Su questo sito usiamo i cookies. Navigandolo accetti
Domenica, 12 Febbraio 2012 01:00

Felicità. Il «non luogo» che vogliamo raggiungere

Scritto da Marc Augè

La felicità ha un «suo» luogo? Negli stereotipi più diffusi, essa non ha soltanto un luogo, ma una forma: quella della casetta volta ad ospitare una felicità intima e segreta (un cuore e una capanna), che rappresenta contemporaneamente il più diffuso, il più modesto («ça me suffit» «questo mi basta», si chiamano a volte questi rifugi dell’anonimato) e il più ambizioso degli ideali.

Il più ambizioso perché sotteso alla convinzione che la ricetta della felicità era a portata di mano se solo si avesse avuto la saggezza di credere in sé, di rinunciare alle ambizioni e di accontentarsi del poco che è anche l’essenziale: l’amore, l’amicizia, la sobrietà. Ben inteso, si tratta di un ideale che molti, per quanto a qualcuno possa sembrare limitato, sono lontani dal raggiungere. Le ali della vita fanno spesso vacillare l’amore e l’amicizia, la sobrietà e la sedentarietà non preservano dalla noia né dalla solitudine. Il «manifesto» della felicità è di solito un appello di tipo pubblicitario di cui la società mediatica si serve per vendere i suoi serials («La casa nella prateria») o i suoi prodotti finanziari: quanti anziani allegri e sgambettanti noi vediamo davanti al loro giardinetto fiorito e ai loro bravi nipoti celebrare il riscatto dell’assicurazione sulla vita o l’importo del funerale pagato in anticipo? (...) Si delineano due linee direttrici. Possiamo analizzare i processi attraverso i quali oggi ci viene offerta una felicità prefabbricata sotto diverse spoglie: vacanze, viaggi, cure del corpo, giovinezza eterna, avvenire assicurato (nei due sensi del termine), partners sessuali o compagni di vita (c’è un mercato anche per questo). Per esplorare quest’ambito dovremmo prestare attenzione non soltanto alle diverse proposte pubblicitarie, ma anche ai programmi politici, alla diffusione dell’informazione e alle convulsioni religiose nel mondo globalizzato. È un programma importante e interessante, ma che trascura la questione centrale attorno alla quale esso ruota: che cos’è la felicità? Noi possiamo dunque porci direttamente l’interrogativo sulla felicità, con pretesa, certamente, ma anche con semplicità e franchezza.

Chi può decidere della felicità degli altri? È sufficiente smontare i meccanismi dell’alienazione per rispondere alla questione della felicità? Se gli uomini trovano soddisfazione nello spettacolo dei fenomeni in cui la dimensione finanziaria è evidente e essenziale (come il gioco d’azzardo o lo spettacolo sportivo) non è necessariamente per incoscienza; all’origine dell’illusione c’è il desiderio (Freud lo suggeriva), il desiderio più forte di tutto.

Chi giudicherà la legittimità del desiderio? E se ci piace essere estraniati, potranno sempre rispondere i nuovi adepti della servitù volontaria. Per approfondire la questione della felicità, comincerei col tornare su quella che ha a che fare con lo spazio. Da quando ho introdotto la distinzione tra luogo e nonluogo, un’interpretazione frettolosa ha talvolta presentato il luogo come la quintessenza della perfezione sociale e il non-luogo come la negazione dell’identità individuale e collettiva.

Ora, le cose sono meno nette e più complesse. Ricordo la mia definizione di luogo. Uno spazio nel quale si possono decodificare le relazioni sociali (che letteralmente vi s’inscrivono), i simboli che uniscono gli individui e la storia che è loro comune. Nel nonluogo questa lettura non è possibile. Non ne consegue che il luogo sia per definizione uno spazio di felicità. Solo degli individui possono giudicare a proposito della felicità, e la perfezione della relazione sociale rappresenta in maniera molto evidente un limite per l’iniziativa individuale. Nelle società tribali africane, per esempio, l’individuo nella sua interezza si rimette al suo entourage ed è sottomesso alle interpretazioni cui il suo comportamento può essere oggetto.

I sospetti e le accuse di stregoneria trovano la loro origine in questa intimità vicendevole e in questa sorveglianza reciproca. Noi ritroviamo questo all’interno dei nostri Paesi e sappiamo che per la maggior parte dei contadini del secolo passato la migrazione in città era considerata come un passo verso la libertà. Da un altro lato, l’individualità assoluta è impensabile. Non c’è identità senza alterità, non c’è individuo senza relazione. Il senso sociale attiene la relazione. La libertà ha a che fare con l’individuo. Ma una libertà assoluta e un’assenza di relazione sono tanto impensabili quanto è intollerabile un insieme di relazioni imposte e la cancellazione dell’esistenza individuale. Queste sono due forme simmetriche e opposte di follia. Storicamente, i regimi autoritari hanno imposto le relazioni, e la lotta per la democrazia si è sempre identificata con la difesa dell’individuo. Ne deriva che un minimo di senso sociale è necessario per l’esistenza individuale. Tradizionalmente, l’individualità si afferma al crocevia di tre parametri antropologici che sono la filiazione, l’alleanza e la generazione. L’antropologia, nell’ambito della sua dimensione generalista, valorizza questa dimensione relativa dell’individualità. (...)

