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Venerdì, 03 Dicembre 2010 09:18

L' Homo oeconomicus e il buon uso del mondo

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Il prof Salvatore Natoli, docente di filosofia teoretica e di etica sociale nella facoltà di conomia all' Università di Milano e di Storia delle idee all' Università Vita-Salute San Raffaele di Milano è stato ospite del nostro auditorium a Ghedi dove ha tenuto una lezione sulle forme del fare e la responsabilità dell' agire nella nostra società.

Homo œconomicus: il denaro, la produzione, il consumo. È questo il titolo della lectio magistralis tenuta giovedì 14 ottobre, nell’Auditorium della Bcc Agro bresciano di Ghedi da Salvatore Natoli, ordinario di Filosofia teoretica all’Università Bicocca di Milano e volto noto al pubblico bresciano. L’evento promosso dalla Bcc Agro Bresciano – banca del territorio e per il territorio – in partnership con l’Associazione culturale Filosofi lungo l’Oglio ha riscosso un meritato successo, vista l’affluenza di pubblico, curioso di sentir parlare il filosofo in una banca. Dopo una breve quanto appassionata introduzione della dott.ssa Francesca Nodari – presidente dell’Associazione culturale Filosofi lungo l’Oglio – ha preso la parola il Prof. Natoli, che ha dotato l’assemblea dei rudimenti introduttivi alla lectio. L’analisi natoliana – sottesa dalla distinzione tra fare (eseguire un compito) ed agire (dare senso alle proprie azioni) – ha preso le mosse dal volume Il buon uso del mondo, che conclude un’originale trilogia sullo stato attuale del mondo (Stare al mondo, Feltrinelli 2002; Il crollo del mondo, Morcelliana 2009). È ricco chi è felice o è felice che è ricco? A partire da questa vexata questio ha preso corpo l’argomentazione del filosofo che ha saputo affrontare, in un’indagine a tutto campo, il rapporto tra denaro e felicità. Se in passato la ricchezza era indice di possesso di beni, dal moderno essa è sempre più rappresentata dal denaro, che è il fare soldi. L’economia lo prende in considerazione per se stesso e, non a caso, la moneta è chiamata valuta. Il denaro è divenuto esso stesso oggetto di scambio: si può vendere e comprare e, in tali transazioni, può acquistare o perdere valore. Si può far denaro col denaro: basti pensare alle recenti bolle speculative e alla crisi finanziaria. Non solo, il denaro è codice di comunicazione: crea aspettative, genera legami, modella le esistenze; e ancora instaura un rapporto particolare col tempo: ogni istante deve essere trasformabile in guadagno. «Anche la banca – precisa Natoli – “gioca” con il tempo. È una istituzione che opera disponendo del tempo. Governa il tempo nel gioco del denaro. Raccoglie denaro con la promessa di restituirlo alla scadenza e lo investe tramite i prestiti con l’impegno alla restituzione dopo un certo lasso di tempo. A garanzia di questa attività offre la propria reputazione. La mediazione irresponsabile diventa inganno. Parimenti il denaro ha deposto la sua funzione di fine: è, per dirla con Simmel, il valore delle cose senza le cose stesse. Gli stessi beni patrimoniali vengono valutati più in termini di disponibilità che di possesso. Un’idea, peraltro, non del tutto recente, già presente nella parola tedesca Vermögen, che significa patrimonio ma che, per la presenza del verbo mögen nella formazione del nome, allude anche al potere. Questo ci fa concludere che il valore di un patrimonio non risiede tanto nella proprietà, ma nelle possibilità che concede. Niente più del denaro rappresenta il possibile: smentendo la superstizione cosalista di Mida, la moneta cessa di essere aurea, argentea e diviene titolo». Siamo molto lontani dalla Metafisica dei Costumi kantiana in cui l’uomo, in quanto soggetto di una ragione moralmente pratica, è elevato al di sopra di ogni prezzo. «Oggi – prosegue il filosofo – gli uomini vengono trattati come mezzi sia quando sono sfruttati sul lavoro, sia quando sono consumatori passivi. Tutto ha valore di mezzo, tranne il denaro, non perché è un fine in sé, ma perché è un vortice». Di qui la sua ambivalenza: da un lato è fattore di emancipazione, di ampliamento delle relazioni sociali – non a caso si dice che la finanziarizzazione del mondo