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Bernhard Casper - Dignità e responsabilità

LA DIGNITÀ COME ACCADIMENTO DELLA CORRELAZIONE

Nel concetto di dignità è in gioco il nostro futuro. Bernhard Casper lo chiarisce, da subito, nella disamina di un concetto che si è imposto al nostro sguardo in tre ondate nel corso della storia e che oggi, più che mai, torna ad occupare la scena nell’era della globalizzazione e nel mezzo di una preoccupante recessione che sta interessando il vecchio Continente e il nostro Paese. Basta leggere i giornali per rendersi conto di quanti fatti di cronaca strazianti e per la loro stessa drammaticità al limite dell’umano riportano in auge con urgenza la riaffermazione di questo concetto ed insieme la necessità che si faccia fno in fondo chiarezza sulla sua portata.

L’intento che anima la magistrale analisi compiuta da Bernhard Casper si muove proprio in questa direzione, avvalendosi degli strumenti propri della fenomenologia che, senza pregiudizi, presta attenzione «a ciò che si mostra in modo originario a partire da sé» (1) Un procedere che vuole andare alla cosa stessa e che fonda il suo punto archimedico in quell’apriori di corre- lazione di cui parlava Husserl ne La crisi delle scienze europee e la fenomenologia trascendentale. Così come Adamo viene considerato degno nella sua esistenza da Eva, che ci-è di fronte a lui, allo stesso modo, Eva è riconosciuta degna della sua esistenza, da Adamo, che ci-è di fronte a lei. Che cosa signifca questo, se non il fatto che l’essenza della dignità non può darsi che nella relazione e che un uomo solo non può dirsi degno? Ovvero che la dignità si esplica come accadimento della correlazione ove si danno tre condizioni fondamentali: il fatto che vi siano almeno due uomini mortali in relazione e che questo rapporto evenga tra due «soggetti di carne di sangue», nel quale si dà il libero accadimento del linguaggio. Non a caso, perché il linguaggio possa accadere, è necessario che vi sia un uomo mortale capace di ascolto e di parola e insieme un altro uomo mortale, separato da questi, ma in relazione con lui, «che sia in grado di ascoltare, ma anche di parlare egli stesso» (2). Terzo elemento di grande importanza è costituito dal fatto che l’accadimento del linguaggio sia un evento libero. Il monito rosenzweighiano che si esplica «nel bisogno dell’altro o, che è lo stesso, nel prendere sul serio il tempo» (3) apre la strada all’intendimento della dignità ove il mio libero «iniziare qualcosa con me stesso» in quanto persona che «ha da dire qualcosa» in quanto lei stessa

«ossia in quel rapporto a sé che è fondamentalmente sottratto al mio potere che dispone» (4)

fonda la mia dignità di uomo che, in ultima analisi, non può che essere pensata in maniera correlativa ovvero nel «rispondere all’altro in quanto lui stesso» (5). In questo evento della responsabilità come cifra dell’etico, il grande flosofo della religione mostra come il concetto di autonomia kantiano sia colto nella sua autenticità soltanto nel momento in cui lo si veda strettamente legato all’obbligazione esplicata nell’imperativo categorico. Di contro l’isolamento di questo concetto dalle sue condizioni fondamentali porterebbe ad un intendimento distorto, atemporale ed egologico dello stesso, al l’io sordo di

«“ventre affamato che non ha orecchie”, capace di uc- cidere per un boccone di pane; per sé come il sazio che non capisce l’affamato. La suffcienza del godere scan- disce l’egoismo o l’ipseità dell’Ego e del Medesimo» (6).

Un io bastante a sé che si volge in mera apologia, ove in luogo della felix culpa (7), ovvero del «dovere felice» di andare incontro all’altro fno a strapparsi il tozzo di pane dalla propria bocca e togliersi il mantello dalle proprie spalle per offrirlo all’altro, si darebbe la tentazione sempre possibile del male radicale8 in una smania del potere di potere (9) che mira alla prevaricazione dell’altro fno a trattarlo come mezzo. Fino alla sua strumentalizzazione e cosifcazione. Fino alla sua eliminazione. Al suo annientamento nella follia e nella perversione di chi vuole divenire come Dio.

