.E di intuire l’ultimo suggerimento proveniente dal sapere e dalla fede. Insieme,alleate peristanti di rara grazia. «L’anno scorso mi avete assegnato - ricorda - il tema sulla "Memoria di Dio". Quest’anno avete voluto rendere insonni, io e mia sorella, per questo titolo, "Il futuro di Dio". Allora cercherò di accedere subito a un dato di antichità, di "tradizione muta" riguardo al futuro di Dio, allorché nei nostri catechismi si affermava: "Dio è l’essere perfettissimo, Creatore e Signore della Terra". Ecco, a fronte di una dichiarazione così,perdiamo il sentiero del futuro di Dio». Lo amiamo immobilmente, fermi e spaventati. Invece, pensa il prof. De Benedetti, ricordando il dono di una visione di sé allo specchio per il libro elaborato intorno alla sua operadaparte di Ilario Bertoletti, ringraziato lì, presente nel mezzo di San Fedele, il futuro di Dio è contemporaneamente il suo passato e viceversa. Il tempo non entra fisicamente nel conteggio di Dio, l’unicum di ieri e domani cammina e si identifica nell’istantaneità in cui viene evocato. Come se tutti noi, in San Fedele, fossimo divisi e indivisi a rappresentare simultaneamente- simul stabunt etsimul cadent - il passato e il futuro. Al di là della morte, così che essa finisca per essere un confine non assoluto rispetto al futuro dolore di Dio e della persona. Dio piange sulla rovina del suo popolo e il suo popolo piange sulla rovina crocifissa del Figlio. Di ogni figlio. Forse, l’usufrutto del dolore diviene un pianto doppio, ricorda il prof. De Benedetti, il pianto umanissimo di Dioper l’uomo e il pianto deificato dell’uomo nei confronti del Signore Gesù Cristo. Dice il rabbino riguardo al pianto di Dio: «Se tu vuoi che io non pianga, io non piangerò, ma piangerò in luoghi segreti». In questa contrazione tra la pietà della persona e il richiamo alla preghiera del pianto da parte di Dio avvampa un bagliore…
Il teologo americano Arthur Cohen chiamò i campi di sterminio nazisti «il Tremendum»: monumenti, scrisse,«di un’inversione senza senso della vita verso un’orgiastica celebrazione della morte». Dopo una simile tragedia, perché si dovrebbe tornare a coltivare la speranza? Massimo Giuliani, docente di Studi ebraici e di Ermeneutica filosofica all’Università di Trento (ha da poco tradotto e curato per Morcelliana il libro di Cohen sull’olocausto), ha cercato di proporre una risposta l’altra sera, nel Teatro comunale di Erbusco, durante il quarto incontro di «Fare memoria», la rassegna a cura di Francesca Nodari dedicata al ricordo della Shoah. Giuliani ha conversato intorno al suo testo, già leggibile nel nuovo instant book di «Fare memoria» edito da Massetti Rodella, ed ha esordito ricordando le parole pronunciate nel 1990 dal cardinale Carlo Maria Martini: la Shoah è «un crimine imperdonabile che graverà sempre sulla coscienza europea». Auschwitz, osserva Giuliani, «sembra mettere in dubbio il processo che a partire da Kant giunge fino a metà del ’900: quella modernità cheha cambiato il volto dell’Europa. L’olocausto ha segnato la fine dell’illuminismo, ma per molti studiosi è stato anche "il" suo fine: alcune sue premesse erano già presenti in certi processi della modernità». È la «dialettica dell’illuminismo» teorizzata da Adorno e Horkheimer, secondo i quali «i germi barbarici, ad esempio il pensiero razzista, sono già dentro la modernità ». Agli antipodi delle speranze illuministe, Auschwitz «sconvolge le nostre categorie consolidate e il tentativo di giustificare l’uomo di fronte al male nel mondo».E produce una «bancarotta del pensiero». Pure, esiste un’altra faccia della Shoah: quella dei «giusti» che in molti modi si opposero alla dittatura, mettendo in gioco la propria vita. Come ha osservato il filosofo Emil Fackenheim, il fatto che anche di fronte alla «logica irresistibile» del nazismo vi fu qualcuno che seppe resistere mostra a noi la «ragione ultima e più profonda per sperare». Speranza e disperazione convivono nell’uomo contemporaneo, in un drammatico rapporto dialettico. Scrive Cohen: «La speranza che Dio offre all’uomo e la disperazione che l’uomo restituisce a Dio è la dialettica più feroce che il nostro tempo abbia vissuto». Non dev’essere la morte, però, ad avere l’ultima parola: «Vi è qualcosa di più grande, la dignità umana e la sacralità dell’interiorità che nessuna violenza può sopraffare». Gli ebrei, dice Giuliani citando ancora Fackenheim,«non hanno il diritto di concedere a Hitler delle vittorie postume»: se la disperazione vincesse, il mondo sarebbe lasciato in preda alle forze di Auschwitz. Al rabbino Izchaq Nissenbaum del ghetto di Varsavia è attribuita l’espressione teologica «qiddush hachajjim », «santificazione della vita». Indica «il dovere assoluto che un ebreo ha oggi di sopravvivere, contrapposto all’atto del martirio». Nobile atto di fede, quest’ultimo, ma anch’esso «assassinato ad Auschwitz,quando i nazisti hanno privato le vittime della possibilità dell’assenso alla loro stessa morte». Dopo la Shoah, la speranza è dunque «un debito morale che abbiamo verso le vittime, soprattutto nella misura in cui si tratta di una speranza contro Auschwitz, custodendo la memoria storica di quel che è stato e vigilando in modo critico…
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