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Giovedì, 01 Giugno 2017 02:24

«TOCCARE» PAROLA CHIAVE PER IL NUOVO CICLO DEI FILOSOFI LUNGO L'OGLIO

Scritto da Tonino Zana - Giornale di Brescia

Il nuovo prefetto Annunziato Vardé, ieri mattina, al gran tavolo delle conferenze, s'è trovato davanti una ventina di sindaci (o loro rappresentanti) a salutarlo in lingua filosofica e dentro di sé deve essersi appuntato quei due sui venti consiglieri amici, che gli avevano riferito di una Brescia laboriosa e poco incline a filosofare.

In effetti, il vicepresidente della Provincia e sindaco di Orzinuovi, Andrea Ratti, glielo ha riconfermato subito, precisando che i bresciani del «laurà laurà» si stavano portando sulle rive di una cultura robusta d'arte e di filosofia, realmente e simbolicamente per il verso del fiume Oglio, allargandosi ovunque ci fosse la chiamata assetata dei sindaci nuovi e vecchi di questa itineranza del pensiero lungo le coste meno aride dell'estate padana.

Dodici. Dodici anni, dodici estati per un mese e mezzo l'una in palazzi, piazze, chiese e castelli, con personaggi come Massimo Cacciari, Enzo Bianchi, Ilvo Diamanti, Marc Augé, Remo Bodei, Maria Rita Parsi e quegli altri bravi che trovate qui accanto nel calendario dal 5 giugno al 17 luglio, subito nella sua Orzinuovi, la regista, governatrice e creatrice di questo evento d'importanza appena dietro al Festival di Modena, la prof. Francesca Nodari, che ieri ha presentato la dodicesima edizione del Festival. Dicevamo, la parola chiave, «toccare», che diviene una sorta di nostalgia dell'ascoltare la carne dell'altro per sentirsi, subito, in un'alleanza che nel tocco dichiara l'eguaglianza della speranza, almeno l'illusione. «Si dice toccare il cielo con il dito», alludere a una gioia in un accordo tra corpo e azzurro. Si dice, nel Vangelo, «Noli me tangere», per riferirsi al contrario, al desiderio di un incontrarsi nel bene e di annullare la tentazione dell'invisibilità, appunto, dell'intoccabilità. Invece ricominciamo «Rivalutiamo il senso della vita nel toccare la persona e ogni cosa che ci circonda» La prof. Francesca Nodari illustra il movente del «toccare» e ripassa l'eterodossia della digitazione, l'era del "touch me" che non accade se non per polpastrelli plastificati. Toccante la differenza tra la fatica di un minatore costretto a salvarsi, che «raspa» l'idea di un lumino, là, in fondo, rispetto alla noia pre-depressiva di molti giovani aperti a toccare tastiere, accecandosi in un'astrazione da display che non appartiene a quel pensare di concetto e di umanità rintracciabile nelle sere delle conferenze dei Filosofi lungo l'Oglio. Natura. Giusto questo «toccare» meditato dalla prof. Nodari, non fosse altro per la fisicità dell'incontro con la natura, con platani e tigli delle Basse, dei laghi, della Franciacorta, delle valli. Toccare la terra che si vive con una piena coscienza e non passarci dentro per un obbligo a tirare sera, per distrazione, come se il cielo e la terra calpestati servissero da servi a una vista così, per non sapere camminare altrove e guardare altrove. Dunque, si medita sul toccare per un ritorno all'origine, per esempio a un'infanzia e ad un'adolescenza disperse. Si invitava a un gioco: giochiamo a toccarci, e si correva per toccare anche appena appena. Non era un'allusione al pericolo, più avanti nella vita, di perdersi nel vuoto, di perdere il desiderio di toccare per diletto e per prova umana e pure scientifica, il pericolo di non toccare e dunque sparire prima di morire? Se affermassimo che non ci tocchiamo più, saremmo rincorsi da qualche sarcasmo. Eppure, non ci tocchiamo nel senso di lasciarsi andare a sentire l'altro, stiamo perdendo il valore di un toccare che diviene lavoro, fatica orgogliosa, trasformandosi in opera. Oggi toccare allude a un inciampo, finendo per cogliere il senso di una purificazione nella distanza piuttosto che nell'unione. Abbiamo imparato la sensibile nitidezza della misura allorché calcoliamo la velocità, l'intensità e la diversità del toccare in un tempo in cui il costume e le personalità sono accalcate di pregiudizi e di dubbi, di paure e di superficialità. Perciò la negazione del toccare si trasforma, quasi, in una difesa. Non ti tocco, perciò non mi ammalo, non mi comprometto, non mi assumo il rischio di entrare nella complicazione della tua vita. Non ti tocco e un poco muoio.


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