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Venerdì, 17 Luglio 2015 23:45

DECIMA EDIZIONE FESTIVAL FILOSOFI LUNGO L’OGLIO: UN BILANCIO PROMETTENTE

Scritto da ufficio stampa Filosofi lungo l'Oglio

Con la prestigiosa targa del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, con il Patrocinio del MIBACT e con l’adesione del Prefetto di Brescia, con il patrocinio della Consigliera di Parità della Provincia di Brescia, dell’Assessorato alle Culture, Identità e Autonomie della Regione Lombardia, delle Province di Brescia, Bergamo e Cremona, si è chiusa la decima edizione del Festival Filosofi lungo l’Oglio.

Dopo Le stagioni della vita, Geografia delle Passioni, Vizi e virtù, Destino, Corpo, Felicità, Dignità, Noi e gli altri, Fiducia è ruotata intorno alla parola chiave: Pane quotidiano per tutta l’umanità, in linea con il tema dell’Expo: Nutrire il pianeta, la decima edizione della Kermesse. Questo Simposio di Pensiero e di Parole – che proprio quest’anno ha festeggiato il suo decennale e con esso la trasformazione della nostra realtà in Fondazione – è divenuto, ormai, un appuntamento fisso quasi fosse entrato a far parte – di fatto – delle tradizioni che animano l’estate rivierasca in riva all’Oglio. Una manifestazione che ha il privilegio di avvalersi di un Comitato scientifico composto dai Professori: Adriano Fabris, Amos Luzzatto, David Meghnagi, Bernhard Casper, Aldo Magris, Armando Savignano, Salvatore Natoli, Maria Rita Parsi, Piero Coda, Ilario Bertoletti e da Francesca Nodari. Accanto ai Comuni e/o enti già teatro delle precedenti edizioni: Brescia, Barbariga, Corte Franca, Corzano, Erbusco, Flero, Orzinuovi, Orzivecchi, Palazzolo sull’Oglio, Soncino, Villachiara, Travagliato spicca l’ingresso significativo dei Comuni di Chiari, Castel Mella, Cologne, Ghedi (Bcc Agro Bresciano), Lograto, Roccafranca, Sarnico, Paratico. Partendo dalla Bassa bresciana e toccando le località rivierasche e/o attigue al fiume Oglio, per poi ampliare il proprio orizzonte in Franciacorta, il Festival ha fatto una doppia tappa nella città di Brescia e nella città di Palazzolo sull’Oglio estendendosi su ben tre province: Brescia, Bergamo, Cremona. Fondamentale il sostegno della Bcc di Pompiano e Franciacorta e della Bcc Agro Bresciano, della Despar e della Fondazione ASM – cui va la nostra più profonda gratitudine per aver scommesso convintamente – di concerto agli amministratori dei Comuni e degli Enti ospitanti nonché agli sponsor che hanno assicurato il loro contributo – su questo Simposio di Pensiero e di Parole. Passando da diciannove a ventidue lezioni magistrali, il Festival ha celebrato il decennale con un carnet nutrito di ospiti illustri e un calendario dal ritmo incalzante: questo Simposio di Pensiero e di Parole fedele al proprio spirito itinerante e al binomio luogo-pensiero – un format che si è rivelato vincente – ha portato il filosofo in mezzo alla gente, nella consapevolezza che la diffusa richiesta di senso sia un bisogno sociale da soddisfare e che va preso, davvero, sul serio. All’aumento delle lezioni magistrali (che saranno riproposte integralmente, in autunno, sui canali dell’Emittente bresciana «Teletutto» e quindi disponibili sul sito: www.filosofilungologlio.it), il pubblico ha risposto con un’affluenza che ha fatto registrare un ulteriore e rilevante incremento. L’attesa dei relatori vissuta come evento, l’attenzione nel corso delle lezioni magistrali, gli ampi dibattiti che ne sono seguiti restituiscono l’immagine di una comunità in cammino che si stringe attorno al maestro, quasi fosse l’attestazione pratica, colta fenomenologicamente, dell’urgenza che il sistema planetario, ormai irreversibilmente attraversato dal fenomeno della globalizzazione, ha di cambiare passo, se è vero che le diseguaglianze aumentano, il simbolico sta scomparendo, le paure si moltiplicano, le violenze non si arrestano e la natura presenta il suo conto all’uomo che da custode ne è divenuto padrone. Non è un caso se il filo rosso dei ventidue incontri è da ricercarsi nella chance dell’educazione. Quell’apparente utopia in cui, da tempo, Marc Augé ha indicato la via d’uscita dalla crisi planetaria. Una soluzione che, come ha confermato Carlos Alberto Torres, non ammette alternative. Se non quella della catastrofe.

