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Esplora l’Amore in tutti i suoi aspetti l’edizione di Festivalfilosofia che si apre oggi, fino a domenica, a Modena, Carpi e Sassuolo.

Pubblicato in Rassegna stampa

Sabato 21 settembre ore 18,00

libreria FELTRINELLI di Mantova

corso Umberto I, 56

Dolores è una ragazza nata e cresciuta in un piccolo paesino della provincia dove tutti si conosco e sanno perfettamente quello che accade. Dolores – che ricorda un po’ la storia biblica di Davide contro Golia - parla al lettore, donna o uomo che sia, raccontando il difficile rapporto che lei ha avuto con il padre definito il suo padre biologico.

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È l’amore,con tutte le sue implicazioni, il tema della XIII edizione di Festivalfilosofia, che da venerdì 13 a domenica 15 settembre offrirà oltre duecento appuntamenti, tutti ad ingresso gratuito, in oltre 40 luoghi delle città di Modena, Carpi e Sassuolo.

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Domenica 7 luglio 20.30 L’Altro nell’arca. Dialogo tra Francesca Nodari ed Enrico Gusella.

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Ho letto con interesse un bel libro appena uscito : Storia di Dolores Lettera al padre che non ho mai avuto di Francesca Nodari (edizione Pagine, Roma 2013). L’autrice è una giovane studiosa che ha conseguito il Dottorato di ricerca in Filosofia presso l’Università degli Studi di Trieste, ha pubblicato diversi altri libri tra i quali ho già recensito Il pensiero incarnato in Emmanuel Levinas, ed è Direttore scientifico del Festival Filosofi lungo l’Oglio al quale ho partecipato l’anno scorso con una conferenza sul tema della Dignità. Ebbene questo suo ultimo libro insegna la dignità nel dolore. Il volume è dedicato “A tutte le donne vittime della violenza”. Le epigrafi premesse al testo sono citazioni da Eschilo (Coefore, 1029-1030) , Teognide (Silloge, 1029-1030) e Agostino (Confessioni, X, 28), autori i quali ci avvertono che il dolore è il prezzo da pagare per questa nostra vita di uomini.Eschilo anzi considera la sofferenza addirittura un’occasione per accrescere la conoscenza e la comprensione: “tw`/ pavqei mavqo~”, canta il coro di vecchi Argivi nella Parodo dell’Agamennone (v. 177). Il personaggio che scrive questa lettera al padre ha un nome sinistramente ominoso, Dolores, un nomen omen che prefigura un destino di dolore, ma le ferite ricevute da un padre che non vuole essere padre, un anti padre, un dys-padre [1], sono pure destinate, data l’ntelligenza, la sensibilità, la cultura e la moralità della figlia, a “fiorire in tanta luce” [2].

