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È possibile coltivare la speranza dopo Auschwitz? E quale sarà il futuro di Dio? A queste domande, inerenti la resistenza fattiva al male e la propugnazione di una teologia del debito divino, cercano di rispondere i due appuntamenti di questa settimana per il ciclo di incontri di Filosofi lungo l’Oglio con il titolo «Fare memoria: perché?». Questa sera, alle 20.45, al teatro comunale (via Verdi, 55) di Erbusco, Massimo Giuliani, docente di Pensiero ebraico ed Ermeneutica Filosofica all’Università di Trento, terrà la sua lectio magistralis sulla necessità della riparazione del mondo. Giovedì 7 febbraio, alla stessa ora, all’auditorium San Fedele (piazza Zamara) di Palazzolo sull’Oglio è atteso Paolo De Benedetti, teologo e biblista tra i massimi esperti contemporanei dell’ebraismo, nonché protagonista discreto e infaticabile del dialogo interreligioso (molti suoi saggi sono editi dalla Morcelliana), parlerà di quello che per lui è il rapporto bilaterale tra Dio e l’uomo: Lui ha bisogno del nostro racconto per entrare in contatto con noi, e noi abbiamo bisogno del suo racconto per entrare in contatto con Lui.
Male assoluto, indicibile, diabolico, estremo. Sono solo alcune delle louzioni con cui la filosofia del’ 900 ha descritto gli orrori di Auschwitz. Quella dimensione «iperbolica del male», che, in un tragico oltrepassamento dei valori e dei limiti, ha fatto «sprofondare la civilissima Europa negli abissi nichilistici». All’interpretazione ha contribuito «non solo l’inaudita atrocità dei fatti storici», ma anche il cosiddetto «paradigma Dostoevskij». La lente fornita dall’ equazione «male uguale nichilismo», da un punto di vista sia etico che ontologico, rimanda l’osservazione del «piacere assoluto di chi è posseduto dal godimento della distruzione», di un male che non è mai slegato dal potere. Anzi: i demoni dostoevskiani sono accomunati dall’aspirazione a «prendere il posto di Dio e della sua infinita libertà». È così che il male «entra nel mondo», scatena il disordine e diventa fonte di sofferenza. Eppure la lettura demoniaca dello sterminio nazista non rende del tutto conto dei complessi meccanismi che ne hanno consentito la realizzazione. Primo Levi, l’autore di «Se questo è un uomo» aveva invitato «a complicare la scena», ammettendo che il palcoscenico del male non è quasi mai una «dimensione a due». La tesi è proposta dalla filosofa Simona Forti, intervenuta l’ altra sera in città, introdotta da Francesca Nodari, su «La questione del male tra trasgressione e obbedienza», per l’ incontro promosso dall’ associazione Filosofi lungo l’Oglio con Casa della Memoria. «Non ho scritto un libro per affermare che non esistono persecutori malvagi e vittime innocenti. Ma se le azioni dei primi hanno così successo è probabile che sia perché a questa istanza di assolutizzazione della morte risponde la richiesta dei molti di assolutizzare la vita» ha detto la studiosa, riferendosi al suo saggio «I nuovi demoni. Ripensare oggi male e potere» (2012). L’ opera traccia una nuova genealogia del nesso tra male e potere, ripensandone fenomenologicamente gli aspetti «microfisici»: non deve essere indagato soltanto nel legame con la morte e il nulla, ma analizzato nel rapporto che intrattiene con l’ostinata passione per la vita, col desiderio di essere riconosciuti. Forti intende superare la «metafisica della malvagità» che ha connotato buona parte dell’ermeneutica novecentesca, quindi la dicotomia sul cui fondo rimane sempre l’immagine della relazione vittima-carnefice. Ne «I sommersie i salvati» di Levi si trova la più «sobria, molecolare» confutazione di tutte le concezioni demoniache del potere, attraverso la presenza «grigia» di individui che, in nome dell’ottusa obbedienza e del mero conformismo, ma soprattutto spinti dalla volontà di sopravvivere, collaborano al male o assistono da passivi spettatori alla sua esecuzione. Sulla «banalità del male» si era già interrogata a fondo Hannah Arendt, e fu anche molto criticata. Ora, la «microfisica» indicata da Levi, e sviluppata da Simona Forti, ci offre un’analisi dei rapporti di potere che funziona anche in situazioni meno estreme. Quel «desiderio insopprimibile della libertà» che si concretizza nel bisogno di prestigio, e nella necessità di scaricare su altri il peso dell’ umiliazione e delle offese, «lo ritroviamo in ogni convivenza umana, dal lager ad uno stabilimento industriale».