Che ne è, oggi, dei luoghi di circolazione, di consumo e di comunicazione contemporanei? Dal punto di vista della felicità essi sono ambivalenti. L’istantaneità, l’ubiquità sono dei doni magici che finora restano il monopolio degli eroi dei racconti per bambini. Noi ci interfacciamo attraverso la tecnologia. Si può pensare, e lo si dice spesso, che la solitudine degli individui è minore grazie all’esistenza di questi strumenti ultrapotenti. Certamente, per molti aspetti, costituiscono degli inganni. La televisione, per esempio, ci fa credere che noi conosciamo i grandi di questo mondo e i giornalisti che li presentano perché li riconosciamo. Internet può persuaderci che siamo in relazione con tutta la terra e che tutto il sapere del mondo è a nostra disposizione. Ma oltre al fatto che la maggioranza dell’umanità non ha accesso a questo mezzo di comunicazione e che una parte di coloro che ne dispongono ne fa soprattutto un uso ludico, poiché lo strumento non ha niente di pedagogico e insegna solo a quelli che già conoscono, si deve ammettere che la natura della relazione stabilita attraverso internet è problematica incerta e indefinita, senza faccia a faccia né tu per tu. L’essenziale è forse altrove. Le relazioni stabilite attraverso internet sono piuttosto delle promesse di relazione. Esse somigliano a quei messaggi lanciati come fossero delle bottiglie in mare nei piccoli annunci dei giornali (in Francia all’interno di «Liberation ») e che tentano di prolungare un’impressione fuggitiva, un’emozione istantanea: «Lei indossava un abito verde. Lei è scesa a Concorde», «Lei discuteva con un’amica e i nostri sguardi si sono incrociati quando sono sceso a Opéra». Io ho sempre trovato questi annunci poetici, talvolta perché giocano con il tempo, con degli istanti che rifiutano di trasformarsi in ricordi e perché cercano di credere all’incontro cercando di leggere il caso come se fosse un destino.

È l’idea dell’incontro possibile che ha la meglio, allora, sull’evidenza del sentimento: l’invio del numero di cellulare tenta di donare eco all’emozione fuggitiva, di resuscitare l’istante che l’ha preceduta, di scatenare una replica che confermerà la realtà del piccolo sisma intimo avvertito nel metrò. Una promessa di felicità possibile: è senza dubbio l’essenziale del movimento romantico che spinge molti individui a mettersi in cammino, in senso proprio o in senso figurato. La riapertura del tempo che corrisponde a questa andatura è una prova di esistenza. Nei romanzi cavallereschi del Medioevo, il cavaliere errante parte all’avventura senza una meta dichiarata: lo scenario vagamente evocato della foresta deserta nella quale si arrischia è molto letteralmente un non-luogo, ma anche, simultaneamente, uno spazio d’attesa. Il cavaliere errante non sa cosa cerca, ma cerca. Nel mondo attuale, abbiamo detto, si vedono moltiplicarsi gli spazi di circolazione, di consumo e di comunicazione. Ciò che condividono coloro che li frequentano, è una certa forma di anonimato relativo e provvisorio. Ma il cavaliere errante era anche lui provvisoriamente anonimo. Al momento opportuno, egli doveva rivelare il suo nome, «dichiarare la sua identità» come il viaggiatore al controllo della polizia, il cliente che paga con la carta di credito o l’internauta invitato a lasciare il suo indirizzo elettronico. L’anonimato relativo di colui che frequenta un aeroporto, una stazione o un supermercato o che naviga sullo schermo del suo computer può anch’esso essere portatore di una poesia particolare, quella che si lega all’attesa. Al termine dell’attesa non c’è niente, o magari un incontro. La migrazione con tutte le sue fatiche, i suoi pericoli e le sue tragedie, s’inscrive nella stessa prospettiva. La speranza, che si rivela spesso così illusoria, ordina la fuga in avanti. Essa non si identifica con la felicità, ma tenta di scappare alla sciagura. La felicità «stanziale», la felicità sedentaria non è accogliente, spesso rifiuta i nuovi arrivati.

Ma non è escluso che colui che infastidisce la gente ben installata a casa propria, nella figura dell’immigrato, sia senza dubbio colui che suscita in loro la natura della loro felicità e le virtù della sedentarietà. L’angoscia di coloro che proclamano senza tregua di essere a «casa loro» è tale che questa pretesa diviene ogni giorno meno sensata a partire dal momento in cui l’attuale mondializzazione, a differenza di quelle che l’hanno preceduta, è coestensiva all’intero pianeta.

Il luogo d’accoglienza cui aspira il migrante è forse altrettanto illusorio del paradiso perduto che il sedentario nostalgico crede di difendere, ma è il risultato di un progetto con il quale egli si identifica. In tal senso, i migranti sono i veri avventurieri del mondo contemporaneo. Ciò che ci propongono di solito le immagini della nostra attualità è la spettacolarizzazione delle tragedie dovute all’oppressione, alla guerra, alla povertà, all’abbandono. Prima di pensare alla felicità della maggioranza si deve cercare di preservarla dall’infelicità. La felicità non ha questa dimensione collettiva e niente è più temibile della promessa incauta fatta ai popoli di spendersi per la loro felicità. La felicità individuale è intensa e fragile; essa passa attraverso la coscienza improvvisa di esistere e di essere sé che si dà attraverso il bisogno e la presenza degli altri o di un altro. Il diritto alla felicità è il primo dei diritti individuali e il dovere dei politici è di renderlo concretamente possibile, non di realizzarlo, ancor meno di imporlo. L’incontro, l’amicizia e l’amore mettono capo, durevolmente o no, ad una possibilità di felicità che dona il suo senso alla vita nell’inventare, non importa dove, un luogo che a loro non preesista.

Informazioni aggiuntive

  • autore: Marc Augè
  • giornale: Avvenire

INFO & CONTATTI

  • Fondazione Filosofi lungo l'Oglio
  • via Vittorie 11 - 25030 Villachiara (BS) ITALIA
  • P.IVA: 03699330985

NEWSLETTER

Abilita il javascript per inviare questo modulo