IL PREMIO INTERNAZIONALE DI FILOSOFIA/FILOSOFI LUNGO L’OGLIO. UN LIBRO PER IL PRESENTE

Altro evento clou del Festival è stata la cerimonia di proclamazione del vincitore della Quarta Edizione del Premio internazionale di Filosofia/Filosofi lungo l’Oglio. Un libro per il presente che, come recita l’articolo 1 dello Statuto, è assegnato «all’opera di uno studioso che abbia elaborato, attraverso il suo pensiero, idee capaci di fornire agili strumenti per abitare la nostra contemporaneità». Un’opera, dunque, che sia «in grado di segnare non soltanto la recente storia della filosofia e, più in generale, del pensiero, ma soprattutto la realtà effettuale in cui ogni uomo si trova a vivere nel qui e ora dei nostri giorni». La prestigiosa benemerenza è stata conferita, domenica 5 luglio nella Sala Franciacorta dell’Hotel Iseolago a Iseo (Bs), al Prof. Marc Augé, antropologo ed etnologo di fama mondiale – con il volume: Les Nouvelles Peurs, Payot & Rivages 2013; Le nuove paure. Che cosa temiamo oggi?, Bollati Boringhieri, Torino 2013.

Riportiamo qui di seguito uno stralcio del testo della Laudatio composta e pronunciata dal direttore scientifico, Francesca Nodari:

Nell’era dell’euro e della privatizzazione dell’Europa, si registra una progressiva accelerazione delle nostre esistenze determinata dalle nuove tecnologie e dal capitalismo finanziario, mentre la politica è ridotta a governance, ovvero a semplice gestione di consumi e di servizi. Le nostre vite sembrano paralizzate dalla paura: i giovani temono di non trovare un lavoro; i loro padri hanno il timore di perdere la pensione e di finire in miseria. Coscienze imprigionate e senza futuro. Cosa fare? Augé indica una via d’uscita: darsi il sapere come fine in sé. Una proposta che egli definisce «utopia dell’educazione» e che potremmo considerare la bussola del suo pensiero. Magistrale in tal senso è il già citato: Le nuove paure. Che cosa temiamo oggi?, ove, parafrasando Hegel, l’Autore, è riuscito davvero ad apprendere il proprio tempo con il pensiero. In continuità con Futuro Augé sosta con grande acume sulla tonalità affettiva della nostra contemporaneità: la paura, di cui il senso di scoramento, l’ossessione del vuoto, l’incertezza, il timore di non farcela non sono altro che declinazioni della medesima Stimmung. Si tratta di un testo agile, ma si badi bene, che offre sin dal primo accostamento alla sua lettura l’impressione immediata che si tratti di un contributo che segna la storia del pensiero e cattura l’attenzione del lettore poiché ne va del suo stesso stare al mondo. Un testo, dunque, completo e che raggiunge un doppio obiettivo: per un verso calarsi tra le pieghe delle paure di oggi, stanarle, auscultarle; per l’altro, cercare di capirne l’eziologia e le cause e prospettare delle soluzioni. Colpisce il ripetuto richiamo all’appello “profetico” che Papa Woityla fece nel 1978: «Non abbiate paura!». Un imperativo che torna, in forma modificata, nel bestseller di Stéphane Hessel, nel 2010, «Indignatevi!» e che si colora di tinte scure nel suo esatto opposto: quel minaccioso «Abbiate paura!» che Bin Laden non esitò a pronunciare decretando con il doppio attacco terroristico dell’11 settembre 2001 non solo la globalizzazione del terrore, ma una forma di schizofrenia collettiva e planetaria.

