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Domenica, 05 Gennaio 2020 06:20

FRANCESCA NODARI «Con la filosofia è possibile battere odio e volgarità»

Scritto da Gian Paolo Laffranchi - Bresciaoggi
Francesca Nodad bresciana, ha fondato e dirige il Festival Filosofi lungo l'Oglio. E' specializzata in filosofia e linguaggi della modernità Francesca Nodad bresciana, ha fondato e dirige il Festival Filosofi lungo l'Oglio. E' specializzata in filosofia e linguaggi della modernità

Cavaliere dell' «Ordine al merito della Repubblica Italiana» nel 2019. Assegnataria del «Premio Donne che ce l'hanno fatta» edizione 2015. Vincitrice del «Premio Donne Leader» nel 2012. Da anni Francesca Nodari raccoglie ciò; che semina. Il frutto dí una missione: portare avanti la crociata della cultura sostenendo con Filosofi lungo l'Oglio la sfida dei grandi numeri abbinati a una proposta che non cerca scorciatoie. Alto profilo filosofico, senza compromessi da spettacolificio. Una stagione via l'altra i risultati le hanno dato ragione. Eppure «all'inizio ci credevo solo io. Mi davano della visionaria».

Sono oltre 32 mila le presenze registrate dell'ultima edizione del Festival. L'avrebbe mai detto?

Tutto sommato sì. Noto intorno a me l'esigenza crescente di un senso, in maniera traversale: gente acculturata, gente meno. L'apertura mentale è ormai una caratteristica diffusa del pubblico. Conoscere, conoscersi, fare comunità. Nella nostra società iperconnessa è un'abitudine che rischierebbe di usurarsi. E io insisto.

Cosa teme?

La paura dell'altro. Va contrastato in ogni modo l'odio diffuso ovunque, una volgarità che è stizza, maleducazione che va arginata con la cultura.

Filosofa levinasiana votata a un principio di comunità aperta, presidente della fondazione Filosofi lungo l'Oglio, fondatrice e direttrice scientifica del Festival. Quale linea-guida sta seguendo?

Punto su una proposta culturale capace di fornire un nutrimento di ordine superiore. Alzare il livello è sempre la via. Se si capisse che per ogni euro investito in cultura ne rientrano non so quanti negli esercizi commerciali... La cultura muove l'economia, come è sempre stato e così sarà. Il nostro Festival offre spunti di riflessione, tracce d'indagine e, coerentemente col suo passato, mette al centro un tema esistenziale. Passiamo dal concetto di «generare» alla parola chiave della quindicesima edizione: «Essere umani».

Cosa intende esattamente?

Essere uomini, ma anche umanità, umanesimo, umanitarismo. Non è solo una questione biologica, ma anche affettiva, di educazione e civiltà, giustizia generosità verso i propri simili. L'insegnamento di maestri come Remo Bodei, che se ne è andato troppo in fretta. Un anno luttuoso per la filosofia, perché è mancata anche Maria Tilde Bettetini. Ci lasciano un'eredità profonda, il dovere di onorarla.

I filosofi come i veggenti dell'era moderna: prevedono, come nel caso di Emanuele Severino con la presa di potere della tecnologia, fenomeni che si verificano 'trenta o quarant'anni dopo.

Le ricadute del pensiero sono impressionanti. Severino, che è stato nostro ospite, è un evergreen. Ma anche Freud, Heidegger, Kant avevano previsto tante cose.

I filosofi come cassandre 2.0?

Ma noi non siamo scienziati! Ci spetta la penultima parola, non l'ultima. Purtroppo certe previsioni si avverano. Ma noi andiamo avanti con umiltà, sapendo di non sapere. Volendo sempre fare.

La pratica vale quanto la teoria?

Pensare non può prescindere dal fare. Essere umani vuol dire anche saper agire, costruire, fabbricare. Dimostrarsi capaci di creare, trasformare l'ambiente e la realtà in cui vivono, adattandoli ai propri bisogni. La globalizzazione propone sfide che richiedono risposte e comportamenti all'altezza.

