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Martedì, 08 Luglio 2014 15:00

PDB, un marrano in cerca del senso

Scritto da Ilario Bertoletti - Corriere della Sera

C'è un che di paradossale nell'arte del ritratto. Per esser tale non potrebbe prescindere — secondo le regole del genere letterario — dalle lodi del personaggio in causa. Ma cosa di più contraddittorio del tessere le lodi di Paolo De Benedetti, uno degli autori più refrattari alla pubblicità delle sue gesta, e la cui contrazione del nome nell'acronimo PDB è spia della sua rigorosa osservanza del precetto dell'understatement?

D'altronde, come si potrebbe render conto dei molti volti di PDB: editore, biblista, filologo, teologo, conferenziere, poeta, direttore spirituale di un convento sardo e custode della sinagoga di Asti? Per fortuna PDB è autore di alcune, brevi, opere che hanno segnato il dibattito filosofico e teologico contemporaneo, e quindi il paradosso può essere evitato.

Chi ha avuto l'occasione di sentire una conferenza o leggere uno dei libri di De Benedetti, non può non restare sorpreso dal suo stile argomentativo. Non un procedere sillogistico, ma un andamento a zig-zag che — passando per una citazione biblica, un detto rabbinico, una poesia — riesce, improvvisamente, a rendere intelligibile l'argomento proposto. Alla fine della conferenza (o della lettura), insieme al fascino, resta una domanda: quale metodo ha guidato De Benedetti nel suo leggere ed interpretare la tradizione ebraica?

Per rispondere a questo interrogativo è opportuno riferirsi a Ciò che tarda avverrà (Qiqaion, 1992). Proprio in apertura v'è un paragrafo dal titolo Il settantunesimo senso, che si potrebbe definire il discorso sul metodo ermeneutico. Secondo un antico detto rabbinico, ogni parola della Torah — la Legge raccolta nei primi cinque libri della Bibbia — ha settanta sensi. Era la pluralità di «offerte di senso» attraverso cui il Signore, sul Sinai, dette la sua Torah a tutti i popoli della terra. La Scrittura quindi come donazione di una molteplicità di sensi. Ma chi determina il senso della Scrittura? De Benedetti individua quattro condizioni: il canone (esso stesso plurale), la Scrittura (nel suo interno richiamarsi in ogni parte), la comunità, ciascun lettore (la persona). E quest'ultima ad essere definita la scaturigine del settantunesimo senso. Il singolo è chiamato nella forma dello «ascolta!» — a farsi carico dell'interpretazione della Parola. La Scrittura, interpellando ognuno nella sua singolarità, costringe a cercarvi un senso: il proprio.

E la Bibbia stessa ad assumere un volto inaspettato: è il testo della Parola, ma una Parola interpretata, plurima. Settantunesimo senso significa che la Bibbia è «come se» fosse, in ciascuna parte, in dialogo con se stessa: ogni parte parla con altre, differenziandosi ed anche opponendosi — con scarti di significato, rettifiche, attualizzazioni. La verità nel testo biblico non è sedentaria, ma nomade: in esilio. Di qui la necessità di saper ascoltare, nell'interpretare, le tensioni del testo, di udire i suoi silenzi; solo una ermeneutica in grado di farsi correre il rischio della contraddizione può, per De Benedetti, sperare di rendersi unisona con le voci della Parola.

Ben si vede come questa immagine della Scrittura sia, nella sua radice profonda, rabbinica: è il modello della discussione con Dio. Non un Dio come risposta, ma Dio come interlocutore delle domande di senso. Se questo è lo stile di De Benedetti, è forse possibile capire la struttura di libri come La morte di Mosè, La chiamata di Samuele, Quale Dio? (Morcelliana): struttura formata da brevi paragrafi, quasi uno per ogni lettera dell'alfabeto ebraico. V'è infatti nella tradizione cabalistica la dottrina per la quale Dio crea il mondo procedendo dalle lettere delle parole. Ma non è questa l'impronta marrana — «un instabile equilibrio tra radice ebraica e formazione cristiana» dell'ermeneutica debenedettiana? Un marranesimo che è un ponte, invito all'esodo dalle proprie certezze. La stessa ermeneutica de - benedettiana ha una radice nella riflessione di Gerhard Ebeling, uno dei padri della ermeneutica teologica del Novecento. Ebeling: un autore fatto tradurre da De Benedetti, nel 1974 presso Bompiani, in una raccolta dal titolo sintomatico: Parola e Fede. Il pensiero di De Benedetti è questo andirivieni, marranico, tra fede e Parola. Ermeneutica è interpretare la parola di Dio attraverso le lettere che la compongono, andando avanti indietro per scovarne il senso latente: il settantunesimo! Un andirivieni giunto, in questi giorni a chiedersi: Quale Gesù? Una prospettiva marrana (libro in uscita per la Morcelliana). Se in Quale Dio? PDB ha mostrato come dopo la Shoah la teologia sia riflessione sul debito contratto da Dio con gli uomini e le creature tutte, in Quale Gesù? ad emergere è un settantunesimo senso della vita di Gesù, attraversata da una tensione irrisolta tra coscienza messianica, come Figlio di Dio, e disperazione come uomo.

Forse, è questo uno degli insegnamenti più fecondi del marranesimo di De Benedetti: interpretare la Parola alla ricerca del proprio settantunesimo senso è il nostro modo di camminare eretti nel mondo. Un modo secolare di essere fedeli al precetto rabbinico: «Non tocca a te compiere l'opera, ma non sei libero di sottrartene». (Pirqè Avot 2,16).

Informazioni aggiuntive

  • autore: Ilario Bertoletti
  • giornale: Corriere della Sera

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