Scrivere questa lettera, per Dolores è una necessità, una medicina che la aiuta a liberarsi dal male che le è stato inflitto da un genitore maschio energumeno. Le letture, poi la scrittura, la aiutano a cercare di capirne le ragioni che del resto non sembrano esserci: il male appare gratuito e brutale. La donna, la ragazza che scrive, ha una trentina d’anni che vengono ripercorsi a partire dall’età infantile. Colpisce la totale anomalia di questo rapporto di un uomo con l’unica figlia, una femmina, la cui persecuzione da parte del padre suo crea stupore siccome molto più spesso l’eventuale conflitto, di tipo edipico, avviene tra il padre e il figlio maschio, come nella Lettera al padre di Kafka, o tra la figlia e la madre, come nell’Elettra di Sofocle o nel rifacimento di O’ Neill, Il lutto si addice a Eletttra. E’ pure vero che Oreste uccise la madre e che il mandante dell’assassinio di Agrippina, Nerone recitava volentieri la parte del figlio di Agamennone poiché quel matricidio presente in tante tragedie aveva una dignità mitologica, e per giunta era stato giustificato da Apollo e da Atena nelle Eumenidi di Eschilo. A questo proposito, Apollo nel difendere Oreste, sostiene che ammazzare la madre non è un delitto orribile con una affermazione di patriarcato e di antifemminismo estremo:"La cosiddetta madre non è la generatrice del figlio (tevknou tokeuv~ ), ma la nutrice (trofov~) del feto appena seminato: genera (tivktei) il maschio che la monta; colei come un ospite con un ospite salva il germe (e[rno~), per quelli ai quali gli dèi non l’abbia distrutto" [3]. Ebbene, nel caso di Dolores, la mamma è l’unica genitrice, anzi è la bisgenitrice, colei che più di una volta dà la vita alla figlia, mentre il padre rinnega del tutto la propria funzione creatrice, ripudia se stesso come padre: è un ex padre il quale osa chiamare la ragazza che ha messo al mondo con “un maledetto neologismo da lui coniato ‘ex figlia’ ” (p. 33). Il bruto che usurpa il nome di padre un giorno arriva a un passo dall’uccisione della ragazza con le proprie mani. E’ la madre che la salva: “Le tue cinque dita sulla mia gola, il mio inutile tentativo di liberarmi da quella stretta che sapeva di morte…Il respiro che mancava. Lo stordimento. Se oggi posso raccontare questo orribile momento è grazie all’intervento della mamma…Mamma-alla cui “misericordia delle viscere”, per ricordare un’espressione usata da Levinas, che si rifà al termine biblico “Rachamìn”, “che si traduce misericordia, ma che contiene un riferimento alla parola “Rechèm”-utero”, mi ritrovai di nuovo debitrice-fu colei che, in quella circostanza, in certo senso, mi diede la vita per la seconda volta” (p. 23). Si può dunque ribaltare l’Apollo delle Eumenidi di Eschilo con l’Ulisse di Joyce: “Amor matris , genitivo soggettivo e oggettivo, questa è forse l'unica cosa vera nella vita. La paternità forse è una finzione legale. Chi è il padre di un qualsiasi figlio perché qualsiasi figlio debba amarlo o viceversa (...) Il figlio nascituro guasta la bellezza: nato, porta dolore, separa l'affetto, accresce le preoccupazioni. E' un maschio: la sua crescita è il declinare del padre, la sua giovinezza l'invidia del padre, il suo amico il nemico del padre (...) Che cosa mai li congiunge in natura? Un istante di cieca foia" [4].

Il padre di Dolores è sempre in preda alla rabbia, è un uomo incapace di qualunque affetto positivo, di qualsiasi dialogo: “L’unico linguaggio decifrabile era e sarebbe stato quello della forza e della violenza. Una tracotanza che nasconde, forse, la fragilità o l’incapacità di esprimersi in altro modo” (p. 18). Alla figlia bambina e ragazzina viene negata ogni possibilità di chiarimento, di spiegazione, di comunicazione con il padre che la rifiuta. Viene in mente la giovinetta Ottavia alla corte di Nerone: "Octavia quoque, quamvis rudibus annis, dolorem caritatem omnes adfectus abscondere didicerat" ( Annales, XIII, 16), anche Ottavia, sebbene non scaltrita dall'età [5], aveva imparato a nascondere la pena, l'amore e tutti i sentimenti. Ma Ottavia non aveva padre né madre che la difendessero [6]. Dolores invece ha una madre buona, cara, preziosa. Del resto la scrivente non può colmare la lacuna della figura paterna: “Ho sempre sognato ciò di cui sono stata privata: una figura protettiva, autorevole, certo, ma non autoritaria” (18). Tale figura viene rimpiazzata, a mano che la ragazza cresce, dai suoi Maestri: Natoli, Levinas e altri. Il padre dunque è bestialmente manesco in molte circostanze: maltratta e picchia i dipendenti, ma nessuno lo denuncia: “sembrava che tutto ti fosse concesso, in nome di quell’omertà che rende muti, o, forse, di quell’ingenuo pudore che porta alla rinuncia della parresìa, al desistere da ogni azione che si configuri come resistenza al male e al ricatto che lo sottende” (p. 20). Parrhsiva è parola greca che significa “tutto è dicibile” [7] E’ un termine chiave della democrazia. Nello Ione [8] di Euripide, il protagonista esprime il desiderio di ereditare da una madre ateniese questo privilegio, recandosi ad Atene, poiché lo straniero che piomba in quella città, anche se a parole diventa cittadino, ha schiava la bocca senza la libertà di parola ("tov ge stovma-dou'lon pevpatai koujk e[cei parrhsivan", vv. 674-675). Dolores dunque considera “l’errore più grande della sua vita” non avere denunciato il padre. Quante donne, si domanda, non hanno il coraggio di denunciare i loro aguzzini? Diverse sono le cause che bloccano la parresia. Esterne e interne. Tra le altre, il dolore. A questo proposito, Dolores cita uno dei suoi padri spirituali: “Ha ragione Salvatore Natoli quando sostiene che il dolore rende muti e riduce le parole a un balbettio…Chi è preda del dolore non sente il mondo, ma quella piaga che si rimargina: è nel mondo, ma vive a se stante e non aspetta altro che la parola che salva” (p. 25). Ma il dolore può essere un maestro, un educatore che insegna il difficile mestiere di vivere. Seneca nel De providentia trova un significato positivo non solo nel lavoro ma pure nelle disgrazie (incommoda), nei dolori e nelle perdite quali prove per esercitare e temprare la virtus :"Marcet sine adversario virtus" (2, 4), senza un avversario la virtù marcisce. E' la medesima impostazione del Giobbe biblico:"Se nella cultura occidentale inglobiamo, per l'innesto operato dal cristianesimo, la cultura ebraica, allora la più antica occorrenza di questo "perché" [9] potrebbe essere il Libro di Giobbe " [10]. Ne riporto una massima:"Felice l'uomo che è corretto da Dio" [11].

