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Giovedì, 13 Febbraio 2014 01:00

Lo studio come forma di resistenza alla Shoah

Scritto da Tonino Zana - Giornale di Brescia

Stefano Levi Della Torre pensa la sua laicità sotto la volta della Rocca di Orzinuovi.

Lo introduce Francesca Nodari, nella terza sosta del viaggio della Shoah, nell’inverno strano dei nostri giorni, terza fermata dopo Erbusco, Rovato e primadi Palazzolo. Per «Fare memoria», segnare luoghi e volti, il senso ordinato di questa rinnovata dimensione morale e culturale dei Filosofi Lungo l’Oglio. Levi Della Torre è un docente del Politecnico di Milano, ebraista, laico nel senso da lui più volte ribadito di non credente.

Epperò con un anelito a una ricerca redentiva per il tramite dello studio. Levi Della Torre è una specie di Giobbe laico, un Giobbe visto in partenza dal lato opposto, diretto verso una risposta e non gli importa il quando. Oltre il mistero, oltre l’esaltazione di quel sacro che va bene armato e vissuto,altrimenti rischia di divenire un sacro frainteso, un sacro contro,un sacro nazista. Perchè il sacro, anche malinteso, il sacro antipode della religione, il sacro pressochécorpocentrale del mistero, anzi lui stesso il mistero, dovrebbe saziarsi del sangue ebraico? Forse per reggere il ruolo e la dimensione del secondo attore contrapposto a Dio, quell’avvocato di Satana, se non proprio Satana che agita Giobbe e tenta di demolirne la dimensione resistenziale? Della Torre, spiegherà a Francesca Nodari e all’assessore Michele Scalvenzi, ospitante in luogo del sindaco Ratti colpito da una influenza giobbesca, che lo studio dell’ebraismo e lo studio del mistero, l’accompagnarsi al sacro piuttosto chealla religione gli è necessario per resistere all’assalto della Shoah. Levi Della Torre apprezza il tracciato di Francesca Nodari,quando gli ripropone la misura della pietà secondo la analisi di Paolo De Benedetti, la visione di un Dio debitore della sofferenza umana e di cui ha bisogno per redimere, quasi per rianimarsi di un’energia redentiva.Giobbe è il modello di De Benedetti, dalla statua esemplare di Giobbe si ricava, per ingrandimento, la morte e la mortificazione della Shoah.

Il prof. Levi Della Torre dispone di un coraggio a replicare una laicità di ateo che riesce a un punto disturbante. Ma poi si dispiega in una dolcezza, in un risultato di momentanea dolcezza allorché confessa la necessità di uno studio per rimanere diritto davanti all’atrocità, per sopportare l’abisso, la morte procurata per infamanti modalità e quantità, per scelta dei deboli, per offesa alle carni come se fossero solo carni. Levi Della Torre, a un punto, trova il pertugio di una reciprocità, il luogo in cui Dio, la persona, chi crede e chi non crede, si sciolgono nella rinascita, nell’estrema virtù di una vittoria che si staglia nella supremazia della memoria. Quella attiva, la feroce memoria che consuma e mette alle porte della civiltà chi intenda cancellare e modificare la qualità e la quantità del sangue, il mistero, questa volta sì, convergendo credenti e non credenti, dell’inerme, del giusto che avrà per sempre il diritto superiore di tornare a casa e salire nel suo cielo personale e padrone. Dov’èGiobbe, ai nostri giorni,caro professore, carissima Francesca?

Giobbe si nascondeva sotto i portici della piazza. Visto, veniva descritto pulito, con vesti raffinate. Aveva perso per la strada della storia, i patimenti, le piaghe di una sofferenza purificatrice e additava un foglio su cui era scritto: «La Shoah è la madre dei nostri giorni e accade al punto che non potrà accadere allo stesso modo».L’ombra si alzava e si abbassava secondo il ritmo di una cometa extra presepiale, laica e credente, bisognosa di cielo e di terra. Garantiva tutti contro la dimenticanza.

Informazioni aggiuntive

  • autore: Tonino Zana
  • giornale: Giornale di Brescia

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