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Nell'ambito della rassegna «Filosofi lungo l'Oglio», iniziativa che gode dell'Alto Patronato della Repubblica ed il patrocinio di Regione, Provincia e Comune, giovedì 7 febbraio alle ore 20.45 l'auditorium San Fedele ospiterà Paolo De Benedetti. Un incontro che chiude le celebrazioni organizzate a Palazzolo dall'Amministrazione comunale e dalle associazioni Nuova Resistenza, Anpi, Centro di formazione musicale «Riccardo Mosca» e Circolo dopolavoro comunale, dedicate alla giornata della Memoria. Il professor Paolo De Benedetti, teologo e biblista, nonchè uno dei massimi esperti contemporanei dell'ebraismo, relazionerà su «Il futuro di Dio» e sull'importanza di fare memoria oggi. Tema che riflette quello dell'edizione invernale dell'iniziativa «Filosofi lungo l'Oglio» dedicata alla Shoà, ossia quello del fare memoria per la coscienza collettiva, per le inevitabili sfide che pone l'ingresso nell'era post memoria, quella in cui i testimoni diretti degli avvenimenti se ne stanno andando, rimarcando l'imperativo del «Non dimenticate».De Benedetti è stato a lungo docente di Giudaismo presso la facoltà Teologica dell'Italia Settentrionale di Milano e di Antico Testamento presso gli Istituti di Scienze religiose delle università di Urbino e Trento. Protagonista del dialogo interreligioso attuale, il professore dirige, tra le altre, anche la prestigiosa collana «Pellicano Rosso» della Morcelliana ed è tra i curatori del Dizionario Bompiani delle Opere e dei Personaggi di tutti i tempi e di tutte le letterature. Ingresso libero.
Ugo Volli, l’altra sera, parlava nella sala del Consiglio comunale di Castrezzato per il ciclo Fare Memoria organizzato dai Filosofi lungo l’Oglio, accompagnato da una stuolo al femminile, la direttrice Francesca Nodari, l’assessore Maria Paola Bergomi,il sindaco Gabriella Lupatini, la consigliera Anna Maria Gandolfi delle Pari Opportunità. Lui apriva la riflessione in Municipio e sotto, nei bar, le televisioni trattavano lo scrutinio delle elezioni politiche in Israele, segnando la vittoria non clamorosa di Netanyahu, l’avanzata del Centro. Nell’accento di nebbia e nel freddo uno sotto zero di Castrezzato si riscopriva il senso della globalizzazione, la coperta della filosofia, il gelo della disoccupazione, la compagnia del Fare Memoria per non dimenticare, il filo da rinforzare tra chi approfondisce il «Mai più. L’antisemitismo dell’Antisemitismo» con il prof. Ugo Volli, docente di semiotica, giornalista e scrittore di critica teatrale e artistica e chi si distrae per superficialità e per preoccupazione ai propri bisogni. Mazzini, che radicalizzava la sua parte, s’era convinto: con la pancia piena si avvista la rivoluzione risorgimentale.Le parole di Volli e i brusii dei bar, i silenzi pensosi delle ex nebbie, la prossima alba scarsa di uomini sui pulmini esangui verso Milano per costruire altre case scarse, si trasformava in quel «cappuccio universale» in cui ciascuno trova il bollente e l’amaro della vita. Il prof. Volli ha il problema di chi possiede una cultura vasta e si trova ad ogni pausa di fronte a un incrocio invitante: di qua o di là, indietro o avanti, ieri o adesso? Ma intinge subito la diffidenza scientifica in quel «cappuccino universale», in quella globalizzazione relativista in cui si disperdono le identità e le specificità. Quel «cappuccino universale» gli sembra l’ultimo lager liquido per sciogliere l’ebraismo e confonderlo nel tutto del niente. L’antisemitismo, dice, è dentro una strategia di distruzione millenaria. Hitler non era il primo e si deve stare attenti affinchè non sia l’ultimo. I Cristiani non solo di Agostino, i Maomettani da Maometto ad Hamas hanno puntato sulla eliminazione dei «fratelli maggiori». Ecco il senso delle elezioni in Israele che salgono le scale del municipio di Castrezzato,l’omonimia tra Ebraismo, Israele, Shoah. Il prof. Volli è pronto a inviare agli increduli messaggi filmici in cui i dettati di Hamas, per esempio, stanno oltre l’hitlerismo. Sentite il canto di Hamas nella voce resistente di Volli: «Noi vinceremo perchè noi amiamo la morte quanto voi amatela vita». Il prof. Volli traccia esempi sul «carattere genocida della dirigenza palestinese; alcuni dei loro leaders hanno scritto tesi di dottorato com- pletamente negazioniste sulla Shoah». L’antisemitismo, insomma, avanza in una scansione secolare senza sosta. Quel «Mai più», gridato dalle nazioni dopo la scoperta di Auschwitz rischia perfide soste. Costantemente, spiega il relatore, le motivazioni fondamentali che reggono i moventi dello sterminio si riferiscono all’ostinazione degli ebrei di rimanere ebrei;per i cristia- ni al fatto di non aver riconosciuto Gesù e di averne causato la Crocifissione e per i Musulmani, gli ebrei avrebbero rifiutato di riconoscere la rivelazione dell’arcangelo Gabriele su Maometto. Volli ci porta nella neve del lager…