Ricordo anche un Giobbe moderno (1930) di Joseph Roth: un pio ebreo orientale, Mendel Singer:"la sua vita era una perpetua fatica". Aveva un figlio piccolo, Menuchim, che cresceva male, era malato, ma il Rabbi disse alla madre Deborah:"il dolore lo farà saggio, la deformità buono, l'amarezza mite e la malattia forte. I suoi occhi saranno grandi e profondi, le sue orecchie limpide e piene di risonanze" [12]. Ma ora torniamo a Dolores di Francesca Nodari. Anche lei dal dolore impara: “Solo oggi mi rendo conto, fino in fondo, di quante energie richiedesse quello stato d’emergenza, quale condizione eccezionale, alla quale, comunque, devi cercare di far fronte. E’ la týche greca, il caso. Natoli ha di nuovo ragione: per far fronte al destino occorre divenire abili al mondo, diventare signori di sé. In una parola pensare la felicità possibile, non in termini di eutychía (buona sorte) ma di eudaimonía (demone favorevole). Quel daimon che troviamo dentro di noi per “stare al mondo” da soggetti responsabili, e non come semplici marionette eterodirette” (p.29). E allora dobbiamo ricordarci della “Provvidenza che rischiara le giornate buie”. C’è un altro grande personaggio femminile, oltre lei stessa e la mamma, nel romanzo di Dolores, ed è la nonna, l’amabile madre dell’odioso padre che arriva a dire alla figlia: “Buttati sotto il primo treno che trovi. Perché dovresti vivere?” (p. 33). La ragazza, con l’esempio del coraggio materno, con l’aiuto dell’affetto della nonna, con l’ausilio dei bravi maestri incontrati via via, ha saputo trovare quella identità di persona che il padre cercava di negarle, una persona ricca di umanità, dignità e moralità. Senza questo patrimonio non può esserci felicità " Sostengo che non vi è profonda felicità senza morale profonda" [13]. Dolores, con la sua intelligenza morale, è stata capace di trasformare l’orrore subito in un motivo di crescita: “Perché, forse, senza quella sofferenza non sarei diventata la persona che sono oggi” (p. 35). Non so quanto sia autobiografico un libro, ma so, da Flaubert e da altri, che ogni libro lo è sempre, e in non piccola parte, e so che Francesca Nodari è una bella persona. Le persone che siamo, quando, e se, diventiamo quello che siamo [14] raccolgono la storia di migliaia di generazioni che ci hanno preceduti. Si possono avere antenati spirituali al di fuori della parentela, nella letteratura per esempio, come sostiene Dorian Gray nel romanzo di Oscar Wilde. Ebbene Dolores non sente il non padre come suo genitore, ma i suoi padri spirituali sono i Maestri più volte citati. C’è comunque la nonna cha la collega alla famiglia paterna, poiché dal passato della nostra stirpe, delle nostre stirpi, non possiamo prescindere. Voglio riferire una citazione illuminante che Dolores-Francesca prende da La memoria di Dio di Paolo De Benedetti: “In ebraico il concetto di storia si pensa e si esprime come una sequenza di generazioni che ricevono ciascuna dalla precedente e trasmettono ciascuna alla seguente. In questa storia ebraica, in questa storia biblica, la stella polare è il ricordo (zachor). Io sono recettore di ricordi e un produttore di ricordi: ecco perché ha senso parlare di storia in termini di toledot (generazione) di contro al concetto greco-latino di historia, che viene da indagare. La storia, nel concetto biblico, è un trasmettere, è un trasmettersi (…) Questo non è un bisogno di nobiltà, è un bisogno di trasmissione, è un bisogno di salvare la vita di chi non c’è più” (p. 45). La nonna è malata e muore senza che l’ex padre permetta a Dolores di assistere a quella morte dolorosissima per lei. Il dys-padre si è trovato un’altra donna, pare degna di lui, che contribuisce a tenere lontana la ragazza da quella che era stata la casa sua. Con la dipartita della nonna esplode di nuovo quella fase acuta del dolore che non è possibile anestetizzare, né riscattare con la cultura, con l’arte, con la bellezza trasformando il tragico in sublime. Il non padre cerca di escludere Dolores persino dal funerale della propria madre, della nonna che invece aveva sempre cercato l’affetto della nipote: “L’ex figlia-ti prodigasti di farmi sapere attraverso un tuo mandatario-non può partecipare al funerale, né far visita al feretro” (p. 54). Ma Dolores non accetta il divieto disumano e si reca a fare quella visita dettata dalla pietas e dall’amore: “Vidi la bara lunga e stretta. E dentro un corpicino divorato dal male. Una donna di poco più di trenta chili che non mi pareva avesse le sembianze di nonna…Scoppiai a piangere…In piedi, di fronte a me, c’eri tu, padre…Ex figlia-urlasti-la butto fuori” (p. 54). Dolores non si spaventa. “Avvertii una forza che mi veniva, credo, da nonna e da Dio”. Dei nostri consanguinei, di quelli che ci hanno voluto bene, possiamo pensare che sono vissuti per noi, per favorire le nostre vite. Poi c’è il giorno delle esequie “Uno dei giorni peggiori della mia vita” (57) E’ il giorno in cui Dolores si identifica con il proprio nome e con il proprio destino: “Ora capisco, fino in fondo, il destino contenuto nel mio nome, Dolores” (p. 59). Il non padre preclude alla nipote di sua madre l’ingresso nella cappella dov’è sepolta la nonna. E’ il decreto disumano di Creonte [15] che vuole negare la pietà, la celeste corrispondenza di amorosi sensi [16] tra i vivi e i morti dello stesso sangue. Ma il divieto non può impedire la preghiera che “come insegna il filosofo della religione Bernhard Camper in Evento e preghiera- si mostra come l’accadimento che, volendo utilizzare il linguaggio kantiano, potremmo chiamare l’accadimento estremo della “ragione pura pratica” (p. 60). Siamo arrivati all’epilogo “Mi sono resa conto che l’unico modo per superare o, almeno, alleviare un dolore non conosce alternative se non quella-l’unica- di attraversarlo. Sofferenza con amore e timore di Dio” (p. 61). E’ l’ajrti manqavnw dell’Alcesti di Euripide (v. 940) ed è l’ora comprendo di Giobbe: “Ecco, temere Dio questo è sapienza e schivare il male, questo è intelligenza” (Gb 28, 28)…Ora mi sento più leggera” (p.61) Dolores nelle ultime pagine ringrazia la mamma sua e i Maestri “padri nobili che mi hanno sostenuto nel percorso, che mi hanno incoraggiato, che mi hanno saputo ascoltare e spronare a sperare. Di più a non demordere, ad andare avanti, a crescere” (p. 62). Segue una citazionr di Levinas che mostra la luce del Bene in fondo al tunnel del male: “la teofania” (p. 62).