Augé individua forme diverse di violenza: da quella economica a quella politica, da quella tecnologica a quella naturale. Di qui l’emersione di paure che si moltiplicano e che condividono una cifra comune: l’ossessione dell’altro. Uno degli elementi costanti che percorre l’intero saggio è la denuncia delle diseguaglianze tra i più ricchi dei ricchi e i più poveri dei poveri. Diseguaglianze dove le parole chiave dell’organizzazione del lavoro quali ristrutturazione, contratto a tempo determinato, flessibilità, mobilità sono ormai percepite come minacce sia dai giovani che nel presente non mirano che alla sopravvivenza sia dagli anziani che si chiedono se qualcuno toccherà loro la pensione: «La paura che stringe lo stomaco, la vergogna di sopportare l’insopportabile, è una presenza fisica, un cancro che rode: non si può più ignorare e fa di ogni mattino, di ogni uscita per andare al lavoro, l’anticamera dell’incubo. Pochi hanno coraggio da resistervi; per molti le pause dal lavoro, gli antidepressivi rappresentano un rimedio effimero e fragile. Le paratie tra vita professionale e vita privata sono saltate, o meglio hanno perduto la loro tenuta stagna, e agli uomini o alle donne che sono stati afferrati una volta per tutte da questa irreversibile sensazione di completo spossessamento non resta più un solo minuto di libertà […] Sperimentano una messa a nudo del loro essere intimo sotto lo sguardo degli altri e una forma di solitudine imposta che somiglia a un’espulsione da sé». Per non dire del congedo dal lavoro che non è nient’altro che il riconoscimento del cedimento del corpo e della persona: al timore di invecchiare si aggiunge lo sconforto di chi è ormai considerato inutilizzabile e dunque fuori uso: il tempo sociale è più spietato del tempo biologico. E che dire poi dell’allarme pandemico o alimentare: al ricomparire di malattie debellate come la tubercolosi, si aggiungono epidemie quali l’aviaria o la mucca pazza fino alle minacce degli ogm? Cosa fare dinanzi all’emergenza climatica e all’allarme ambientale? Cosa resterà alle nuove generazioni di un mondo ove si sono abbattute foreste, avvelenata l’aria, inquinato l’acqua, interrato rifiuti tossici, esaurito giacimenti? Se, come si stima, alla fine del secolo il pianeta sarà popolato da 10 miliardi di esseri umani, quali rimedi porre alla desertificazione e allo scioglimento dei ghiacciai e all’innalzamento delle temperature? Paure che si sommano ad altre paure: dalla minaccia terroristica che trova la sua acme nei “martiri” che si trasformano in bombe umane – la forma più perversa di ciò che gli etnologi chiamano possessione – al vacillamento del sistema capitalistico che svela come una seconda natura tutta incentrata sulla legge della domanda e dell’offerta, sul nervosismo dei mercati, sulla fiducia dei consumatori. Sempre più ridotta fino a spingere chi è senza lavoro, senza casa, senza domani a scelte estreme: «Non sarà che, oggi, la paura della vita – si chiede Augé – abbia rimpiazzato la paura della morte?». Di qui il menù quotidiano: «stress con contorno di angoscia». La paura fa sistema, diventa contagiosa al punto che il live cui ci abituano i social media rischia di spazzar via in un colpo solo il tempo e lo spazio reale. Il virtuale diventa vetrina digitale, reiterazione di illusioni, di confessioni, di vita denudata, spiata, offesa per la quale, spesso, si chiede di potersi avvalere dell’oblio: «la memoria, come l’Inferno di Sartre, sono gli altri».