Nell'ambito della rassegna «Filosofi lungo l'Oglio», iniziativa che gode dell'Alto Patronato della Repubblica ed il patrocinio di Regione, Provincia e Comune, giovedì 7 febbraio alle ore 20.45 l'auditorium San Fedele ospiterà Paolo De Benedetti. Un incontro che chiude le celebrazioni organizzate a Palazzolo dall'Amministrazione comunale e dalle associazioni Nuova Resistenza, Anpi, Centro di formazione musicale «Riccardo Mosca» e Circolo dopolavoro comunale, dedicate alla giornata della Memoria. Il professor Paolo De Benedetti, teologo e biblista, nonchè uno dei massimi esperti contemporanei dell'ebraismo, relazionerà su «Il futuro di Dio» e sull'importanza di fare memoria oggi. Tema che riflette quello dell'edizione invernale dell'iniziativa «Filosofi lungo l'Oglio» dedicata alla Shoà, ossia quello del fare memoria per la coscienza collettiva, per le inevitabili sfide che pone l'ingresso nell'era post memoria, quella in cui i testimoni diretti degli avvenimenti se ne stanno andando, rimarcando l'imperativo del «Non dimenticate».De Benedetti è stato a lungo docente di Giudaismo presso la facoltà Teologica dell'Italia Settentrionale di Milano e di Antico Testamento presso gli Istituti di Scienze religiose delle università di Urbino e Trento. Protagonista del dialogo interreligioso attuale, il professore dirige, tra le altre, anche la prestigiosa collana «Pellicano Rosso» della Morcelliana ed è tra i curatori del Dizionario Bompiani delle Opere e dei Personaggi di tutti i tempi e di tutte le letterature. Ingresso libero.
Ugo Volli, l’altra sera, parlava nella sala del Consiglio comunale di Castrezzato per il ciclo Fare Memoria organizzato dai Filosofi lungo l’Oglio, accompagnato da una stuolo al femminile, la direttrice Francesca Nodari, l’assessore Maria Paola Bergomi,il sindaco Gabriella Lupatini, la consigliera Anna Maria Gandolfi delle Pari Opportunità. Lui apriva la riflessione in Municipio e sotto, nei bar, le televisioni trattavano lo scrutinio delle elezioni politiche in Israele, segnando la vittoria non clamorosa di Netanyahu, l’avanzata del Centro. Nell’accento di nebbia e nel freddo uno sotto zero di Castrezzato si riscopriva il senso della globalizzazione, la coperta della filosofia, il gelo della disoccupazione, la compagnia del Fare Memoria per non dimenticare, il filo da rinforzare tra chi approfondisce il «Mai più. L’antisemitismo dell’Antisemitismo» con il prof. Ugo Volli, docente di semiotica, giornalista e scrittore di critica teatrale e artistica e chi si distrae per superficialità e per preoccupazione ai propri bisogni. Mazzini, che radicalizzava la sua parte, s’era convinto: con la pancia piena si avvista la rivoluzione risorgimentale.Le parole di Volli e i brusii dei bar, i silenzi pensosi delle ex nebbie, la prossima alba scarsa di uomini sui pulmini esangui verso Milano per costruire altre case scarse, si trasformava in quel «cappuccio universale» in cui ciascuno trova il bollente e l’amaro della vita. Il prof. Volli ha il problema di chi possiede una cultura vasta e si trova ad ogni pausa di fronte a un incrocio invitante: di qua o di là, indietro o avanti, ieri o adesso? Ma intinge subito la diffidenza scientifica in quel «cappuccino universale», in quella globalizzazione relativista in cui si disperdono le identità e le specificità. Quel «cappuccino universale» gli sembra l’ultimo lager liquido per sciogliere l’ebraismo e confonderlo nel tutto del niente. L’antisemitismo, dice, è dentro una strategia di distruzione millenaria. Hitler non era il primo e si deve stare attenti affinchè non sia l’ultimo. I Cristiani non solo di Agostino, i Maomettani da Maometto ad Hamas hanno puntato sulla eliminazione dei «fratelli maggiori». Ecco il senso delle elezioni in Israele che salgono le scale del municipio di Castrezzato,l’omonimia tra Ebraismo, Israele, Shoah. Il prof. Volli è pronto a inviare agli increduli messaggi filmici in cui i dettati di Hamas, per esempio, stanno oltre l’hitlerismo. Sentite il canto di Hamas nella voce resistente di Volli: «Noi vinceremo perchè noi amiamo la morte quanto voi amatela vita». Il prof. Volli traccia esempi sul «carattere genocida della dirigenza palestinese; alcuni dei loro leaders hanno scritto tesi di dottorato com- pletamente negazioniste sulla Shoah». L’antisemitismo, insomma, avanza in una scansione secolare senza sosta. Quel «Mai più», gridato dalle nazioni dopo la scoperta di Auschwitz rischia perfide soste. Costantemente, spiega il relatore, le motivazioni fondamentali che reggono i moventi dello sterminio si riferiscono all’ostinazione degli ebrei di rimanere ebrei;per i cristia- ni al fatto di non aver riconosciuto Gesù e di averne causato la Crocifissione e per i Musulmani, gli ebrei avrebbero rifiutato di riconoscere la rivelazione dell’arcangelo Gabriele su Maometto. Volli ci porta nella neve del lager…
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