Quindi un ricordo del Cardinale Carlo Maria Martini, morto nei giorni in cui Dolores concludeva la sua lettera, un altro Maestro e padre di cui viene citato il libro La forza della debolezza con l’invito “a resistere alle tribolazioni (…) L’uomo nel dolore coglie il senso più autentico della vita e, se non smette di credere, percepisce la compagnia di Dio, sorgente di energia rinnovata e di forza per rialzarsi dopo qualsiasi caduta” (p. 63) . Dolores ha capito tutto. Ha compreso che la vita è comunque un dono di Dio, è piena di Dio. Ogni persona religiosa riconosce la bellezza della vita e ne sente la gioia poiché “Chi dava a voi tanta gioia è per tutto; e non turba mai la gioia de’ suoi figli, se non per prepararne loro una più certa e più grande” [17]. Una comprensione di fondo che anche Dostoevkij, un altro scrittore che ha attraversato grandi sofferenze, raccomanda ai suoi lettori. Il principe Myškin ritiene connaturata all’uomo e naturale la felicità: “Io non so come sia possibile passare accanto a un albero e non sentirsi felici di vederlo. Parlare con una persona e non essere felici di volerle bene! Oh, io non so esprimere bene i miei sentimenti…ma quante cose belle vediamo ad ogni pie’ sospinto, belle al punto che l’uomo più abbietto non può che vederle sempre belle? Guardate un bambino, guardate l’alba divina, guardate come cresce un fuscello, guardate negli occhi che vi guardano a loro volta e vi vogliono bene…” [18]. Voglio convalidare questo precetto santo con altri tre maestri. Strabone [19] ha scritto una Geografia della quale riporto questa sentenza educativa e religiosa: “ gli uomini imitano benissimo gli dèi quando fanno del bene, ma, si potrebbe dire anche meglio, quando sono felici (" a[meinon d j a[n levgoi ti", o{tan eujdaimonw'si", X, 3, 9). Spinoza, e per l’impiego di questo autore dipendo da Remo Bodei, associa la virtù alla felicità: “Spinoza intende condurre gli uomini verso la felicità e la pienezza mediante un sereno rifiuto dell’amor mortis, della malinconia, della vanitas, della misantropia e del sentimento di caducità, argomentando in favore della “meditazione della vita”, anche perché è la felicità che produce la virtù, e non viceversa (…) gli uomini sono malvagi perché infelici, perché in preda alla tristitia che ne diminuisce la gioia o il potere di esistere e che li precipita spesso sempre più in basso, avvitandoli in una spirale di distruzione e autodistruzione” [20]. Concludo citando le ultime parole del libro di Francesca Nodari: “Dolores, per te l’”ex figlia” si congeda. E lo fa sottoscrivendo le mirabili parole di Rilke: “Vedi, io vivo. Di che? Né infanzia, né futuro decrescono…Un più di esistenza mi sgorga nel cuore”. Da quest’istante una svolta s’è compiuta. Una nuova vita ha inizio, Per aspera ad astra. E così sia.