è stata un acceleratore dei processi di globalizzazione – per converso, ha separato ciò che è vicino, frantumato le comunità, reso i rapporti impersonali e non ha, certo, ridotto le diseguaglianze. La mentalità acquisitiva – continua il docente – ci ha illuso che tutto si può comprare, anche la felicità. Ma essa non sta nel possesso, bensì nella capacità di farne uso. Il denaro può divenire fattore di felicità se serve, non se asserve. Occorre recuperare la ragione del fine, incentivare la creatività dei singoli e non orientare la produttività al mero accrescimento di profitti senza soggetti». Il filosofo, poi, scandaglia la percezione del lusso mostrandone la confutazione tra i greci ove, la ricchezza – come già diceva Pericle – serve a lenire il dolore e non vale per sé, ma per la possibilità di agire e di produrre virtù; nei secoli cristiani – sulla scia del contemptus mundi – ove il lusso era sinonimo di vacuità e causa di dissipazione per arrivare al moderno, con le celebri descrizioni dei passages parigini di Benjamin, e il mutare stesso del lusso in costume sociale e, quindi, in motore dell’economia. «Dal consumo di massa dei grandi magazzini – nota Natoli – si è passati alla specializzazione e personalizzazione del consumo, che ha il suo acme nella “firma”». Ad ognuno il suo gadget, stando attenti di mantenere viva l’illusione della novità che alimenta bisogni futili attraverso la moda «che, se per un verso, è sorella della morte perché disfa le cose, per l’altro è il miglior modo di rimuoverla. Ma sappiamo cosa vogliamo e, soprattutto, cosa vogliamo essere? Chi è che sceglie quando scegliamo e con quali criteri lo facciamo? Siamo capaci di sottrarci e di sviluppare un consumo critico, la condotta razionale di spinoziana memoria? Non siamo forse etero diretti e vittime di un falso movimento? Bisogna avere la capacità di sottrarsi per poter discernere tra ciò di cui non si può fare a meno e ciò che è in sovrappiù. Nel mondo antico esercizi di astinenza venivano praticati sia dagli epicurei che dagli stoici, con la differenza che, come fa notare Foucault, nella tradizione di Epicuro si trattava di dimostrare come nella sola soddisfazione dei bisogni elementari, si potesse trovare un piacere più puro che nelle voluttà colte nel superfluo per arrivare a stabilire la soglia a partire dalla quale la privazione poteva far soffrire. Per dirla con Seneca: non si tratta di un gioco, ma di un esperimento. Infatti le mode ci rendono, davvero, liberi o ci distolgono dal perseguire ciò che sarebbe più utile per noi? Tutto ciò è certo spreco ma è anche un deficit cognitivo. Eppure nelle società postindustriali – chiarisce Natoli – v’è un duplice paradosso: da un lato, il fatto che l’indice di soddisfazione tende ad abbassarsi non potendosi più permettere quanto prima era possibile, dal’altro ne viene che i beni – aria, acqua, spazi – un tempo considerati comuni, stanno divenendo rari e la battuta di Woody Allen: “Da dove veniamo? Dove andiamo? Che mangiamo stasera?” diventa tragica, se si pensa che la III domanda riguarda due terzi dell’umanità. A ciò si aggiunga la lunga lista dei caduti dal vertice, dei precari, degli sconfitti che vivono in balia dell’insecuritas e dell’incertezza. Per dirla con Enzensberg: “il lusso del futuro si congeda dal superfluo”. Per questo – conclude Natoli – occorre saper fare buon uso del mondo. Così nella società della tecnica, dell’abilità e del saper fare si ripropone in tutta la sua urgenza il ritorno all’esercizio delle virtù, intese nella loro accezione greca, e quindi come abilità, ma abilità ad esistere, come capacità di darsi stabilità nell’indeterminatezza del mondo. Di costituirsi come punti di resistenza in una società in cui, davvero, siamo uno nessuno centomila. Ma si può divenire capaci d’inventarsi la vita solo si è titolari delle proprie azioni istituendo un rapporto autentico con il proprio desiderio, con la propria corporeità e con gli altri». È sintomatico che queste affermazioni risuonino nell’Auditorium della Bcc Agrobresciano, banca del territorio costitutivamente ispirata a principi di mutualità, solidarietà e crescita culturale nei confronti dei propri soci.


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