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Domenica, 29 Dicembre 2019 19:38

Imboccare la strada dell'umanesimo digitale

Scritto da Francesca Nodari - Il Sole 24 Ore
Io, RobotIl film del 2004tratto da Asimov Io, RobotIl film del 2004tratto da Asimov

La terza ondata di digitalizzazione è il periodo del quale stiamo vivendo l'inizio» e che probabilmente «sarà caratterizzato da un internet delle cose, ossia da una connessione onnipresente e onnicomprensiva di dispositivi, sensori e prodotti».

Di qui a breve l'Intelligenza Artificiale sostituirà l'uomo in svariate attività: i robot consegneranno pacchi, presteranno consulenze finanziarie, guideranno taxi, lavoreranno nei cali center. Parte da questo assunto il volume Umanesimo digitale, un sodalizio intellettuale tra Julian Nida-Riimelin e Nathalie Weidenfeld.

Il primo è uno dei più noti maitreà-penser tedeschi, chiamato agli inizi del nuovo millennio dall'allora leader socialdemocratico Gerhard Schriider a guidare il Ministero della Cultura. Nathalie Weidenfeld, invece, è una docente di cinematografia alla Freie Universidt di Berlino. Due personalità intellettuali che in questo libro mettono a frutto le loro competenze, incrociando gli stimoli, le raffinate analisi e persino le provocazioni nella prospettiva dell'elaborazione di un'etica per l'epoca dell'intelligenza artificiale, come recita il sottotitolo.

Se, per un verso, Nida-Riimelin si sofferma sui (presunti) diritti delle macchine, Weidenfeld ci offfre, attraverso un'appassionante carrellata cinematografica da Matrix a RoboCop; da Ex Machina a Blade Runner; da Il tagliaerbe a Odissea nello spazio e molti altri la trasposizione fantascientifica dei dilemmi che caratterizzano l'epoca dell'Intelligenza artificiale, riuscendo a leggerne la portata anche in termini metaforici e metonimici: si pensi solo alla grande questione degli schiavi robot che non può non richiamare alla nostra mente le tre leggi cui essi devono sottostare e che sono state elaborate per la prima volta nel racconto Circolo vizioso (Runaround) dello scienziato e filosofo Isaac Asimov.

Di quei tristi e remissivi robot, del tutto privi di affetto, messi in scena da Spielberg e da Proyas rispettivamente in I. A. e in Io, Robot, ciò che emerge in tutta la sua forza è il racconto della sofferenza, dell'oppressione, delle condizioni di subalternità che caratterizzava in passato e caratterizza ancora oggi la vita di specifici esseri umani: gli afroamericani, per quanto riguarda gli Stati Uniti, ma anche altre minoranze. Ma cos'è che fa di questo testo una vera e propria bussola del nostro presente sempre più digitalizzato, iperconnesso, social? Il fatto di individuare nell'umanesimo digitale una terza strada che rifugge tanto «dalle visioni apocalittiche del futuro perché crede nella ragione umana», quanto da un accentuato atteggiamento entusiastico «nei confronti della potenzialità della tecnologia poiché ne riconosce i limiti». Tracciando una sorta di fenomenologia dell'era digitale gli autori sostano sui rischi connessi all'uso incontrollato dell'I.A. rispetto al comportamento umano (le automobili senza guidatore ne sono soltanto un esempio), sulle ricadute che le piattaforme digitali potrebbero giocare nel rapporto tra democrazia rappresentativa e democrazia diretta mettendo capo aduna pericolosa «repubblica digitale».

Si interrogano su come ripensare il sistema dell'istruzione, su quali siano le regole che devono connotare una buona comunicazione: veridicità, fiducia, affidabilità se è vero come è vero che l'anonimato con una progressiva erosione del simbolico come ricorda Marc Augé va sempre più di pari passo con una regressione culturale dai tratti adiaforici che è alla base delle fake news, degli hate speech, dell'esibizione pubblica di omicidi, efferatezze e crudeltà sui canali sodal che sono alla base del bullismo via intemet, per non dire della diffusione di egoshooter ovvero di videogame nei quali il giocatore può calarsi in un ruolo di onnipotenza mettendo in scacco gli standard dei criteri etici quali compassione e rispetto.

Gli autori non si esimono dal riflettere sulle conseguenze del transumanesimo né si sottraggono agli interrogativi relativi alla fine della società del lavoro bocciando senza appello il ricorso al reddito di base e negando che la rivoluzione digitale abbia già avuto effetti devastanti sull'occupazione e sia destinata ad averne di peggiori. Di qui l'urgenza di opporre tanto all'I.A. forte che è fondata sulla «tesi che non vi sia alcuna differenza categoriale tra il pensiero umano e l'elaborazione di un software» quanto all'I. A. debole che ritiene, dal canto suo, che «tutti i procedimenti umani possano venire simulati» un umanesimo che sia in grado di rimettere al centro l'autorialità del soggetto, la sua capacità di essere consapevole, di avere sentimenti, di ponderare le sue ragioni e, quindi di determinare le sue azioni nel solco della mesotes di Aristotele, della dignità ancorata all'idea di autonomia di Kant e di un'altra categoria moralmente rilevante: l'autostima, come mostra Avishai Margalit ne La società decente. Ora, che cosa significa questo se non rimettere al centro l'etica per contrastare l'ideologia imperante della Silicon Valley?

UNANESIMO DIGITALE
UN' ETICA PER L'EPOCA DELL'INTELLIGENZA ARTIFICIALE
Julian Nida-Riimelin, Nathalie Weidenfeld
Franco Angeli, Milano



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