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Mercoledì, 18 Aprile 2012 02:00

Marc Augé, l'utopia dell'educazione per avere «Futuro»

Scritto da Francesca Nodari

È appena uscito, e sta già suscitando ampio dibattito, «Futuro» (Bollati Boringhieri, 134 pagine, 9 euro), l'ultimo libro di Marc Augé, l'africanista e antropologo delle società complesse di fama mondiale.

Accostarsi a questo testo significa ritrovare l'acume indiscusso del suo autore e accorgersi subito della portata storica che quest'opera rappresenta. Non solo ci si trova dinnanzi al fermo immagine sulla complessità di un'epoca che Augé ama chiamare della surmodernità, ma ne scaturisce un'analisi dell'odierna complessità che fa fino in fondo i conti con le trasformazioni, le incertezze, le ambiguità, le ambivalenze di un eterno presente che sembra arrestarsi in un moto circolare del tempo, con tutta la fatica di scorgere, al di là di esso, quell'orizzonte che si chiama avvenire. Come dire: dai non luoghi al non tempo.

Augé ricostruisce le due modalità attraverso le quali si parla di futuro: per un verso, come conseguenza del passato o messa in intrigo; per l'altro, come inizio, creazione. Di qui l'esemplificazione della prima tipologia, che affonda le radici nelle società primitive e nel loro tentativo di spiegare la causa di un malattia, di una morte o della stessa stregoneria risalendo a eventuali colpe o a azioni che avrebbero determinato quella particolare tragedia; mentre per chiarire il senso del futuro come inizio Augé si rifà all'arte, e più precisamente a quell'arte creativa del grande romanzo di Flaubert «Madame Bovary». Un romanzo sul niente, con due adulteri e un suicidio. Ma è proprio per quel niente che Flaubert è riuscito in un'impresa ardua: «Appartenere al proprio tempo per potergli sopravvivere». A ben vedere, nella nostra società dei consumi dove l'essere scompare nell'apparire, dove la classica dimensione spazio-temporale è stata scardinata dalla tecnologia, dove tutto sembra misurarsi in tempo - quattro ore di autostrada, tre di volo, due di attesa - dove il centro del mondo si è de-territorializzato e i non luoghi si inscrivono su scala planetaria, si assiste a un ritorno del bovarismo inteso come «una fuga nell'immaginario a causa dell'insoddisfazione». Un rapporto inautentico con la vita e con la storia in cui viene meno la speranza di potercela fare e di potersi determinare.

Non è un caso se i riferimenti a Sartre percorrono come un fil rouge l'intero testo, come se quel famoso imperativo «Scegli, cioè inventa» fosse tornato prepotentemente attuale.

Nell'era dell'euro e della «privatizzazione» dell'Europa si registra una progressiva accelerazione delle nostre esistenze determinata dalla nuove tecnologie e dal capitalismo finanziario, mentre la politica è ridotta a governance, ovvero a semplice gestione di consumi e di servizi. Le nostre vite sembrano paralizzate dalla paura: i giovani temono di non trovare un lavoro; i loro padri hanno il timore di perdere la pensione e di finire in miseria. Coscienze imprigionate e senza futuro. Cosa fare?

Marc Augé indica una via d'uscita: darsi il sapere come fine in sé. Una proposta che egli definisce «utopia dell'educazione» per il semplice fatto che le politiche procedono tutte in direzione opposta, aumentando i divari sociali: «Le università devono salvaguardare la vocazione che il loro nome implica. La loro autonomia non deve servire a trasformarle in appendici delle aziende». In fondo, dare corso a questo esistenzialismo pratico altro non è che saper accogliere quella parte di umanità generica che ognuno reca in sé.


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