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Venerdì, 09 Maggio 2014 09:11

«Uomini e aporie nel mio Labirinto filosofico»

Scritto da Francesca Nodari - Giornale di Brescia

Si intitola «Labirinto filosofico » (Adelphi, 348 pp., 38 €) l’ultima fatica di Massimo Cacciari, filosofo contemporaneo, politico, accademico, sindaco di Venezia dal 2005 al 2010, che oggi, giovedì, al Lingotto Fiere apre il Salone internazionale del libro di Torino, presentando questo intenso volume. Per l’occasione lo abbiamo incontrato.

Questo Suo nuovo libro, fin dal titolo, suscita stupore: la filosofia come metodo, non è il tentativo di tracciare una via razionale alla conoscenza e alla vita?

Che la "storia" della filosofia sia giunta al compimento sembra un’idea che accomuna le più diverse tendenze del pensiero contemporaneo. Sul significato di «compimento » le posizioni si differenziano, invece, radicalmente. E questa fine è anche inizio? Di quale esperienza del pensiero? O questa fine coincide destinalmente con l’affermazione della razionalità tecnico-scientifica? Ho cercato in questo libro di rispondere alla questione comeprendendo una lunga rincorsa: qualsiasi risposta si possa tentare a quelle domande, essa non può non trovare traccia, segno, indizio nel labirinto che è il luogo dell’interrogazione filosofica. A meno di non credere nelle partenogenesi delle idee... E questa interrogazione ha ad oggetto, sempre, nei più diversi sistemi, un problema: l’ousia dell’essente e di quello stesso essente, l’uomo, che se ne pone il problema. Cos’è la cosa nella sua viva presenza, nell’atto in cui la pensiamo. È l’essente solo divenire? È eterno? È in un divenire che eternamente ritorna su se stesso? O scompare e basta? È prodotto dall’Io che lo pensa, in sua mano, è la stessa volontà dipotenza dell’Io,e cioè niente in sé?

Quel che colpisce, nel Suo libro, è che indagando su cosa è l’ente, il qualcosa, lei tocca il tema della differenza ontologica non, come Heidegger, tra l’essere e l’ente, ma nell’ente stesso: tra quel che esso è in sé e le determinazioni con le quali il nostro linguaggio cerca di coglierlo...

Nell’intreccio rizomatico, ma nient’affatto caotico, del diaporein che è la "storia" della filosofia (nella quale si riflette senza dubbio il senso di tutta la nostra civiltà)ho ritenuto, in questo libro, di poter portare all’evidenza una traccia fondamentale per ogni "nuovo inizio". Lungi dal potersi risolvere in quel pensiero astrattamente totalizzante per cui l’essente viene ricondotto alle forme del logos e in esse "esaurito", o per cui ne va del solo essente "a disposizione" del nostro logos e si abbandona o dimentica l’innegabilità stessa della sua presenza qui-e-ora (non se ne dà ragione), filo- sofia consiste nella considerazione della differenza immanente alla cosa stessa, evidente nel suo stesso apparire, tra ciò che è fenomeno, e per questo inscindibile dal suoessere predicabile-predicato, e la sua indeterminabile singolarità, il suo inalienabile proprium. Il suo essere sacro, potremmo dire. ll nostro linguaggio vive in quanto rivolto a esprimere questo indicibile. Il nostro linguaggio è l’attesa di questo "poter dire". Ma non attesa vuota, esperienza.

Labirinto, per restare alla metafora del titolo, è anche l’attraversamento che Lei fa dei Maggiori della filosofia (Platone, Aristotele, Spinoza, Kant, Hegel, Wittgenstein) mostrandochela filosofiaèinnanzituttouncamminotra aporie, appunto l’aporia di che cosa è l’ente.

Così inteso, l’essente è eterno aporoumenon, l’aporia che continuamente svolgiamo. Sempre in presenza della sua verità, che mai tuttavia possediamo. Perché continueremmo a dire, se possedessimo la verità dell’essente? Eppure essa è, ciappare, si dà, mostra sé sul volto della singolarità dell’ente, che nessuna categoria può predicare.

In questo libro Lei dedica pagine intense al filosofo bresciano Emanuele Severino: può dirci cosa rappresentala sfida severiniana della eternità di ogni ente per la Sua propria riflessione?

Sempre più il pensiero di Severino mi appare un "polo" necessario del labirinto chehocercato di indagare. Un polo, cioè un punto estremo, comprensibile forse solo contrapponendo gli altri punti estremi e opposti: forse Heidegger, forse Gentile... L’idea del divenire che domina l’Occidente attribuisce necessariamente all’ente il carattere del non-essere ecostituisce il fondamento metafisico di ogni forma di nihilismo. Tuttavia, l’essente non appare mai nella totalità delle forme del suo apparire e della sua relazione, che pure è necessario pensare, col Tutto. Il logo astratto lo coglie attraverso questa astrazione - lo "aliena" dal suo essere eterno. Ma ciò che pensiamo come eterno ci appare anche come mortale - e perché così ci appare ha potuto scatenarsi tutta l’energia e la volontà di potenza della filosofia- scienza dell’Occidente. Quid tum? Contraddizione solo escatologicamente risolvibile? Il pensiero di Severino ci impone con radicalità e ampiezza straordinarie quesiti ultimi, sulla "cosa ultima" (se mi è lecito ricordare il titolo del mio libro precedente questo).


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