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Domenica, 12 Aprile 2020 19:10

Ci rimane la speranza di un destino comune - intervista a Sergio Givone

Scritto da Giulio Brotti - L'Eco di Bergamo
Sergio Givone Sergio Givone

Nulla sarà come prima? L'uomo è sempre uguale, nella sua miseria e grandezza. L'«immunità di gregge» produce disastri, perché umilia la nostra umanità

In un romanzo tra i più belli che mai siano stati scritti, La peste di Albert Camus (1947), si racconta di un'immaginaria epidemia scoppiata in Algeria, a Orano. Nel finale, dopo che per mesi le notti erano state accompagnate dalle sirene delle ambulanze, l'infezione si è fermata e Grano è stata liberata dal cordone sanitario che la circondava: «Nelle chiese - ricorda la voce narrante -  si recitavano le azioni di grazie. Ma erano stracolmi anche i luoghi di svago, e i caffè, incuranti del futuro, distribuivano gli ultimi alcolici. Una folla di persone ugualmente eccitate si accalcava ai banconi, fra cui molte coppie che non avevano alcun timore di mostrarsi abbracciate. Tutti gridavano o ridevano. La scorta di vita accumulata nei mesi in cui ciascuno aveva messo l'anima in attesa, la spendevano quel giorno che era come il giorno della rinascita. L'indomani sarebbe cominciata la vita vera e propria con le sue cautele».

Abbiamo preso spunto da questo libro anche per porre alcune domande a Sergio Givone, filosofo noto a livello internazionale, docente emerito di Estetica all'Università di Firenze e autore - tra l'altro - del saggio Metafisica della peste. Colpa e destino, pubblicato da Einaudi nel 2012.

Professore, si ripete spesso che dalla pandemia di Covid-19 usciremo cambiati, «forse migliori» (più solidali con Il nostro prossimo, più sensibili alle questioni ambientali, meno ossessionati dal denaro). Lei lo crede possibile?

«Troppe volte, dopo episodi di particolare gravità e dopo esperienze che avrebbero dovuto segnare nel profondo la vita e la coscienza di tutti, abbiamo sentito dire: nulla sarà più come prima! E invece... La verità è che l'uomo è sempre lo stesso: nella sua miseria e anche nella sua grandezza. La storia sembra non insegnargli niente. Infatti ricade sempre negli stessi errori, così come è sempre capace di rinascere e di ritornare a veder la luce dopo essere precipitato nel buio più buio. Eppure questa pandemia costituisce un caso a sé stante».

Per quale motivo?

«Perché non basta dire: quando il pericolo sarà passato, saremo migliori. Qui non si tratta di sapere se "dopo" saremo divenuti più consapevoli, più capaci di attenzione gli uni nei confronti degli altri, in una parola più solidali di "prima"; ma di prendere atto (o di non prendere atto, lasciando tutto immutato invece di migliorare) che la responsabilità e la solidarietà di ciascuno nei confronti di tutti gli altri non sono soltanto dei valori opposti a disvalori, inala condizione stessa della nostra sopravvivenza».

L'andamento della polmonite da coronavirus fa pensare a una versione rovesciata del «Pifferaio di Hamelin»: nella fiaba, da quella città scomparivano i bambini; dal Covid-19 vengono invece falcidiati gli anziani. Soprattutto agli inizi del contagio, anche nelle comunicazioni ufficiali si insisteva sul fatto che a morire erano prevalentemente «i soggetti più fragili, più avanti negli anni».

«La cosa più orribile che si è sentita nelle scorse settimane - la cosa più profondamente ha offeso il comune sentire e soprattutto il sentire cristiano è stata detta da quei politici che proponevano come rimedio la cosiddetta "imnunità di gregge", da perseguire a qualsiasi costo: anche se questo costo avrebbe dovuto essere pagato dai più deboli, dai più esposti, dai più vecchi. Tutto ciò in nome di un perverso vitalismo che vede nella lotta per la vita, nella selezione naturale e nel controllo autoritario di questi meccanismi i soli principi cui attenersi. Il fatto è che tale atteggiamento non solo umilia e sconfessa la nostra umanità, ma non raggiunge affatto il risultato sperato, perché al contrario produce disastri. Disastri che, come dimostra l'esperienza di questi giorni, non possono essere evitati se non ricorrendo al principio della solidarietà interpersonale. Solo facendo nostre, responsabilmente, le norme che limitano la nostra libertà, ci salveremo. Non se qualche commissario speciale ordina il coprifuoco. Né, tantomeno, se lo stesso commissario decide di lasciare che le cose facciano il loro corso».