L’uomo, proprio in quanto «legno storto» (10), può sempre diventare Caino. I regimi totalitari, l’uso indiscriminato della violenza sui più deboli: donne, vecchi, bambini ci fanno toccare con mano di cosa sia capace il soggetto dimentico della propria fnitudine e della propria mortalità. Dunque dei suoi limiti.

Questi, in preda ad un’«ossessione ermeticamente chiusa in sé» (11), viene meno al fondamento ultimo della sua umanità, la felix culpa, e negando l’altro uomo, nega Dio. Un tale autosolipsismo, come rimarca giustamente Ebner,

«altro non è che il “distacco da Dio”; il tentativo dell’uomo di esistere in un’“interiorità” senza Dio – che razza di contradictio in adiecto! – è il primo abuso e im- piego stravolto della “libertà”» (12).

In tal modo, ovvero negando la dignità dell’altro, l’io idolatrico perviene contemporaneamente alla negazione della propria. Se è vero, come è vero, che la dignità non può evenire che nella relazione e nella responsabilità, dunque nella correlazione contemporanea di due incondizionatezze – accolgo l’altro uomo libero e mortale senza condizioni nella sua dignità e accolgo me stesso, altrettanto fnito e libero, senza condizioni, ma chiamato alla responsabilità – allora ne viene che essa non può accadere che in un rapporto religioso. Nell’altro malato, affamato, assetato, piagato, vilipeso, straniero – altro per il quale, se davvero ne riconosco la dignità, mi faccio ostaggio – riconosco la traccia dell’Illeità che è sempre al di là di qualsiasi oggettivazione. Scrive Levinas:

«La libertà del presente trova un limite nella respon- sabilità di cui è la condizione. Solo l’essere libero è responsabile, il che signifca che è già non libero. Solo l’essere suscettibile di cominciamento nel presente è in- gombrato da se stesso. […] Il tragico non nasce da una lotta tra libertà e destino, ma dal virare della libertà in destino, dalla responsabilità» (13).

Oggi, come acutamente rimarca Casper, questa sete di potere che tenta l’uomo, non esita ad insinuarsi tra le pieghe della nostra società liquida e globalizzata, assumendo forme appa- rentemente innocenti, ma che, in realtà, nascon- dono l’inganno di declinare sempre lo stesso paradigma: quello del conatus essendi. Si pensi all’uso distorto delle nuove possibilità offerte dalla tecnica e, in generale, dalle scienze oggettivanti. Senza voler demonizzare gli ottimi risultati raggiunti dal dominio tecnico, occorre ribadire che, soltanto nella relazione tra esseri mortali e fniti, si può dare la dignità umana. Dignità che trova il suo fondamento ultimo

«in una provocazione alla realizzazione di una libertà storica e morale nel bisogno dell’altro» (14).

Un concorrere faticoso alla salvezza comune: «Salut, n’est pas l’être» (15) ammonisce Levinas nei Carnets de captivité. Una salvezza che – come si evince dalla rappresentazione della creazione di Adamo ritratto in un faccia a faccia con Dio nel portale del duomo di Friburgo e raffgurato sul lato sinistro, e quindi, dal punto di vista dell’os- servatore nella Cappella Sistina – esige che cia- scuno prenda davvero sul serio la chiamata alla partecipazione16 all’opera salvifca. Come dire: la temporalizzazione dell’accadimento della cre- azione è strettamente correlata alla temporaliz- zazione dell’«io sono» di carne e di sangue teso, in una feconda procrastinazione della morte – tra dramma e compimento – a farsi incontro all’altro, a prendere su di sé le sofferenze (17) e a rispondere: Me voici. Sono io quella persona cui riguarda la tua richiesta.


