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Mercoledì, 23 Settembre 2020 17:56

Umberto Curi: Niente di ciò che è umano ci può essere estraneo

Scritto da Tonino Zana - Giornale di Brescia
Umberto Curi e Francesca Nodari Umberto Curi e Francesca Nodari

Il Festival dei Filosofi lungo l'Oglio alla prima uscita di Lograto, l'altra sera nella splendida Villa Morando, riceve l'abbraccio pieno di un pubblico fedele. Il filosofo Umberto Curi traccia una lezione ricca di attualità nel filone di questa quindicesima edizione dedicata all'«Essere Umani» e viene apprezzato per una alta riflessione intorno a «Amicizia e prossimità: modelli di Humanitas».

La presidente della Fondazione promotrice, Francesca Nodari, per prima svolge il messaggio di memoria e amicizia e ricorda chi se n'è andato dei pensatori che vennero al Festival: Bodei, Severino, Luzzatto, Giorello, Bettettini...

Il prof Curi, salutato da un apprezzabile intervento del sindaco Gianandrea Telò ed introdotto dalla stessa Nodari (leader assoluta di un evento ormai di risonanza nazionale), scaglia la strada della storia della filosofia per stringere il rapporto tra amicizia e umanità; e spolvera, come si deve, il pensiero di Protagora sulla triplice natura dell'uomo «bipede», quindi animale politico-sociale e infine irraggiungibile misura vivente per la dote di un pensiero e di un linguaggio.

Umberto Curi fa uso della commedia di Plauto, «Il punitore di se stesso», a dimostrare come la vicinanza tecnico-fisica non sia in sé amicizia se non viene vestita da un impegno morale di benessere relazionale. Plauto-Curi mettono in primo piano i due protagonisti anziani, Mendemo, benestante, e il vicino Cremete che noi definiremmo micro-borghese incuriosito del perché il suo vicino ricco e senza problemi materiali continui a lavorare come un ossesso dalla mattina alla sera. Menderno, il permaloso, gli risponde di pensare agli affaracci suoi e continua imperterrito a produrre nei suoi campi quello che vuole, ad ogni ora. Cremete alza il vessillo dell'identità egualitaria dello stare al mondo e gli risponde: «Sono un uomo come te e quindi posso chiedere...». Risponde con quel «sono un uomo e nulla di umano mi è precluso». Ecco il rapporto tra vicinanza e umanità, anche se va distinta la vicinanza come metratura dalla vicinanza come naturale unione di accordi sentimentali ereditati alla radice.

Umberto Curi non può stare lontano dalla parabola del Buon Samaritano: essa è troppo stringente, chiama alla resa dell'armonia umana, stupisce per la ragione che l'ultimo forestiero diventa il primo e la vita come principio dell'umanità e quindi dell'amicizia viene offerta da chi è più lontano. Ecco, allora, segnare per sempre il principio di una vicinanza, di una prossimità di marca greca dove plesios, il prossimo, è colui che non tanto mi è vicino fisicamente quanto chi si approssima al bisogno di una reciproca riconoscenza, tanto più nel momento in cui si esalta l'umanità, il momento del bisogno. I latini, al posto dei greci, istituiscono una prossimità meno dinamica, quasi immobile.

Sta in campo, ora, la questione della fede, di chi ce l'ha e di chi non ce l'ha. II prof. Curi si avvicina a chi non ha il dono o la grazia di questa fede e allora si fa bastare, di nuovo, la potenza di una simbiosi, di un'alleanza tra gli umani. Invoca Terenzio e chiude con il rinforzo, semplicemente amorevole e umanissimo, che tutti ci allinea nel destino della vita: «niente di ciò che è umano mi può essere estraneo», declinando l'altezza di una pari confortante «fortuna».




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