In una recente intervista concessaci dall’Autore, egli spiega: «Si parla molto dell’individuo oggi, ma lo si fa generalmente sotto l’aspetto del consumo: il sistema ha bisogno dei consumatori per funzionare; di qui la creazione di nuovi bisogni, di nuovi desideri. Tra i beni di consumo, spiccano gli strumenti della comunicazione che tendono a sostituirsi alle forme di relazione tradizionale, che facevano riferimento allo spazio e al tempo. Tra l’isolamento (la solitudine obbligata, imposta) e la folla (gli altri senza la relazione) è il simbolico che sparisce: la costruzione del sé attraverso l’incontro con gli altri, che ha un suo proprio spazio e richiede tempo. L’istantaneità e l’ubiquità, che sono l’ideale del mondo mediatico elettronico, sono la negazione del simbolico e servono proprio ad addomesticare le solitudini coatte donando loro l’illusione di un altro mondo». Giunti a questo punto, cosa si deve fare in un simile scenario? Forse che, come già emerge in Futuro, la via d’uscita è darsi il sapere come fine in sé, la conoscenza? Sarà questa a liberarci dalle nostre paure? «L’ideale – tuona Augé – sarebbe rimpiazzare la paura con la curiosità. Le due non sono così lontane l’una dall’altra. È il desiderio di conoscenza che può permettere di passare dall’una all’altra. Questo desiderio stesso è il frutto dell’educazione. L’utopia dell’educazione sarebbe, letteralmente, la vera rivoluzione: consacrare ogni cosa, in primis, all’educazione di ciascuno condurrebbe alla prosperità economica di tutti. È l’ideale dell’Illuminismo, il solo che sia in grado di riconciliare gli esseri umani tra loro e con il loro futuro. L’idea di progresso non si può concretizzare che nel campo della scienza. E ciascuno dal canto suo può avvertire in ciò la sua solidarietà con gli altri». E in questi tempi dove spesso si parla di speranza come passione spenta, di frustrazione, di disagio a tutti i livelli, ci pare che Augé rinvenga nella volontà di potere – di qui la divisione della società planetaria «in tre classi: l’oligarchia dei possidenti, i consumatori e gli esclusi dai consumi» – il ‘peccato originario’ che sta alla base della nostra società disorientata. Una colpa che, per quanto si possa presentare in circostanze diverse e in fasi storiche distinte si potrebbe chiamare, se ci è consentito esprimerci in tal modo, l’oblio dell’umanità generica che si trova in ciascuno di noi.

Scrive Augé: «La dimensione generica dell’essere umano unisce la sua dimensione individuale (ciascun uomo, tutto l’uomo», per riprendere e riassumere la formula di Sartre) e trascende o relativizza la sua dimensione culturale. L’idea che l’avventura umana è in effetti un’avventura, collettiva e comune, è legata alla concezione dell’uomo generico, ma essa si gioca in ciascuna vita individuale. Si gioca a livello della storia umana nel suo insieme (che sarà in fin dei conti la storia del dominio dell’uomo sulla natura), ma ciascun individuo sarà pienamente uomo soltanto se è in grado, al suo posto e per un momento, di esservi associato coscientemente». Sovviene, in proposito, quanto scrive Kant nella sua Logica: «il campo della filosofia si può ricondurre alle seguenti domande:

1) Che cosa posso sapere?
2) Che cosa devo fare?
3) Che cosa mi è dato sperare?
4) Che cos’è l’uomo?