Secondo appuntamento per la rassegna di incontri «Fare Memoria. Perche?» di «Filosofi lungo l'Oglio». Stasera, alle 20.45, nella sala cosiliare del municipio di Castrezzato, (piazzale Risorgimento,1), Ugo Volli, ordinario di Semiotica del testo all'Università di Torino, tiene la conferenza «Mai più? Antisemitismo al di là dell'antisemitismo». Da tempo Ugo Volli invita a non sottovalutare le minaccie palpabili provenienti dal cosidetto antisemitismo di ritorno. Per non dire poi dello spettro inquietante del negazionismo. Il fare memoria costituisce, pertanto, un dovere e insieme un'occasione per interrogarsi sull'identità dell'Europa, sulle ragioni che l'hanno portata alla distruzione di massa di un popolo, su certe connivenze, su certi silenzi. Triestino di nascita, Volli (classe 1948) coordina anche il Centro interdipartimentale di ricerca sulla comunicazione (CIRCE). Dal 2006 al 2012 è stato presidente della sinagoga reform Lev Chadash.Ha al suo attivo varie pubblicazioni scientifiche e una quindicina di libri. Ha lavorato a lungo nell'editoria libraria: caporedattore per la Bompiani e direttore di collana per Electa.
Francesca Nodari, guida sicura dei «Filosofi lungo l’Oglio», apre la prima serata dedicata, invernalmente, al ciclo della Shoah, a quel «Fare Memoria» e a chiedersi il Perché sia potuto accadere il massacro costante, scientifico e infernale nei lager tedeschi e come sia stata sopportabile, silenziosamente, la vergogna del mondo prima di aprire il varco ufficiale al rimorso e alla pietà. L’altra sera siamo una cinquantina nella Rocca di Orzinuovi, intirizziti dall’eco di una neve buona, attesi a sentire la riflessione del filosofo della religione e di molto altro, il prof. David Meghnagi,sull’opera di Primo Levi, «Scrittura e testimonianza ». La dott. Nodari avverte, ancora, sulla possibilità-necessità di una nostra resistenza incarnata al male. Meghnagi ha conosciuto e lavorato con Levi, costruito convegni, controllato l’alzarsi e l’abbassarsi della letteratura leviana nel corpo ambiguo degli scrittori ufficiali. Non è stato amato subito, neanche unpoco, Primo Levi, dice il relatore: scomodo, con il timbro del testimone e dunque non letterato al tempo in cui, lamoda dei premi sdolcinati della letteratura teneva a distanza la testimonianza come fosse fonte di inquinamento, erigendo il vessillo di una letteratura neutralista. Levi, invece,ha creato una lingua e molti ne hanno ripercorso i sentieri. I sopravvissuti, spesso,usano lo schema leviano, indicano il male e il dolore con le medesime emozioni letterarie, si riavvolgono in un lutto con l’accento di preghiere sorelle. David Meghnagi insiste: la letteratura vera non è invenzione, è spirito di parola testimoniale. Levi viene tenuto lontano dal club degli scrittori vacui e seduttivi e lui stesso viene considerato vacuo per non essere nel centro dell’effimero. Finalmente, quando la storia claudicante incontra la schiena diritta di tante persone, allora la letteratura e la testimonianza attingono alla sorgente della salvezza, alla parola che si fa azione. Il ruolo di Primo Levi quale scrittore viene riconosciuto con «La tregua», 1963. Eppure, quel testo egli altri di Levi avrebbero rappresentato uno strumento poderoso, e laico e santo, per una riconciliazione di destra e di sinistra, per un passo in avanti dell’umanesimo cristiano certo nell’anelito di un comune destino. Levi è scienziato e usa la precisione della scienza nella scrittura, sottrae l’inutile, utilizza la metafora della chimica, lavora sul sangue orante e cerca e spera di tenerlo lontano dagli abissi intanto che accende i lumi predestinati, notturnamente, di un lutto esposto prima della morte. Levi, il testimone, è libero. La vittima è soppressa,la letteratura riesce a reinventare, diremmo a resuscitare se fosse possibile, la vittima e il testimone nella stessa carne e nello stesso spirito, per mediazione. La letteratura, dice Meghnagi, è congiunzione tra vittima e testimone. La letteratura è insieme vita e memoria, si «transustanzia» nella comunione di chi va a morire, inerme e già torturato, a garanzia di un misterioso delitto totale. David Meghnagi incanta, riporta i lumini ebrei dell’alba e li appende a immaginari e nostri fiocchi di neve. Quando non ce la facciamo con la prosa, rischiamo la poesia.Vige un silenzio catacombale nella Rocca e per qualche minuto si pensa alla lacrima propria e del compagno…
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