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Ritorno al grembo
- Concorso: ASCOLTARE - 2026
- Autore: Giorgia Bordoli
- anno: 2026
- dimensioni HxLxP: 177 ×45 ×25 cm
- tecnica: acquerello, caffè e inchiostro su carta, sezione di tronchi di castagno, gusci d’uovo, filo di ferro
- poetica dell'opera: Cosa succede quando si smette di ascoltare quelle che sono le peculiarità e le esigenze di un territorio? Il mio lavoro nasce con un’intenzionalità ben precisa: esprimere un desiderio di riconnessione collettiva con il territorio della Tremezzina (Como), luogo di quiete e di radici. Questi spazi un tempo fiorenti di ulivi, di gelsi e di piccole attività commerciali e pastorizie, sono stati repentinamente modificati, cancellati, talvolta usurpati. La brama di edificazione diffusasi in poco più di mezzo secolo non si è curata dell’identità storico-geografica dei borghi, una volta ben distinguibili sul territorio, oggi soffocati da mattoni e da strade in calcestruzzo. Con l’avvento del turismo di massa le piccole attività artigianali hanno ceduto il passo a spiagge e a locali privi di alcuna sostanziale connessione con la realtà in cui si trovano immersi. Il territorio, qualunque esso sia, è un substrato che garantisce vita e identità: esso è come un grembo che accoglie e che culla. La dissipazione della naturalità e del passato di un luogo ci hanno sovente accompagnato verso la sua banalizzazione e verso la sua immedesimazione con le regole che governano il mercato. “In questo ambiente ogni intervento ex-novo, proposto magari su moduli standardizzati, va rivisto e ricorretto”, così cita il Documento di Piano (DdP) datato 2013 dell’ex-comune di Lenno, attualmente facente parte della più ampia Tremezzina. È chiaro che è oggi necessario ritornare a riflettere sul significato di queste parole più volte infrante nel loro senso più vero. Per me riattivare questo ascolto ha significato adottare materiali e pennellate elementari. Ho scelto di dare vita a un lavoro autoportante che potesse contenere in sé quegli elementi che simboleggiano questi luoghi. Innanzitutto, le sezioni di tronco di castagno fanno da fondamenta al lavoro, rappresentando l’abbattimento e la rimozione della realtà floristica del territorio. Al contempo, i gusci di uovo frantumati vogliono riportare alla memoria l’azione di cura quotidiana verso la vita umana e non. Proprio come dei gusci privati del loro contenuto, nel contemporaneo rischiamo la caduta nell’automatismo, sprovvisti di quel nutrimento donatoci da una riflessiva e paziente manualità. Tuttavia, in una visione che tiene conto della molteplicità dell’esistente, non si può rinnegare la presenza di un tentativo costantemente e faticosamente ricercato di ritornare all’ascolto dei luoghi e delle persone che da tempo li abitano: è la mia speranza tradotta in un filo di ferro che si innalza fino a sostenere un supporto di carta scandito dal gesto pittorico. Il filo di ferro è stato scelto in quanto materiale resiliente, ma leggero; al contempo, la sua sottigliezza lo rende appena percepibile. La carta, materiale facilmente deperibile, è qui soggetta alle oscillazioni dell’atmosfera che la circonda facendosi simbolo del tentativo della reviviscenza dell’ascolto. Quest’ultima è un’azione difficoltosa, ma viscerale, così come lo sono gli strappi che s’incontrano alle estremità del foglio. I segni che vi si leggono sono essenziali, caratterizzati da una purezza primitiva. Un corpo fluttuante cerca la leggerezza di un’onda, quella del lago: con quest’ultimo si identifica ed entra in simbiosi. Più pesante è il corpo sottostante: la sua caduta è il nostro fallimento dell’ascolto. Il mio è un elogio a quel corpo che con coraggio tenta il dialogo e la comprensione dei luoghi senza rinnegare la propria fallibilità, ma adottandola come una sfida quotidiana.