Ne «La peste», l'ateo Rieux e il gesuita Paneloux stringono un'alleanza contro l'epidemia:«lo odio la morte e il male - dice Rieux a Paneloux -, lei lo sa. E, che lo voglia o no, siamo insieme per sopportarli e combatterli».Le forme di incoraggiamento reciproco che si sono diffuse in questi mesi (anche quelle «ingenue», come i cartelli alle finestre con scritto «Andrà tutto bene») hanno il valore di uno sfogo umorale? Oppure hanno un significato più profondo?

«Nel libro di Camus, il padre Paneloux ritiene che la peste sia in funzione dei nostri peccati e della loro espiazione; il dottor Rieux invece nella peste trova la conferma che l'esistenza umana ha come orizzonte intrascendibile il male e la morte. Ma se queste due concezioni appaiono opposte, in realtà non lo sono. Ciò che importa - ciò che le accomuna - è che in entrambe a imporsi è una scelta, un aut-aut: o far finta che il male e la morte non esistano, esorcizzando la paura con la fuga e abbandonando gli altri al loro destino, o farsi carico del male e della morte, riconoscendo in essi un destino comune. Sia Paneloux sia Rieux, di fronte alla peste che irrompe nella città e la devasta, fanno la stessa scelta. Restano. Condividono la sorte di tutti e, perquanto possono, si prendono cura degli altri. Rispondono della peste, che all'uno sembra inviata dal cielo e all'altro pare venuta invece dalle viscere della terra, come se fosse "colpa" loro».

Una «colpa» di cui rispondere personalmente?

«Sì, perché è tutt'uno con la nostra condizione umana. Quest'idea della condivisione di un destino comune è la sola che offra una speranza, la sola che possa salvarci. Siamo tutti sulla stessa barca, come si è detto giustamente, e se remiamo in direzioni opposte non andiamo da nessuna parte, anzi, andiamo a fondo».

Quale sfida viene, dagli eventi di questi mesi, al «discorso religioso»? Hanno destato una profonda commozione, anche in molti non cattolici, le immagini televisive di Bergoglio che pregava da solo, in piazza San Pietro, davanti al Crocifisso di San Marcellino e all'icona della Salus populi romani.

«Il Papa che prega da solo nella piazza deserta la stessa piazza che eravamo abituati a vedere per lo più piena di fedeli ci rivela qualcosa su cui non abbiamo forse riflettuto abbastanza e che è di grande significato. Ci rivela là solitudine del Papa e ce la rivela come se fosse la cifra più autentica della sua vita. Per quanto paradossale ciò possa apparire, così è: essere per gli altri, essere totalmente e senza riserve per gli altri, comporta la più grande solitudine. Però è una solitudine fatta di carità e d'amore per l'uomo, non il suo contrario. A qualcosa del genere ciascuno di noi in questi giorni è chiamato. Costretti a stare in casa, isolati gli uni dagli altri, perché lo facciamo? Perché qualcuno ci obbliga a farlo? O per reciproco rispetto, e nella speranza che solo insieme sia possibile salvarsi? Queste non sono domande retoriche. Sono domande ispirate da un sentimento religioso che è tanto confessionale quanto laico».



Nato a Buronzo in provincia di Vercelli nel 1944, Sergio Givone si è laureato in Filosofia a Torino sotto la guida di Luigi Pareyson. Ha insegnato in diverse università italiane e straniere (attualmente è professore emerito di Estetica all'Università di Firenze); ha inoltre preso parte in più occasioni al festival «Filosofi lungo l'Oglio», che fa tappa in estate in diversi comuni delle province di Brescia, Bergamo e Cremona. Il suo volume «Metafisica della peste. Colpa e destino» (Einaudi, 2012) è stato pubblicato in formato cartaceo (pp. XVIII 206, 22 euro) e in ebook (9,99 euro).


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