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Martedì, 06 Luglio 2010 03:27

«Quelle tecnologie creatrici di sogni e di bisogni»

Scritto da Nicola Rocchi - Giornale di Brescia

L'interessante intervento di Adriano Fabris domenica sera ad Orzinuovi per «Filosofi lungo l’Oglio».

Il telefonino è quasi una nostra appendice. L’applicazione del bypass coronarico è routine. Protesi sempre più perfezionate consentono prestazioni atletiche analoghe, se non superiori, a quelle di un corpo «normale». Le nuove tecnologie producono interazioni e integrazioni tra corpo umano e macchine, che modificano profondamente i nostri comportamenti. Di questo ha parlato domenica sera Adriano Fabris, ospite della rassegna di incontri «Filosofi lungo l’Oglio», che ha fatto tappa nella piazza di Orzinuovi.

«Il pensiero è ovunque, è tra la gente», ha detto Paola Cominotti, assessore alla Cultura del Comune: e integrazione c’è stata pure fra gli orceani a passeggio in cerca d’aria fresca e il folto gruppo di ascoltatori che il festival diretto da Francesca Nodari è riuscito a radunare.

Adriano Fabris insegna filosofia morale all’Università di Pisa e ha pubblicato numerosi saggi per l’editrice Morcelliana (il più recente TeorEtica. Filosofia della relazione). «Siamo
esseri per natura tecnologici - ha detto - e abbiamo da sempre a che fare con oggetti che trasformiamo in strumenti per raggiungere risultati». Nel mondo contemporaneo, però, «oggi
ci sono bisogni indotti dagli strumenti. La tecnica si autoalimenta e ci offre nuove possibilità prima ancora che ne avvertiamo l’esigenza».

Alla «fenomenologia del telefonino» ha dedicato un libro Maurizio Ferraris. Il cellulare, arricchito con potenzialità sempre più estese, «diventa uno strumento polivalente, con tante funzioni relazionali contenute in pochi centimetri quadrati: una chiave d’accesso per potenziare le nostre cognizioni. Ma la fenomenologia non spiega come comportarsi nei confronti di questa interazione, ad esempio quando in treno siamo invasi dalle conversazioni private di chi ci siede accanto».

Serve allora un approccio etico, bisogna riflettere «sui principi e i caratteri delle nostre azioni, che le nuove tecnologie potenziano e modificano», Ciò appare ancor più necessario quando si va oltre le interazioni ed entrano in gioco le integrazioni tra corpo e tecnica. Esse rendono sempre più radicale la scissione tra «corpo» e «carne», una distinzione introdotta dalla filosofia francese del ’900: «Il corpo è qualcosa che io posso pensare, oggettivare. La carne è ciò che avverto come mio, l’ambito in cui. risiede la mia capacità di patire, provare sensazioni». La carne oggi «viene a patti con l’artificiale. Il corpo è attraversato dalla tecnologia, sempre più integrata con la macchina».

Si va ben oltre apporti chiaramente benefici come quello del bypass, o il cristallino artificiale che consente di curare la cataratta: «Ho partecipato a una ricerca di 12 università europee sull’etica dei robot, che sono ormai corpi senza carne, esseri meccanici con un grado di simulazione tale da poter sostituire il corpo umano. Kevin Warwick, docente di cibernetica all’università inglese di Reading, ha raccontato un esperimento in corso: neuroni vengono coltivati in laboratorio per farli reagire con determinati elettrodi. Ottenendo in pratica un cervello in miniatura, che dovrebbe diventare parte di un dispositivo robotico e imparare a guidarlo».

Integrazione uomo macchina significa «pensare all’essere umano come fatto di pezzi di ricambio». In questo orizzonte diventa assai più difficile distinguere tra scopi «buoni» e «cattivi» di un certo strumento: «Sono le tecnologie stesse a dettare gli scopi, facendo nascere l’idea pericolosa che ogni sviluppo ulteriore sia di per sé valido. Noi dobbiamo invece saper prendere le distanze, ricondurre gli strumenti al loro ruolo orginario».

Perché non tutto ciò che è tecnicamente possibile è anche eticamente legittimo: «Siamo esseri umani solo in quanto soggetti morali. E la nostra responsabilità non copre solo gli esiti prevedibili delle nostre azioni, ma anche quelli che non potremo controllare».

Nicola Rocchi - Giornale di Brescia, 6 luglio 2010

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