Giovanni Ghiselli

[1] Cfr. Iliade, III, 39 dove Ettore chiama il fratello Paride “Duvspari” rinfacciandogli la natura di donnaiolo poco valente in battaglia. [2] H. Hesse, in Siddharta esprime con altre parole l'antica legge eschilea del tw/' pavqei mavqo":"Profondamente sentì in cuore l'amore per il figlio fuggito, come una ferita, e sentì insieme che la ferita non gli era stata data per rovistarci dentro e dilaniarla, ma perché fiorisse in tanta luce". [3] Eschilo, Eumenidi, vv. 658-661. [4]Ulisse , p 38 e p. 284. [5] Tacito ha appena raccontato l’avvelenamento di Britannico da parte di Nerone. Siamo nel 55 d. C. e Ottavia ha solo quindici anni. [6] I suoi genitori, Claudio e Messalina erano morti quando Nerone la terrorizzava. [7] E’ formata da pa`~ e rJhtov~. [8] Del 411 a. C. [9] Quare aliqua incommoda bonis viris accidant, cum providentia sit . E' il sottotitolo, probabilmente autentico, del De providentia: perché agli uomini buoni capitano delle disgrazie dal momento che c'è la provvidenza. [10] A. Traina (a cura di) La provvidenza, p. 8. [11] La Bibbia di Gerusalemme, Giobbe , 5. [12] J. Roth, Giobbe, p. 19. [13]R. Musil, L'uomo senza qualità , p. 846. [14] Cfr. Pindaro: “gevnoio oi|o~ ejssiv” (Pitica II v. 72), diventa quello che sei. [15] Ovviamente nell’Antigone di Sofocle. [16] Cfr. Ugo Foscolo, Dei Sepolcri, 29-30. [17] A. Manzoni, I promessi sposi, cap. VIII. [18] F. Dostoevskij, L’idiota, p. 700- [19] 63 a. C.-23 d. C [20] Remo Bodei, Geometria delle passioni, p. 100.