Alla prima risponde la metafisica, alla seconda la morale, alla terza la religione e alla quarta l’antropologia. In fondo, si potrebbe però ricondurre tutto all’antropologia, perché le prime tre domande fanno riferimento all’ultima». Non a caso potremmo dire che Augé ha consacrato la sua esistenza, in un’instancabile e diuturno lavoro di osservazione, ricerca, approfondimento e ascolto, all’obiettivo, che poi si è rivelato anche una necessità, di rispondere al quarto interrogativo kantiano, il quale racchiude e implica gli altri tre. Come dire: non si può meramente sapere, fare e sperare, se non ci si è soffermati pazientemente sul che cos’è l’uomo. Ma si badi bene, non tanto per trovarne una definizione oggettivante, bensì per interpretare l’esserci di carne e di sangue della surmodernità. Con tutte le sue complessità, i suoi talenti, i suoi difetti, le sue frustrazioni, le sue paure, le sue ansie, le sue solitudini, il suo egoismo e la sua fragilità, i suoi spostamenti, il suo modo di comunicare, di agire e inter-agire, di diventare davvero soggetto. Si potrebbe concludere, pertanto, che occorre partire, secondo quanto mostra Augé, da una presa di consapevolezza che alla base di una crisi che non è soltanto economica, politica, sociale v’è e si annida, come fosse sotterrata dal mondo globale, una crisi dell’universale. Crisi che è insieme crisi del pianeta, delle relazioni e della finalità. […] Cosa vuole lasciarci intendere Marc Augè sollevando il grande problema di questa crisi dell’universale se non il fatto che il circolo vizioso che si è creato tra le tre specie di crisi evidenziate può essere spezzato soltanto se ci si riappropria, per così dire, della presenza dell’uomo generico in ciascuno di noi, uomo generico che sta alla base dell’uguaglianza degli individui e dell’affermazione, non soltanto teorica, ma concreta dei diritti dell’uomo? Si potrebbe riassumere quanto sopra affermato in una sorta di circolo ermeneutico: senza alterità non si dà identità, senza il riconoscimento dell’uomo generico non si dà propriamente umanità e senza «utopia dell’educazione» non si può salvare il pianeta e la società. La posta in gioco è davvero alta. A noi la scelta: per un verso, rimanere irretiti tra le malie di un presente perpetuo e illusorio, per l’altro costruire davvero un futuro dove l’educazione non sia praticata tanto in senso utopico, ma reale mettendo al centro ciò che Augé chiama «l’interesse generico» unendoci in una sorta di fratellanza universale. Ecco cosa racchiude, almeno nei suoi tratti essenziali e senza alcuna pretesa di averne esaurito la disamina l’acuta riflessione di Augé. Riflessione che non si limita ad osservare, appuntare, rendere noto, esaminare quanto gli sta di fronte, ma che è in grado di offrire delle chances concrete per abitare questo pianeta globalizzato. Certo servono impegno, fatica, tenacia, ma facendo nostra la formula di Terenzio richiamata da Augé: «Homo sum, humani nihil a me alienum puto» (sono un uomo anch’io e nulla di ciò che è umano può sembrarmi estraneo), possiamo senz’altro concludere che vale la pena scommettere. È questo, ci pare, le pari del XXImo secolo.

