Mercoledì, 09 Marzo 2022 05:49

Le sorelle Bucci: «Stop alle atrocità sui bambini»

Scritto da Sara Centenari - Bresciaoggi

«I nostri cugini non tornarono da Auschwitz, Sergio fu torturato a 7 anni» La mamma ucraina disse loro nel campo: «Non scordate i vostri nomi»

Vedere tutti questi bambini che scappano è un «dolore che ricomincia. Di nuovo». Certe ferite non si rimarginano e si riaprono ogni volta che un innocente è perseguitato, minacciato, ucciso. E il sentimento che anima Tatiana e Andra Bucci, testimoni da tutta la vita di quali abissi di vigliaccheria e crudeltà l'essere umano possa toccare, con le proprie scelte. E le proprie omissioni. Le due sorelle sopravvissute ad Auschwitz (nate nel 1937 e nel '39), ieri sono state protagoniste di una cerimonia storica a Lograto durante la quale, a sorpresa, è stata loro attribuita la cittadinanza onoraria.

«Sono piena di meraviglia per questa vicinanza che non mi aspettavo. Ringrazio il sindaco e voi ragazzi - ha detto tra le lacrime Tatiana Bucci rivolta agli alunni delle scuole -. E quando ci ha coinvolte Francesca (Nodari, presidente di «Filosofi lungo l'Oglio» che promuove e organizza l'evento con il Comune di Lograto, ndr) non mi aspettavo neppure che tanti bambini ancora una volta sarebbero stati in pericolo, come lo siamo state noi. Il mio pensiero va alla mamma, che era nata in Ucraina nel 1908 ma che solo due anni dopo con la famiglia dovette lasciare il suo Paese per i pogrom e scappare a Fiume. La "forza ucraina" che ha avuto anche con noi quando ha fatto di tutto perché non perdessimo la nostra identità ci ha aiutato a diventare le donne che siamo oggi».

Donne che non hanno mai smesso di spendere ogni energia per evitare che i massacri si ripetano, donne che rendono questo 8 marzo 2022 indimenticabile.

«Noi fummo separate dalla mamma, ma alla fine ci ricogiungemmo con i nostri genitori. Questo auguro a tutti i bambini separati oggi» continua «Tati». Sembra impossibile che le due sorelle, pur così lucide e altruiste, possano definirsi «fortunate»: della loro famiglia tornarono dai campi di sterminio in 4 (su 13), tra bambini e adulti. Ma quel termine è fondamentale per significare due cose.

La prima è una sensazione di gratitudine a una «buona stella» che non le abbandonò anche quando - così fragili e indifese - furono a un passo dalla morte personale e vissero l'orrore collettivo della Shoah. La seconda è una buona sorte evocata, purtroppo, per contrapposizione a un' assenza che non smette di farsi sentire. E ci interroga tutti sul male assoluto, sulla caduta di ogni tabù e dei principi morali. L'assente è un bimbo che avrà per sempre meno di 8 anni di nome Sergio De Sinone , loro cugino, di cui non dovremmo mai smettere di parlare. Anche lui come le cugine fu portato nel campo di sterminio più tristemente celebre, dove un abominevole inganno era in agguato. «Chi di voi vuol vedere la mamma faccia un passo avanti» dissero nella baracca. E Sergio avanzò. Nulla di vero, tutto di indicibile: la parola «atroce» non spiega abbastanza. De Simone e altri bambini vennero sottoposti agli esperimenti per nulla scientifici di Mengel e di un altro individuo del settore cosidetto «medico» dei nazisti, Kurt Heissmeyer. Ai piccoli furono iniettati bacilli tubercolari che avrebbero dovuto produrre anticorpi: ai bambini che si ammalarono furono poi asportati linfonodi dale ascelle. Tutte pratiche sia sadiche che prive di risultati.

Alla fine i bimbi furono trasferiti dal lager di Neuengamme (Amburgo) alla scuola di Bullenhuser Damm: venne loro iniettata la morfina e furono impiccati. Una strage compiuta anche per cancellare le tracce delle sofferenze inflitte.

Le pagine più nere di quella Storia sono confluite in un libro, «Il baule dei segreti» delle sorelle Bucci, edito da Gedi. «Gli italiani non lo vogliono capire: a casa nostra non sono arrivati solo i nazisti ma anche i fascisti, che hanno collaborato. Come gran parte dell'Europa. Dire "noi non c'entravamo" non è veritiero. «Mi piacerebbe che l'Italia facesse i conti con il suo passato, prima della mia "dipartita in Giardino"... » è l'augurio triste, poetico e comunque ricco di speranza di Andra Bucci.



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