Fonte originale: http://giovannighiselli.blogspot.it/2013/05/storia-di-dolores-lettera-al-padre-che.html

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L'Associazione culturale Filosofil lungo l'Oglio è lieta di invitare la S. V. alla presentazione del libro di Francesca Nodari: Storia di Dolores. Lettera al padre che non ho mai avuto (Pagine Editore, Roma) che si terrà sabato 27 aprile, alle ore 18.00, presso la Libreria Feltrinelli, in c.so Zanardelli 3 a Brescia. Con l'Autrice, interverrà Viviana Filippini collaboratrice del quotidiano «Giornale di Brescia».

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«L’educazione al bivio: l’Università oggi e le sue sfide». È questo il titolo del convegno che si terrà il 18-19 aprile 2013 presso l’Aula Magna “Aldo Cossu” dell’Università degli Studi di Bari. Organizzato dall’Università degli Studi di Bari in collaborazione con la Pontificia Università Lateranense, il simposio sarà aperto dalla Lectio Magistralis di Mons. Enrico dal Covolo, vescovo e Rettore Magnifico dell’Ateneo Lateranense, dal titolo: “Il compito formativo della scuola e dell’università in un tempo di crisi”. «La tematica che si andrà ad approfondire – spiega mons. dal Covolo – è una sfida che dobbiamo cogliere per attuare un nuovo progetto educativo.

La centralità della persona potrà divenire così il luogo privilegiato dove far confluire tutti i nostri sforzi affinché la realtà giovanile che “abita” le nostre strutture universitarie sia aiutata ad operare un salto qualitativo che dall’anonimato, nel quale ogni singolo membro vive nella penombra della de responsabilità, si arrivi a formare un nuovo contesto dove i giovani si sentano protagonisti del loro processo di crescita umana e intellettuale. In questi anni il mio servizio in qualità di Rettore presso la Pontificia Università Lateranense è stato sempre guidato dalla ferma convinzione di creare spazi vitali di crescita dove i giovani possano mettere in campo le loro idee nel mutuo confronto con gli “operatori” dell’educazione e con gli organismi istituzionali. Il guadagno di questa modalità di lavoro è aver costatato che i giovani assumono con molta più responsabilità i processi formativi che sono loro rivolti.

Naturalmente la sfida che dobbiamo cogliere è che l’educazione non è mai rivolta esclusivamente agli altri, ma richiede che sia accolta e che modelli principalmente l’operato ognuno di noi». Durante il convegno, il Sindaco di Bari, Michele Emiliano, conferirà a mons. dal Covolo, la medaglia, quale premio di rappresentanza, della Presidenza della Repubblica, e il “Sigillo della Città di Bari”.

Il Convegno ha ottenuto l’Adesione del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, ed è patrocinato dal Senato della Repubblica, dalla Camera dei Deputati, dal Pontificio Consiglio per la Cultura , dall’Associazione Docenti Italiani di Filosofia (A.D.I.F.), dalla Fondazione Ente dello spettacolo, dalla Regione Puglia, e, infine, dal Comune di Bari.
È stato concesso l’esonero per Docenti di scuole di ogni ordine e grado dal M.P.I. con riferimento all’art. 453 D.L. 297/94 Prot. n. 3092 del 28 marzo 2013.

La partecipazione è aperta a tutti.

Per informazioni: segreteria organizzativa Francesco Alfieri, ofm
Convento “Cristo Re”
Piazza Marconi, 1074015 Martina Franca (TA)
Cell: 320/9748443
E-mail: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

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Vissuto tra il 1992 e il 1980, il pensatore napoletano Pietro Piovani si formò alla scuola di Giuseppe Capogrossi, il celebre filosofo del Diritto e giurista cattolico scomparso nel 1956. L'aspetto più originale del contributo recato da Piovani allo sviluppo della ricerca filosofica viene fatto consistere nel tentativo di coniugare lo storicismo con l'esistenzialismo, e non casualmente, a proposito di ciò, si èsostenuto che le tesi da lui elaborate vanno a collocarsi tra «esistenzialismo ripensato e storicismo rinnovato». Francesca Nodari ha individuato in Blaise Pascal uno dei modelli alti che hanno ispirato tale concezione filosofica e ha dedicato un bel volumetto all'interpretazione che il professore napoletano dette del genio di Cler Mont Ferrand, «un corpo a corpo tra un post moderno e un classico del pensiero». Caratterizzato da una «sorprendente contemporaneità».

