Sabato, 28 Maggio 2022 00:11

Sconquassare il nulla

Dopo più trent'anni dall'edizione italiana del 1987, è uscito in nuova veste Il Tempo e l'Altro (Sesto San Giovanni, Mimesis Edizioni, 2022, pagine 164, curo 12) di Emmanuel Lévinas: accompagnata dal bel commento di Francesca Nodari, vengono con essa restituiti i presupposti, le domande e le implicazioni di un'elaborazione teorica tra le più importanti del Novecento.

Il testo apparve per la prima volta nel 1948 nei Cahiers du Collège Philosophique come risultato di quattro conferenze tenute nel biennio precedente presso l'istituto stesso, che deve la sua fondazione a Jean Wahl: rappresentano una testimonianza fondamentale di un percorso filosofico lungo e travagliato.

Dopo essersi confrontato con Husserl, suo primo maestro, già a partire dalla sua tesi di dottorato sull'intuizione, ci troviamo di fronte a un'opera in cui viene affrontato di pieno petto il suo secondo riferimento, Heidegger, approfondendo una critica già incominciata dalla metà degli anni Trenta con i saggi all'uno e all'altro dedicati. In quest'opera s'intravedono le maggiori tematiche ed elaborazioni che confluiranno in Totalità e Infinito (1961), la grande conclusione di un pensiero vòlto a fissare l'etica come "filosofia prima".

Perché questo fosse realizzato, Lévinas ha dovuto prendere le distanze e al contempo accogliere quella eredità rappresentata da Heidegger verso il quale, da fenomenologo, ha manifestato maggior debito: i nodi cruciali di questo confronto sono tema di questo testo. Dall'ammirazione che lo spinse verso la parte heideggeriana nel celebre dibattito a Davos con Cassirer, fino alla dolorosa critica svolta in Alcune riflessioni sulla filosofia dell'hitlerismo (1934), in cui la filosofia dell'essere sembra esplodere in tutta la sua furiosa violenza nel primato del «biologico sullo spirituale» che il nazismo ha presentato come presupposto teorico al suo deflagrare. La maggiore domanda filosofica, che è la domanda sull'essere non può prescindere da radici di violenza: questa è la conclusione cui Lévinas perviene, gravato dal ricordo dell'orrore consumatosi tra il 1939 e il 1945.

Che ne è dunque della filosofia? E possibile dunque, dall'interno stesso di quella filosofia che non è riuscita a liberarsi dalle strette maglie dell'ontologia, riabilitare un pensiero dell'oltre dell'essere in maniera autentica, radicale? O si deve piuttosto dire "fine" alla storia della metafisica? Queste le domande che emergono, con gravità, da quest'opera.

Lévinas sa bene che il progetto di Heidegger in Essere e Tempo ha portato una delle maggiori acquisizioni della filosofia contemporanea: la distinzione tra Sein e Seiendes, "essere" ed essente o come preferisce tradurre, "esistere" ed "esistente" nota altrimenti come differenza ontologica. C'è uno scarto irriducibile tra me e la domanda su chi sono, e su cosa e essere: in questa smagliatura, che è il pensiero «più profondo» dell'opera intera heideggeriana, Lévinas accetta di collocarsi, accettando di indagarla nella sua radicalità fino alle estreme conseguenze. È in questo scritto che viene approfondito il rapporto tra l'io e l'essere di cui è investito, senza volerlo, senza averlo chiesto: come rapportarsi a questo dato bruto e brutale?

L'autore, che è contemporaneamente commentatore del maestro, finirà con l'affermare che questo rapporto può essere solo di sgomento, di smarrimento. L'essere s'impone come un fisico campo di forze che non si può negare e all'interno del quale non sembra neanche esserci spazio per il nulla: realtà, questa, denominata con il termine "c'è"/il y a, nozione che assumerà qui valenza tecnica. L'io è, punto: in questo dato indiscutibile, vi è possibilità di altro? Se non c'è spazio per il nulla (neanche per l'angoscia del nulla) e se neanche l'orizzonte ultimo della morte sembra poter schiudere un orizzonte di senso e possibilità significa che non c'è spazio proprio per nient"altro"? Ebbene, proprio nell'evento "morte" Lévinas tenta di scorgere un fenomeno che sconquassi questo nulla: si tratta di un fenomeno che l'io non conosce senza sperimentarlo, eppure è qualcosa, un qualcosa carico di mistero «che è refrattario, cioè, a quell'intimità del sé all'io nella quale si risolvono tutte le nostre esperienze» che inchioda alla pura impotenza (punto su cui si impernia la più radicale critica a Heidegger).

Sembra che per rendere feconda la domanda radicale di cui sopra, lo spazio tra me e l'essere in cui sono gettato, bisogna interrogare il mistero di questa esperienza. Il suo carattere di mistero riposa proprio nella sua incontrollabilità: in una parola, nel suo essere posta in un futuro imprevedibile. Il tempo in generale, nel suo essere futuro, è ciò che massimamente sfugge all'io: l'avvenire, altra decisiva acquisizione heideggeriana, è il vivere in relazione con l'inappropriabile, con ciò che non c'è ancora e che per ciò stesso non può essere fatto oggetto di dominio. Ecco che, nell'orizzonte levinassiano e proprio in questo fondamentale testo, l'inappropriabile è il carattere dell" altro", che io incontro e che vive aldilà di me.

Lo stesso abisso che si frappone fra il presente e il futuro, fra la vita e la morte, è lo stesso abisso che si frappone fra l'io e l'altro, e se «forte come la morte è l'amore» è proprio la relazione erotica che fornisce in questo saggio gli esempi di questa relazione con il mistero e le sue angustie. Tuttavia, Lévinas abbandonerà questo esempio per volgersi piuttosto ad una risoluzione in termini di giustizia, per la quale l'"io" non e più io ma e la messa in questione dell'io, la sua negazione e parimenti la sua insostituibilità per l'altro fino ad esserne ostaggio.

Quantomai fondamentale appare, dunque, riscoprire le tappe di un pensiero che rappresenta un unicum nella storia della filosofia e che s'inserisce pienamente in essa senza negarla, pur volendo non la conoscenza, ma l'azione; non l'amore, ma la rettitudine; non l'etica, ma la santità. Come Lévinas dirà al suo più illustre allievo, Jacques Derrida: «ciò che più mi interessa non è l'etica, ma il Santo».

C'è uno scarto irriducibile tra me e la domanda su chi sono, su cosa è Essere Lévinas accetta di indagare questa "smagliatura" fino alle estreme conseguenze L'evento "morte" è un fenomeno che l'io non conosce senza sperimentarlo, eppure è qualcosa, un qualcosa carico di mistero «che è refrattario, cioè, a quell'intimità del sé all'io nella quale si risolvono tutte le nostre esperienze».




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