I PROTAGONISTI

I relatori, tutti di elevata caratura, hanno saputo unire all’indubbio rigore scientifico, un’acuta problematizzazione del tema in oggetto, a partire da prospettive distinte e plurali. Una disamina a più voci che si è rivelata efficace anche grazie alla capacità argomentativa nell’articolazione di ogni intervento. Per la scuola francese, il Festival ha ospitato per il quinto anno consecutivo l’antropologo di Marc Augé – tra i maggiori africanisti ed etnologi del nostro tempo e Jean-Luc Nancy, tra le figure di maggior spicco nel panorama filosofico internazionale, definito da Jacques Derrida «il più grande pensatore sul tatto di tutti i tempi». Mentre dagli Usa è giunto Carlos Alberto Torres, docente all’University of California (Los Angeles) e visiting professor nel Nord e Sud America, in Europa, Asia e Africa. È intervenuto, inoltre, il meglio del pensiero italiano: da Elena Pulcini – professoressa di Filosofia morale all’università degli Studi di Firenze a Enzo Bianchi – Fondatore e Priore della Comunità Monastica di Bose, tra le voci più ascoltate dell’esperienza ascetica nell’epoca contemporanea. Da Domenico De Masi – professore emerito di Sociologia del lavoro presso l’Università La Sapienza di Roma – a Leonardo Becchetti – professore di Economia politica presso l’Università di Roma Tor Vergata. E ancora, da Francesco Miano – ordinario di Filosofia morale nella medesima università – a Massimo Cacciari, professore di Estetica presso l’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano e tra i maggiori filosofi contemporanei. Da Arnoldo Mosca Mondadori– poeta, editore e saggista – a Chiara Saraceno – già ordinario di Sociologia della famiglia presso la facoltà di Scienze politiche dell’Università di Torino e honorary fellow al Collegio Carlo Alberto di Torino. Da David Meghnagi – professore di Psicologia Clinica, Psicologia dinamica e Psicologia presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università Roma Tre, dove è altresì docente di Psicologia della Religione e di Pensiero Ebraico al Master Internazionale in Scienza della Religione – a Franco Riva – professore di Etica sociale, Antropologia filosofica e Filosofia del Dialogo all’Università Cattolica di Milano. Da Michela Marzano – ordinario all’Université Paris Descartes e dal 2013 parlamentare –– a S. E. il Cardinale Francesco Coccopalmerio – Presidente del Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi nonché membro della Congregazione delle cause dei santi. Da Armando Savignano – tra i maggiori interpreti contemporanei del pensiero spagnolo e iberoamericano moderno e contemporaneo, ordinario di Filosofia Morale all’Università degli studi di Trieste – a Francesca Rigotti – professoressa di Dottrine politiche all’Università di Lugano. Da Massimo Donà – ordinario di Filosofia teoretica presso la Facoltà di Filosofia dell'Università Vita-Salute San Raffaele di Milano con la passione per la musica che lo ha portato, negli anni, a suonare con alcuni protagonisti indiscussi del jazz contemporaneo e a formare il Massimo Donà Quartet – a Remo Bodei – professore di Filosofia presso la University of California (Los Angeles) e tra i massimi esperti delle filosofie dell’idealismo classico tedesco e dell’età romantica. Da Salvatore Natoli – già ordinario di Filosofia teoretica all’Università degli Studi Milano-Bicocca nonché padrino del Festival – a Francesco Paolo Ciglia – professore ordinario di Filosofia morale e Filosofia della religione all’Università di Chieti-Pescara fino a Maria Rita Parsi – psicoterapeuta, scrittrice, Presidente della Fondazione Movimento Bambino, membro del Comitato ONU per i Diritti del Fanciullo nonché madrina del Festival.

I NUMERI DEL FESTIVAL

Le visite sul sito del Festival: www.filosofilungologlio.it hanno fatto registrare un incremento pari al 24%, se confrontate con l’edizione 2014. La media giornaliera, nel corso dei 43 giorni di durata del Festival, è di 4.124. Senza dimenticare le interazioni attraverso i social media ove si è verificato un incremento ragguardevole degli utenti: si pensi solo a Facebook con 6.000 impressioni circa al giorno. Un altro elemento rilevante è la percentuale di visitatori da tutta Italia: Brescia 29,93%, Milano 23,04%, Roma 8,50%, Bergamo 6,22%, Cremona 0,88%, Mantova 2,37%, Torino 1,14%, Bologna 1,06%, Firenze 0,75%, Napoli 0, 69% e altre 255 località italiane e dall’estero: Brasile 0,31%, Stati Uniti 0,24, Spagna 0,22%, Francia 0,20%, Regno Unito 0,20%, Svizzera 0,18%, Germania 0,13%, Austria 0,05%. Seguono, tra gli altri, Kenya, Portogallo, Argentina, Australia, Canada. L’affluenza reale, rispecchiando l’andamento di quella virtuale, conferma il trend positivo della manifestazione attestandosi attorno alle 23 mila presenze. Il pubblico trasversale per provenienza geografica, culturale, sociale, anagrafica vanta anche quest’anno un numero considerevole di giovani.