Nel primo capitolo del volume, l'autrice affronta il tema, squisitamente pascaliano, della miseria dell'uomo e, riecheggiando affermazioni di Piovani riguardanti la visione antropologica di Pascal, scrive: «L'uomo è un granello di sabbia, nè angelo nè bestia e, a ben guardare, si pone - nel senso di una contemporanea idealità - gli stessi interrogativi dell'uomo nevrotizzato del Novecento».

Come ricorda Nodari nel secondo capitolo, Piovani ravvisò «nella sorprendente logica del cuore» il tratto più affascinante del pensiero pascaliano: «in tutta l'opera pascaliana - egli scrive - circola un sentimento dell'interiorità dei valori etico religiosi che ripugna ad ogni disciplina legalistica e che, pur quando l'accetta, la corrode dall'interno e accanto alla validità oggettiva, ex opere operato, dei sacramenti, non manca di far valere, come condizione del loro uso e della loro stessa fecondità, le disposizioni soggettive la justice du coeur del fedele ».

La terza parte del libro è imperniata sulla figura di Cristo, colto soprattutto nelle sua dimensione di servo obbediente e sofferente, che illumina la tragica esperienza del dolore umano. «Di qui - afferma la Nodari - scaturisce ciò che a noi pare un elemento di enorme interesse ermeneutico: il fatto che Piovani, lavorando sull'angoisse pascaliana e meditando su quel Cristo «in agonia fino alla fine del mondo», abbia individuato, nella sofferenza, la dynamis dell'agire etico e, nel grido, che mette a tacere tutti gli ismi e squarcia il cielo a metà l'esistenziale umano per antonimasia». Il Christus Patiens del Gethsemani diventa non solo il fratello dell'uomo nevrotizzato di oggi, ma Colui che è in grado di salvarlo, e dunque, anche Colui dal quale nessuna autentica filosofia potrà prescindere.

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Martedì, 19 Marzo 2013 01:00

«Dolores racconta la mia sofferenza»

«Raccontare il proprio dolore e condividerlo, affinchè tale testimonianza possa essere d'aiuto a qualcun altro». Sono le parole di Francesca Nodari, filosofa e scrittrice bresciana, che ha presentato ieri la sua ultima fatica letteraria Storia di Dolores (Lettera al padre che non ho mai avuto) alla libreria dell'Università Cattolica di Brescia. Un romanzo autobiografico intenso nel quale l'autrice narra le vicissitudini di Dolores, nel drammatico rapporto con il padre. La presentazione, moderata dal giornalista Tonino Zana, è stata arricchita dagli interventi di Paolo Ferliga, psicoterapeuta e docente di filosofia e Maria Rita Parsi, psicoterapeuta e scrittrice di fama nazionale.

Una confessione, quella della Nodari, che vuole esorcizzare e archiviare il capitolo più difficile di un'intera vita. Un legame conflittuale, a tratti inesistente, con il padre. L'autrice parla attraverso le gesta di Dolores, la protagonista del romanzo, e il messaggio arriva dritto al cuore fino a commuovere gran parte del pubblico. «Non avrei mai potuto superare tutto questo - senza l'aiuto di mia madre, una donna straordinaria, e della mia famiglia». Un racconto che vuole essere supporto per chi si trovi in una situazione analoga: «Non bisogna vergognarsi della sofferenza, nè di ammettere il rapporto distruttivo che può instaurarsi con l'uomo che ci ha messo al mondo. Le violenze fisiche e psichiche, soprattutto, vanno denunciate sempre e comunque. Non importa dopo quanto tempo».

«Dolores è perseguitata da un padre che odia le donne - sottolinea Maria Rita Parsi - e intorno a questo scontro fondato su un odio assurdo, c'è la forza incommensurabile della solidarietà tra donne».