1. Cfr. infra, p. 20.
2. Cfr. infra, pp. 26-27.
3. F. Rosenzweig, Il nuovo pensiero, a cura di G. Bonola, commento di G. Scholem, Arsenale Editrice, Venezia 1983, pp. 57-58.
4. Cfr. infra, p. 29.
5. Cfr. infra, p. 31.
6. E. Levinas, Totalità e Infnito. Saggio sull’esteriorità, a cura di A. Dall’Asta, con un testo introduttivo di S. Petrosino, Jaca Book, Milano 1980, p. 118.
7. Sul concetto di felix culpa, teologumeno interpretato dall’ebreo Levinas in chiave pre-cristiana, ci permettiamo di rinviare al nostro saggio: Il pensiero incarnato in Emmanuel Levinas, Morcelliana, Brescia 2011, in particolare pp. 71 ss.
8. Sull’argomento, cfr. F. Nodari, Il male radicale tra Kant e Levinas, Giuntina, Firenze 2008; E. Levinas, Carnets de captivité et autres inédits. Œuvres I, Bernard Grasset, Paris 2009.
9. Cfr. E. Levinas, Parole et silence et autres conférences iné- dites. Œuvres II, Bernard Grasset, Paris 2011, p. 80. Scrive Levinas nel testo Parole et Silence che dà il titolo al II volume delle opere inedite del grande flosofo ebreo lituano: «La dignité de l’homme réside dans sa liberté qu’il s’agit de maintenir contre la pression de puissances qui l’aliènent».
10. Cfr. I. Kant, Idee per una storia universale dal punto di vista cosmopolitico, in Scritti di storia, politica, diritto, a cura di F. Gonnelli, Laterza, Roma-Bari 1995, p. 35. 11. Cfr. infra, p. 41.
12. F. Ebner, Schriften. Erster Band. Fragmente, Aufsätze, Aphorismen. Zu einer Pneumatologie des Wortes, München 1963, p. 91; tr. it. La parola e le realtà spirituali. Frammenti pneumatologici, a cura di S. Zucal, tr. it. di P. Renner, San Paolo, Cinisello Balsamo (Mi) 1998, p. 151. Fondamentale per la comprensione dei pensatori del dialogo il volume di Bernhard Casper, a ragione ritenuto un classico sull’argomento, Il pensiero dialogico. Franz Rosenzweig, Ferdinand Ebner e Martin Buber, Morcelliana, Brescia 2009. Sul passo citato, cfr. ivi, p. 243.
13. E. Levinas, Dall’esistenza all’esistente, a cura di F. Sos- si, con una premessa di P.A. Rovatti, Marietti, Casale Monferrato (Al) 1986, p. 72.
14. Cfr. infra, p. 54.
15. E. Levinas, E. Levinas, Carnets de captivité et autres inédits. Œuvres I, cit., p. 52.
16. Cfr. in proposito quanto scrive Kant in La religione nei limiti della semplice ragione, in Id., Scritti di flosofa della religione, a cura di G. Riconda, Mursia, Milano 1989, p. 103: «Non è essenziale e quindi non è necessario per alcuno sapere ciò che Dio fa o ha fatto per la sua salvezza, ma sapere ciò che egli stesso deve fare, per diventare degno di tale assistenza» (c.vo nostro).
17. Cfr. E. Levinas, Il messanismo, a cura di F. Camera, Morcelliana, Brescia 2002, pp. 105-106. Arriva a dire Levinas: «Il Messia sono io [Moi], essere Io è essere Messia. Si vede allora che il Messia è il giusto sofferente, che ha preso su di sé la sofferenza degli altri. E chi prende in fn dei conti su di sé la sofferenza degli altri se non l’essere che dice “Io [Moi]”?

Informazioni aggiuntive

  • il libro:

    Genere: Saggistica
    Collana: Granelli/Filosofi lungo l'Oglio - 10
    Formato: 110x155x4 mm - pp. 80 - copertina semirigida
    Edizione: 2012
    ISBN: 978-88-8486-533-5
    Prezzo: 5,00


INFO & CONTATTI

  • Fondazione Filosofi lungo l'Oglio
  • via Vittorie 11 - 25030 Villachiara (BS) ITALIA
  • P.IVA: 03699330985

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