«Siamo molto soddisfatti – ha dichiarato il direttore scientifico, Francesca Nodari – per il risultato raggiunto: l’ulteriore crescita del Festival ci conferma il progressivo radicamento nel territorio di una manifestazione attesa e seguita nonostante le distanze da percorrere e i fitti appuntamenti. Si conferma, quasi fosse un dato sociologico, il bisogno, diciamo pure la fame di conoscenza, di approfondimento e di confronto. Di qui la nostra tenacia e insieme la nostra convinzione nel promuovere questo Simposio di Pensiero e di Parole, proponendo, di anno in anno, questioni cruciali per l’umano e il suo stare al mondo. Un ulteriore elemento degno di nota e che ci onora consiste nel fatto che il nostro Festival è stato selezionato dalla Giuria internazionale dell’ EFFE - Europe for Festivals, Festivals for Europe - Label come meritevole del riconoscimento di EFFE Label 2015/2016.

Il Festival Filosofi lungo l’Oglio entra così a far parte della piattaforma, che rappresenta 31 paesi europei, dei festival «that stand for artistic quality and have a significant impact on the local, national and international level». Il Festival Filosofi lungo l’Oglio sarà, pertanto, inserito in una particolare guida che sarà presentata in estate nella sua versione interattiva online e proposta in formato cartaceo in occasione dell’EFFE Award Cerimony, che avrà luogo nel settembre prossimo. A nome dell’intero Comitato Scientifico del Festival e del Consiglio direttivo della Fondazione Filosofi lungo l’Oglio – ha concluso Francesca Nodari-desidero esprimere i più vivi ringraziamenti agli illustri relatori che hanno offerto il loro alto contributo di pensiero prestandosi ad ulteriori approfondimenti con acume e generosità e a tutti gli enti, le istituzioni, gli sponsor coinvolti in questa manifestazione. Un grazie alla stampa, alle televisioni e alle radio che hanno seguito questo Simposio di Pensiero di Parole. Un grazie ai volontari, ai più stretti collaboratori, a tutti coloro che ci hanno sostenuto e, naturalmente, un grazie di cuore al nostro straordinario pubblico, o meglio, alla catena umana di amici pensanti».

RIEPILOGO

22 lezioni magistrali.
21 località ospitanti.
23 giorni di attività: lezioni magistrali, cerimonia di proclamazione del vincitore del Premio Internazionale di Filosofia/Filosofi lungo l’Oglio. Un libro per il presente.
43 giorni: l’arco di durata del Festival.
6.000 impressioni con interazioni al giorno su Facebook
258.000 le impressioni su Facebook nell’arco della manifestazione
4.124 la media giornaliera dei contatti sul sito.
182.560 i contatti sul sito nel corso del Festival.
23.000 ca. le presenze registrate nel corso della manifestazione.