Negli occhi della madre di Francesca Nodari, al termine della presentazione, si possono quasi intravedere e sentire i pianti e le grida di un passato tormentato, ma anche una luce di speranza. La speranza che la sofferenza, se condivisa, possa essere più facile da superare. Per tutti.

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Ecco, dovremmo ritornare ai greci, alla loro tragedia, al senso di colpa e alla memoria dei loro archivi individuali e di patria per rientrare, almeno un po’, nella vicenda narrata dalla dott. Francesca Nodari. Storia evocata per dire «basta» alla presunzione degli incubi, per bruciare la vecchia bastarda,come si fa a metà tempo dalla Resurrezione,per giurare che una madre, «intelligente e bella» calcifica un padre falso, violento e pazzo.Francesca parla con se stessa e rivolge all’inferno della tracotanza squilibrata, dove si trova uno dei non impossibili padri-non padri, l’invettiva di Dolores, protagonista e figlia ormai libera e leggera per narrare l’incubo di un tempo troppo lungo per stare incamerato dentro di sé. Le parole giuste vanificano il male, il verbo redime e Dolores, per cultura e vita, scopre le armi della libertà e del riscatto, per sè e la madre, per quell’umanità indisponibile alla rottura del patto genitore-figlio.

Parliamo del libro di Francesca Nodari, «Storia di Dolores. Lettera al padre che non ho mai avuto» che viene presentato domani alle 18 alla libreria dell’Università Cattolica (via Trieste 17/a), con la partecipazione di Maria Rita Parsi psicoterapeuta e scrittrice, Paolo Ferliga psicoterapeuta e docente di filosofia, Tonino Zana inviato speciale del Giornale di Brescia. Maria Rita Parsi, amica dell’autrice anche per l’appartenenza alla compagnia umana in cui si riuniscono i Filosofilungol’Oglio,armata pensante di Francesca Nodari, delinea il senso totale del padre e il suo tradimento in una premessa partecipata al libro. «Colei che scrive la lettera al padre, Dolores non solo non ha mai avuto "quel" padre, ma costui non è mai stato padre per lei...Quello che si è manifestato è il rifiuto.

Incomprensibile, irrazionale, segnale di latente follia, in quanto reiettivo di qualcosa che è geneticamente legato a sé,senza possibilità di cancellazione. Il concatenarsi dei pensieri in questa requisitoria che, a Dolores serve per depurarsi del veleno iniettatole da Belzebù e dai suoi rifiuti fa affiorare l’importanza del pensiero come superamento del male con cui gli altri possono colpirci.E questo pensiero si nutre delle preziose riflessioni di grandi pensatori e scrittori.E qui la filosofia è la medicina per sopportare quel rifiuto paterno ». Dolores incontra un padre sulle guance dell’infanzia, schiaffo, non carezza e lo ritrova nella maledizione di un giorno non troppo avanti.

Ecco il padre ricavato da alcune cattiverie verso la figlia: «Buttati sotto un treno », a proibirle di incontrare il viso disteso della nonna nella morte,a bandire ogni possibile contatto. Dolores è il finale di un calvario. Poiché,nelle tragedie della vita,quelle in cui l’immaginazione di un dolore innaturale soccombe fino a essere irriconoscibile o ritenuta dubbiosa dal tribunale morale della comunità, a Dolores si chiede di dimenticare. E lei è d’accordo se solo la cancellazione del male non diviene sconfitta della memoria, ma sua esaltazione fino a collocare nell’oblio castigante e consapevole la barbarie di una follia. Il libro è la condanna in piazza di una violenta irresponsabilità.

Dopo questo,non ci sarà nascondiglio per i padri - pochi? - di Dolores - quante? -. Il libro avvertirà i padri malvagi a dimettersi dalla personalissima gestione di una shoah immutabilmente ad personam, senza pena. Sapranno, questi padri, che i libri raccontano il loro bene e il loro male.Che si alzano le culture dei figli a denunciare le psicosi dei padri e li iscrivono al giudizio. Invitano a pentirsi e a curarsi. Avvertono che la parola rimane a stabilire il senso e il merito della testimonianza. Anche un padre, certo, può scrivere o farsi scrivere per dire la sua. Se un qualsiasi padre ascoltasse un libro del genere e si sentisse tirato dentro, scriva,per Dio.Ci faccia capire cosa gli è accaduto per essere diventato un diavolo del genere.

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