L'obiettivo?

Un nuovo umanesimo. Sto per iniziare un lavoro sul tema dell'odio. Impegni di questo tipo sono stimolanti, scuotono l'anima. Scrivi, studi, organizzi un festival e così affronti questioni che ti toccano.

Lei ha scritto libri su argomenti differenti, affrontando anche il nodo dei rapporti generazionali «quando qualcosa si inceppa». Partendo dal suo' libro «Storia di Dolores. Lettera al padre che non ho mai avuto» per riflettere insieme al pubblico sulle relazioni fra genitori e figli, sulle difficoltà e il dolore che nascono dall'assenza. E fra le opere che sente più sue?

I libri sono come figli. «Temporalità e umanità. La diacronia in Emmanuel Levinas» è; il mio testo più maturo. Non vorrei mai chiudere un libro, vorrei ritoccarlo sempre, poi a un certo punto bisogna andare in stampa. Con Levinas mi si è aperto un mondo, gli devo profonda gratitudine.

Lei ha il dono della fede.

Sì. Sono una cattolica che ha sempre pensato che le radici ebraico-cristiane vadano profondamente difese, analizzate, comprese. Questo intersecarsi delle due tradizioni mi dà una ricchezza straordinaria, sono grata alla tradizione ebraica e sto cercando di studiare il Talmud. I rabbini mi dicono «è impossibile studiarlo da soli». Una fatica incredibile, ma si traggono insegnamenti eccezionali.

Meno faticoso scrivere di narrativa, come ha fatto in «Storia di Dolores. Lettera al padre che non ho mai avuto»?

Ho pubblicato 60 pagine a cui sono molto legata: rappresentano il mio «da dove», la mia origine. Poi a 27 anni scrissi un libro sul male radicale. Mi chiesero in tanti il motivo. La verità è che è tutto collegato: l'impegno sociale contro la violenza sulle donne come le scelte di civiltà di ogni giorno.

Il riscontro più gradito?

Tengo tantissimo all'onorificenza ricevuta dal presidente della Repubblica. Ho pianto dalla commozione perché la mia ricerca, l'incontro con l'altro da non temere ma conoscere, ha avuto un senso, ha trovato comprensione. Da dove vieni e dove vuoi andare: da li parte tutto, con impegno rigoroso. Vibra sulla mia carne il concetto di responsabilità.

Ha tempo per altro che non sia la filosofia?

Ho la fortuna di avere un fidanzato regista, Claudio Uberti, che ha diretto «Rosso Mille Miglia». Mi piace farmi insegnare, scoprire la mia ignoranza. Credo nelle arti che si intersecano; ho un hobby, l'antiquariato, colleziono arte sacra. Per me relax è girare per mercatini. Amo circondarmi di oggetti che mi tengono compagnia.

Che compagnia hanno formato negli ami, i Filosofi lungo l'Oglio?

Ho visto sfilare volti indimenticabili. Studiosi che facevano davvero fatica a presenziare a una conferenza per motivi di salute ma non mancavano all'appello, dimostrando di tenere fede alla parola data. Qualcuno si era dimenticato di portare un farmaco e avevamo bisogno di un po' di tempo per procurarglielo, ma ha voluto tenere la lezione lo stesso. Emanuele Severino è stato brillante, partecipe. Massimo Cacciari è una persona buonissima ma se gli scattano foto in serie si innervosisce e non le manda a dire. Haim Baharier ama introdurre le conferenze con la musica, invitando tutti i presenti a seguirlo battendo le mani. Il ritmo del pensiero. Ho pianto di gioia quando a Filosofi lungo l'Oglio ho potuto premiare il mio maestro Bernhard Casper per il suo pensiero dialogico. Mi sono commossa di fronte a un gigante che mi ha aperto gli occhi sulla realtà. Gli sarà eternamente grata.



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