SPECIALE AVVENIRE

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FELICITA'

IL NON LUOGO CHE VOGLIAMO RAGGIUNGERE

Domenica 12 febbraio L' Avvenire ha dedicato uno speciale di due pagine alla nostra ultima rassegna estiva del Festival, dedicata alla Felicità.
Nell' area rassegna stampa del nostro puoi trovare i singoli articoli dello speciale.

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«Impegno attivo contro l'intolleranza per conservare la memoria della Shoah»



  • Nicola Rocchi
  • Giornale di Brescia


Un bel segnale di condivisione civile è giunto dal Teatro comunale di Travagliato: quasi pieno, giovedì sera nella vigilia del Giorno della Memoria, per ascoltare la testimonianza di Rav Giuseppe Laras. Studioso eminente del pensiero ebraico, a lungo rabbino capo a Milano, Laras è stato chiamato da Francesca Nodari a parlare del «comandamento della memoria» per il ciclo di incontri che l'associazione «Filosofi lungo l'Oglio» dedica al ricordo della Shoah.

L'ospite ha invitato a praticare una «memoria dinamica», rivolta al futuro: «Perché non si ripresentino le condizioni che hanno causato quella tragedia». E ha ravvivato la sollecitazione con il ricordo - evocato con semplicità e qualche attimo di commozione - delle esperienze vissute da bambino sotto il fascismo. «Dopo il settembre '43 - ha raccontato Laras - chi, come noi, era sfollato in montagna dovette scendere per evitare rastrellamenti e fucilazioni.

Nel luglio del '44 io e mia madre andammo dalla nonna materna a Torino. Ci aveva scritto: non ho mai fatto male a nessuno, cosa devo temere? Era la follia della brava gente, che non aveva capito di trovarsi in un mondo di malvagità». Il 2 ottobre, a mezzogiorno, i fascisti vennero ad arrestarli. «Eravamo stati denunciati: i delatori ricevevano cinquemila lire a persona. Nel loro elenco io non comparivo, e mia madre li convinse a lasciarmi libero in cambio di ventimila lire e qualche pacchetto di sigarette. Ricordo il lungo pomeriggio: uscirono solo a sera, col coprifuoco, per evitare i gruppi di partigiani». Madre e nonna sono morte nel lager di Ravensbrück, vicino a Berlino: «A lungo non ho voluto andarci. L'ho fatto solo poco tempo fa, con mia figlia. Ho trovato i loro nomi in un registro. Tutto era annotato con rigore, anche la data della morte: 29 dicembre 1944». Dopo la guerra, cominciò l'attesa dei reduci. «Andavo quasi tutti i giorni alla stazione con mio padre. C'era tantissima gente con le foto degli scomparsi, in cerca di notizie. La vita intanto riprendeva, e tutti tendevano a dimenticare. Nella mia classe c'era una bambina scampata al lager. L'insegnante un giorno le disse: Segre, non raccontare queste cose così tristi... Anche le vittime però volevano voltare pagina: il silenzio dei testimoni è durato quasi 40 anni».

Oggi è il tempo a farne scomparire le voci; mentre una «pseudo-storiografia negazionista» insinua il dubbio sulla veridicità dei loro racconti. «Perché la memoria non si consumi - ammonisce il rabbino - è necessario non solo consegnare ai posteri il ricordo di quei fatti, ma anche trasmettere un atteggiamento di netto rifiuto della violenza e dell'intolleranza, che diventi patrimonio etico di uomini e donne del domani». È un impegno difficile, capace di sollevare «interrogativi angosciosi su silenzi e connivenze, anche da parte del mondo cristiano e della cultura laica europea, di fronte alla tragedia. Pur tenendo presente il contesto storico, rimane la sorpresa per il fatto che la paura ha impedito di reagire: il giorno dopo le leggi razziali del '38, amici non ebrei facevano finta di non conoscermi». La memoria dello sterminio può assumersi il compito di «rivoluzionare lo spirito umano»: «Pochi pensatori si sono davvero misurati col problema del male che Auschwitz solleva.

C'è chi ha imputato a Dio la responsabilità. Io credo che non dobbiamo chiederci dov'era Dio, ma dov'era l'uomo». La questione è «antropologica, non teologica: persone libere hanno deciso coscientemente che gli ebrei non avevano diritto di vivere. Ciò è avvenuto perché il sistema etico nazista era autonomo, loro stessi avevano creato il suo fondamento.

I sistemi eteronomi, invece, pongono il fondamento al di fuori: al centro è la sacralità della vita umana». Accogliendo il relatore, il sindaco Dante Daniele Buizza ha osservato che la lunga durata dell'umanità «richiama ad andare oltre i ricordi personali per dare ascolto alle esperienze degli altri, in una dimensione etico-morale».

È un dovere ascoltare quanto lo è raccontare, pur sapendo che i ricordi tendono a sbiadire: «Che importa - ha concluso Rav Laras - se un giorno il nostro impegno sarà risultato improduttivo? A contare non è solo l'esito delle nostre azioni». È scritto nel Qohelet: «C'è un tempo per tacere e un tempo per parlare». Siamo ancora nel tempo della parola, «che in quanto tale è tempo di responsabilità e impegno».

Scritto da Nicola Rocchi - Giornale di Brescia