GRATUITÀ È LA PAROLA CHIAVE DELLA XI EDIZIONE DEL FESTIVAL

Gratuità è la parola chiave scelta per l’undicesima edizione della manifestazione. Lo hanno comunicato, al termine della serata conclusiva del Festival Maria Rita Parsi e Armando Savignano – in rappresentanza dell’intero Comitato scientifico – e il direttore scientifico, Francesca Nodari. In linea di continuità con i temi trattati nelle scorse edizioni, la nozione di gratuità, parola demodé nell’era del consumismo e dell’iperindividualismo, sembra quasi dimenticata dall’odierna società globalizzata. È sopravvissuto, se così si può dire, l’aggettivo gratuito che ha una trascrizione immediatamente economicistica e che sembra attrarre l’interesse dei più per il semplice fatto che questa o quella cosa non costa. Come dire anche la gratuità è stata risucchiata dalla logica del denaro, perdendo il suo significato originario. Non a caso si dice: quell’oggetto è gratis, non devo nulla. Al contrario la gratuità, nelle sue molteplici sfaccettature – sociologica, politica, fenomenologica, ermeneutica-esistenziale, morale, estetica, antropologica, teologica per citarne solo alcune – ha a che fare con un’asimmetria e più che a un fruire senza corrispondere alcunché rinvia a un dare senza alcuna pretesa di contraccambio. Come mostra il filosofo e teologo Maurice Bellet, che rinviene nella figura del Cristo la cifra antropologica prima ancora che religiosa di tale nozione, la gratuità non declina la fuga mundi, ma postula una piena intersoggettività. Invoca il micro dinanzi al macro, all’esorbitante, al troppo, al superfluo. Richiede un transito e un superamento del modello in cui siamo intrappolati. Essa è lì ad indicarci l’emergenza della crisi chiedendo di essere assunta come habitus individuale per contrastare il declino del nostro abitare. La gratuità è prepolitica: non si limita a segnalare un disagio, ma propone un pharmakon: «nel crescente smarrimento del mondo – osserva Bellet – con quella specie di buco nero che si annida nei nostri deliri di potenza e di produzione, si avverte con urgenza la necessità di un’iniziativa, di una rifondazione, di una nuova partenza». Occorre che all’inerzia subentri la responsabilità, alla lassitudine la speranza, al «cancro dell’ebetudine» un nuovo inizio. In un mondo che risponde al principio di espansione (che incorpora le sfere del tecnologico e dell’economico), accanto ai mali dello sfruttamento – l’uomo sotto – e dell’esclusione – l’uomo fuori – si afferma un’altra modalità disumanizzante: l’uomo da nessuna parte ossia il soggetto sradicato, disorientato «sottomesso a un nuovo destino dissimulato sotto gli orpelli della pubblicità, il consumo e la moltiplicazione dei “giocattoli” che la tecnica gli offre». L’uomo è sotto scacco. E l’umanità pure. Solo chi fa propria l’esperienza dialogica e relazionale può contribuire a battersi, con umiltà e audacia, per un nuovo inizio. Costoro sono, secondo Bellet, gli insorti: uomini e donne che tengono desta la coscienza, che non si rassegnano dinanzi ad uno scenario complesso e intricato. La gratuità, poi, ha profonde implicazioni con il dono il cui valore – secondo il celebre etnologo e antropologo francese Marcel Mauss – sta nell’assenza di garanzie per il donatore. Un’assenza che presuppone una grande fiducia negli altri. D’altro canto il dono è, secondo lo studioso, un fatto sociale totale, ossia un aspetto specifico di una cultura che è in relazione con tutti gli altri. Ma la parola gratuità chiama in causa anche il delirio di onnipotenza dei molti – gli riusciti secondo Bellet –, impone la distinzione tra mero solidarismo da un lato, carità e misericordia dall’altro. Per chi crede, rinvia alla grazia ed ha molto a che fare con la sofferenza, la passività, l’attenzione, la pazienza, l’elezione, la croce, la salvezza. La gratuità è saper ringraziare, che è un pensare: “Denken ist Danken” sosteneva Heidegger. Eppure, oggi, dire grazie sembra un dettaglio di poco conto. E la gratitudine un che di accessorio. Eppure, come scrive il celebre poeta F. Hörderlin, citato dallo stesso filosofo tedesco nel saggio: La questione della tecnica, potremmo concludere: «Dove c'è pericolo cresce anche ciò che salva».

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